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Nella tragedia emerge la classe di governo contro cui è nato il Conte 2 del “tutti contro uno”

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La tragedia del coronavirus nei giorni di agosto, settembre, ottobre del 2019 era inimmaginabile. Ma il centrosinistra comunque era troppo occupato a riempirsi la bocca di Papeete, tipo dica “trentatré”, tra una mostrificazione e l’altra di Matteo Salvini e della sua Lega, primo partito nazionale, per poter almeno minimamente prendere in considerazione che fare un governo del tutti contro uno sarebbe stata cosa pericolosa. Non solo perché rischiava di essere un vulnus innanzitutto al principio stesso della dialettica democratica, ma per il pericolo di scollamento del Palazzo dal Paese reale – a maggioranza guidato nelle Regioni dalla Lega con il centrodestra – anche e soprattutto se si fosse presentata la cosiddetta variabile indipendente. Il coronavirus era inimmaginabile, ma un terremoto, per dire, o altre emergenze fino ad allora più considerate nell’ordine delle cose, sì, erano ipotizzabili. E invece si andò a una nuova anomalia italiana del governo giallorosso e fucsia renziano del tutti contro uno, ovvero il primo partito, la Lega, e la prima coalizione del Paese, il centrodestra peraltro già emersa come tale alle ultime elezioni politiche del 4 marzo 2018. Si è formata così la maggioranza anomala, minoritaria nel Paese, peraltro già nata rissosa al suo interno, dove il Pd pensava di sottomettere, con il lascito della sua mentalità egemonica da vecchio Pci e Sinistra Dc, i 5 Stelle, avendo però sottovalutato il fattore Giuseppe Conte e la sua ambizione di diventare a sua volta il leader di un nuovo schieramento di centrosinistra, una sorta di novello Romano Prodi. E, intanto, Matteo Renzi già pensava forse al replay del “gioco” di “stai sereno” e a fare un suo partitino che in realtà si è trovato poi una sorta di golden share non usabile, o meglio non osabile. Ma tutti uniti contro Salvini e il centrodestra, considerando evidentemente l’odiato Cav già finito politicamente.

Il risultato finale più eclatante di questa grave anomalia tutta italiana (in quale altra democrazia occidentale il principale partito, la principale coalizione sono all’opposizione? Mentre governano praticamente tutto il Nord e la maggioranza delle Regioni?) è stato l’emergere di una classe dirigente che in questa tragedia sta facendo molto da sola, le cui capacità contrastano plasticamente con quelle del Governo Conte 2. Praticamente è balzato agli occhi, amplificato dai riflettori di tutto il mondo, in una circostanza tragica, di che pasta fosse fatto quell'”uno” contro il quale era nata la compagine governativa arlecchino. Ecco chi fa parte di quell'”uno” : Il presidente della Lombardia Attilio Fontana che dà di fatto una bella lezione a Conte e ai suoi alleati richiamando in servizio, a un euro simbolico, Guido Bertolaso, ovvero colui che per esperienza, grandi capacità avrebbe dovuto essere, e da tempo, nominato commissario straordinario per tutta l’emergenza nazionale; il presidente del Veneto, Luca Zaia, nell’arco di dieci anni il governatore più votato d’Italia, apprezzato anche dai grandi industriali del Nord-Est locomotiva d’Italia, che sfida burocrazia, negligenze governative e commissiona a fabbriche venete la fattura delle mascherine introvabili. Zaia, che fa fare un utilissimo e inedito esperimento con i tamponi a Vo’ Euganeo, il piccolo centro subito isolato. È lo stesso governatore veneto, plebiscitato con medie di consensi dal 60 a oltre il 50 per cento, che i giallorossi governativi avevano tanto sfottuto per una frase su certe abitudini alimentari dei cinesi che “non aiutano”. Entrambi i governatori, leghisti di ferro, con curricula significativi, furono tacciati dai soliti noti di “razzismo” per aver dato l’allarme già a fine gennaio con i parlamentari della Lega, invitando a misure precauzionali chiunque, cinesi e non, ritornasse dalla Cina. Accanto a loro due – già noti nazionalmente perché fiore all’occhiello della scuola degli amministratori leghisti, con sindaci, ex presidenti di Provincia, da tantissimi anni alla prova del governo del territorio – è emersa la figura dell’assessore alla Sanità lombardo in prima linea Giulio Gallera. Fu eletto per la prima volta con il Partito liberale italiano, poi è stato uno dei fondatori di Forza Italia in Lombardia. Così come è emerso il neopresidente del Piemonte, Alberto Cirio, un altro azzurro. E si è distinto il più noto Giovanni Toti, alla guida della Liguria, governata da una giunta a decisiva trazione leghista, lo stesso Toti, bacchettato dal Pd solo per aver osato far critiche al decreto cosiddetto “Cura Italia”. L’elenco della classe dirigente di questa Italia leghista e di centrodestra, racchiusa in quell'”uno”, rappresentato da Salvini, ovvero anche il leader politico di gran parte dei governatori del Nord, contro cui nacque il governo giallorosso e fucsia, è lungo. Non li avremmo mai voluti vedere così drammaticamente in prima linea, dando un plateale esempio a quello che il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti con la sottoscritta ha bollato come “il Casalino 1 più che il Conte 2”. Ma se già si è pagato a caro prezzo l’antiberlusconismo ora l’antisalvinismo e il pregiudizio di sempre anti-Lega rischiamo di pagarlo a un prezzo davvero tragico. E meno male che quella classe dirigente, tanto ostracizzata, c’è.

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Paola Sacchi


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