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Natale socialmente corretto: come per gli addobbi natalizi, non ci verranno risparmiati i soliti tormentoni

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Fra tre settimane sarà ancora Natale. Anche quest’anno, in questo periodo, già iniziano i riti degli auguri tra conoscenti, amici e parenti. Ormai, perlomeno per comodità e risparmio, la maggior parte degli auguri viaggeranno sul web e sui canali di comunicazione social. Puntualmente, dunque, verranno rispolverate le vignette con goffe renne parlanti, slitte da neve a reazione, ed arzilli babbinatali sbevazzoni o sporcaccioni, che riempiranno le nostre caselle e-mail e la sempre più inadeguata memoria di massa degli smartphones, in un rito annuale al quale pochissimi dicono ormai di essere legati, ma che tutti coinvolgerà ancora, nostro malgrado. Non ci sarà, anche quest’anno, che l’imbarazzo della scelta nell’enorme panoplia di vignette, mini-filmati, barzellette e boutades tra cui pescare sul web per inviare “simpaticamente” i nostri auguri, oppure a ricambiarli a chi ce li avrà inviati. Le sovrapposizioni della stessa vignetta non si conteranno, e pure questa volta capiterà d’inoltrare lo stesso “simpatico” filmato proprio a chi ce l’ha inviato. Pazienza, sono mali di stagione, come l’influenza, che poi passano.

Puntualmente, molti di noi dedicheranno, complessivamente, un paio d’ore a cliccare sullo schermo del telefonino i più disparati messaggi d’auguri, alcuni dei quali così lunghi e prolissi da richiedere una paziente opera di scrolling sullo schermo per essere letti fino in fondo. Quello che conta è l’intenzione, si dice in questi casi. Anche se, a volte, molti (sempre più ogni anno), che di buone intenzioni se ne fanno nulla, preferirebbero un piccolo aiuto concreto. Ma non possiamo certamente pretendere che si diventi più buoni a Natale, anzi, spesso accade il contrario, perché proprio in tale occasione si finirà per esibire ricchezza con chi può essere disturbato da tanto lusso, oppure, dal lato opposto, si manifesterà un pauperismo precotto da sbattere in faccia a chi si ritenga benestante senza averne merito. Insomma, diciamolo, a Natale non sempre si rispolvera il nostro lato migliore. Come per gli addobbi natalizi, si rimette mano ai cartoni portati in cantina a inizio gennaio e si esibiranno nuovamente le stesse cose di sempre.

Anche il fanatico del politically correct avrà cura di inviare messaggi (quasi mai scritti di pugno) utilizzando un anodino “Buone Feste” invece di un più schierato “Buon Natale” e si eviterà, magari, di estendere a famiglie inesistenti oppure ormai vaporizzate tali auguri. Il perfetto politically correct dà sempre gran valore ai termini da impiegarsi, caso per caso, alla bisogna. Magari, egli stesso, per spirito pluralista e “libberale” non darà la minima importanza alla festa religiosa che si celebra il 25 dicembre, ma difficilmente si sottrarrà, almeno per coerenza, alle più convinte manifestazioni legate alla festa cristiana del Natale. Farebbe brutto, sembrerebbe di non avere un cuore, no?

Sull’altra sponda, ossia quella degli osservanti, certamente fioriranno canotti e barconi in ogni presepe ed in moltissime chiese, a ricordare il dramma (vero) dei migranti, così come molto richieste saranno, anche stavolta, le statuette del Bambin Gesù di colore. Vi piace così? Benissimo. Almeno a Natale ciascuno festeggi cosa vuole e come vuole, sempre che si rimanga nei limiti della decenza e del codice penale. Ad alcuni (anche Eccellenti o Eminenti e persino in odor di santità) cattolici al massimo, si potrebbe raccomandare di non mischiare politica e religione proprio a Natale, magari andando a rileggersi bene i Vangeli di Luca e di Matteo per farsi un’idea più precisa se la Madonna e S. Giuseppe fossero effettivamente migranti cacciati dalla loro terra o se, invece, non stessero recandosi a Betlemme per rispondere al loro dovere civico ed essere colà censiti. Non farebbe male, inoltre, sempre rimanendo a quelli che per i credenti sono testi sacri, soffermarsi con metodo esegetico sul perché Giuseppe e consorte avessero trovato tutti gli alberghi chiusi, essendo quindi costretti a rifugiarsi nella capanna a causa del parto. Accadde non certo perché gli abitanti della cittadina volessero rifiutare di ospitare in albergo la coppia arrivata da fuori città, ma proprio perché gli alberghi e le locande, a causa del censimento in corso, erano tutti al completo. Questo dice testualmente il Vangelo e stupisce che siano proprio quelli che lo dovrebbero porre alla base della propria esistenza a dare interpretazioni diverse, più fantasiose, non dimostrate o dimostrabili e certamente più in sintonia con l’attualissimo tema dei migranti, tanto caro allo stesso Papa Francesco.

Comunque la si pensi in tema di sentimenti religiosi, ci s’imbatte inevitabilmente in un campo minato, o, quantomeno e più pacificamente, in un territorio irto d’insidie, per cui è sempre più prudente muoversi con cautela ed evitare troppe interpretazioni di comodo. Bastano e avanzano gli aspetti meramente laici della più importante festa annuale nel nostro Paese. Accadrà, quindi, puntualmente, che in tv ci dicano ancor prima del 25 dicembre quanto gli italiani hanno speso quest’anno in doni natalizi, suddivisi per generi merceologici, per fasce d’età e per condizione sociale. Tutto ciò in assenza di vere e rigorose indagini demoscopiche, ripetute ogni anno e su un campione statisticamente rilevante. Insomma, anche quest’anno le sciocchezze (come quella dell’infinita disputa tra fans del pandoro e seguaci del panettone) non ci verranno risparmiate e, tutto sommato, poco importa. Fa parte delle regole del gioco, dell’andazzo generale, della solita tiritera mediatica. Resta il fatto che il Natale non è un gioco, indipendentemente da come la si pensi in materia di religione, almeno per chi, proprio in quei giorni, sarà più solo degli altri e magari anche più povero. Rispettiamo almeno quelli, se non vogliamo o non possiamo dare loro un piccolo aiuto. E, perlomeno, sia rispettato il senso del Natale e la festa del Natale per i piccoli. Tanta gioia come quella che si provava da bambini, svegliandosi la mattina di Natale e trovando i doni (che per me erano di Gesù Bambino, per altri di Babbo Natale) sotto l’albero, non tornerà più nella vita, qualsiasi cosa ci riservi il nostro destino. Non importa un granché quale religione si professi o se non se ne professi alcuna: almeno si garantisca la festa e la gioia del Natale ai bambini. Forse si smette di essere bambini proprio quando si scopre chi ha portato i doni a Natale e, fatalmente, inizierà ben altra vita, certamente meno spensierata.

P.s. Io, Natale lo scrivo ancora con la “N”, senza voler offendere alcuno. Se alcuni lo preferiscano con la “n” o se preferiscano chiamarlo “festività di fine anno” o pincopallino non me ne vogliano. A Natale non siamo tutti più buoni? E poi, se certe parole meritino o meno l’iniziale maiuscola non è solo la regola sintattica a deciderlo, ma il contenuto di quelle parole, ammesso che ve ne sia uno.

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Roberto Ezio Pozzo


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