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Nessuna indulgenza per i gialloverdi, ma nemmeno per i loro avversari

Avatar di Alessandro Cocco, in Politica, Quotidiano, del

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di Alessandro Cocco*

Pur comprendendo e condividendo la paura di sparire del mondo lib-con, specie dopo gli ultimi risultati elettorali, è estremamente rischioso mostrarsi troppo accondiscendenti e generosi con questo governo. Fatto sopratutto di persone che fino ad ora hanno dato dimostrazione di non riporre alcuna fede o fiducia nei principi della Libertà.

Senza voler tirare in ballo – anzi, essendo per ora fortemente a disagio nel sentir usare – parole quali fascismo o dittatura, che sin troppe volte certa sinistra ha usato – a sproposito – verso i governi a lei non graditi, va detto che i partiti oggi al governo, e più ancora la maggioranza degli italiani che li hanno votati durante l’ultima tornata elettorale, non sembrano davvero essere a disagio con l’idea di uno stato forte, decisionista, che lasci poco spazio agli orizzonti individuali, inseguendo invece il nebulosissimo “bene comune”. Qualche “avventato” politico pentastellato ha persino parlato di stato etico, di stato totale, di potere politico che si fa stato. Non lo negano con le parole, non con gli atteggiamenti, né con le simpatie dichiarate a livello internazionale, o con gli accordi che stringono con personaggi e partiti che nessuno si sognerebbe di definire alfieri delle libertà personali. E questo è tanto più vero se non pensiamo che essere liberali voglia dire solo abbassare le tasse.

Il rischio di essere troppo indulgenti con questi figli fuori tempo massimo de lo-stato-siamo-noi è elevatissimo: davvero vogliamo stare a guardare, sorridere, non alzare mai la voce davanti alle loro sciocchezze? Mi auguro di no.

Certo, il trade-off tra opposizione dura e ignava accondiscendenza esiste, ed è enorme. Di certo la seconda opzione non può esser perseguita per il solo godimento di andare contro i vari Botteri, Rampini, Gramellini e Saviano di turno. Con quelli non si ha nulla da spartire, e ragionevolmente si useranno argomentazioni e parole d’ordine diverse dalle loro per la critica. Fa onestamente un certo, flebile, piacere vederli ogni giorno sull’orlo della crisi di nervi, ma ovviamente sperare di sopravvivere grazie alla schadenfreude è una strategia assurda e sconclusionata.

D’altro canto, anche l’opposizione dura e pura porta con se i suoi rischi.

Si è sempre pensato che l’Italia avesse una decina di anni circa di ritardo rispetto alle dinamiche politiche made-in-Usa. Ora possiamo assistere all’ideologia del my-guy-in-charge, la difesa a prescindere delle scelte e delle affermazioni del leader di turno che abbiamo votato. Negli States oggi vediamo i repubblicani che, dopo otto anni di opposizione fiscally conservative, approvano un bilancio che fa nuovo debito. Viceversa, dopo otto anni di amministrazione Obama, dove si poteva scendere a compromessi e intavolare trattative con qualsiasi dittatore anti-occidentale in nome del multilateralismo, oggi i democratici si stracciano le vesti per un Trump troppo conciliante con Kim. Questa ciclica incoerenza è un altro velenosissimo prodotto del dibattito politico da tifoseria da stadio. O forse ne è la causa. La scienza politica si riferisce a questo effetto come a quello di “immunizzazione”. L’abitudine è sempre stata una leva potentissima dell’agire umano. In seguito alla conferma della propria preferenza di voto per lo stesso medesimo partito/leader in almeno 3/4 appuntamenti elettorali, l’elettore sviluppa una certa dose di identificazione con il partito o con il leader votato e sviluppa così un filtro euristico che lo aiuta ad analizzare la complessità della politica: se il mio partito e il mio leader sono al governo, le cose staranno andando sicuramente bene, viceversa, se al governo ci sono i partiti e leader avversari, allora sicuramente l’economia starà andando a rotoli, il paese sarà sull’orlo di una crisi e così via. I dati che Ilya Somin presenta nel suo “Ignoranza politica” (edito da IBL Libri), sono, nel complesso, spaventosamente eloquenti.

Lungi dal voler dare il via a piagnistei di come-si-stava-meglio-quando-si-stava-peggio, questo filtro iper-semplificatore – e pure ipercinetico, visto che oggi sembra bastare anche una sola votazione per radicalizzare gli elettori – è straordinariamente utile al fine della vita democratica di un paese, poiché permette a tutti, anche chi ha meno poco tempo per seguire una cosa improduttiva come la politica, di potersi fare un’idea dello stato delle cose e poter dunque esprimere un voto. D’altro canto ha però anche un chiaro limite, ossia quello – senza ovviamente voler cedere ad un determinismo esasperato – di danneggiare il voto retrospettivo, e dunque l’accountability dei partiti e dei leader al governo.

Questa lunga e noiosa digressione per dire cosa? Per dire che, tornando alla questione del rischio di una opposizione durissima sin da subito, il rischio è quello di cadere nella trappola comunicativa che il governo sta attualmente costruendo – e in cui molti sembrano star scivolando – ovvero di diventare, tempo un paio di mesi, una opposizione farsesca, perfetta per essere dipinta come isterica, irragionevole, immatura, anti-democratica, non pronta al confronto, capace solo di criticare e urlare “al lupo, al lupo!”

Certo queste prime settimane non lasciano ben sperare, tra semi-dichiarazioni di guerra e proposte di schedature varie. Questa situazione è però anche il prodotto di un governo in cui due partiti devono contendersi grossomodo lo stesso elettorato, per cui si trovano costretti, ogni giorno, a fare corpo-a-corpo con temi “bipolari”, per i quali l’unica risposta possa essere un “o con noi o contro di noi”.

Ecco allora la proposta, semi-provocatoria e semi-seria. Nessuna pietà per nessuno, né per la nomenclature di sinistra, che ora assaggiano la loro stessa medicina, uguale e contraria (da dittatura del politically correct all’imbarbarimento gratuito del discorso), dopo aver deliberatamente evitato di ragionare seriamente dei problemi, né per la destra, sovranista o meno, che negli anni ha lavorato alla nascita di questo governo, abbandonando a più riprese la lotta culturale e ideologica per la costruzione di un consenso liberale in Italia. Nessuna pietà per nessuno, ma in silenzio (vi avviso già: sarà difficilissimo, vedere il caso Foodora), almeno fino al mese di settembre/ottobre, ossia fino al momento della stesura del Def. Nel frattempo leghisti e grillini possono essere tenuti a bada dai Lercio e dai meme-master-creators di Facebook, possono persino farsi opposizione da soli – e se la faranno, appena Di Maio capirà che Salvini se lo sta divorando. L’importante è non cadere nella trappola di diventare isterici per sparate tv, titoli di giornale o fuori onda. Basterà restare liberali, thatcheriani e reaganiani, preoccupati degli effetti di lungo periodo, immuni dallo shortermismo dei politici wets, basterà rimanere votati al libero mercato, contrari ai dazi, preoccupati delle libertà civili e politiche, preoccupati delle garanzie e dei check & balance dello stato di diritto.

Ma riposiamoci durante questa estate. Li colpiremo quando inizieranno a mettere le loro sciocchezze nero su bianco, quando presenteranno decreti volti a maggiore debito pubblico, a maggiore ingerenza dello stato nell’economia e nelle vite degli individui, quando ridurranno le speranze di investimenti esteri etc etc, non ora che stanno solo scartabellando le categorie più odiate dagli italiani, o ci troveremo a dover difendere le zanzare da qualche legge assurda annunciata via Twitter.

*Alessandro Cocco è Internship Student presso l’Istituto Bruno Leoni

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Alessandro Cocco


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