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Come nasce la “santità savianesca”, una storia arcitaliana

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Il nuovo Panorama a guida Belpietro è partito con una inchiesta in due puntate sugli altarini di Saviano e ha venduto come non gli succedeva da anni, a conferma che il profeta di Gomorra ormai fa notizia solo se gli smerigli l’aureola, quando invece gliela lucidano, o peggio se la lustra da solo, non lo seguono più manco i parenti, a dispetto della riproducibilità warholiana ad opera del potente impresario Beppe Caschetto, quello che monopolizza “Che tempo che fa”. Quanto a dire che il giovanotto dalla testa a siluro, il dito perennemente puntato sulla narice pensosa, del quale Giorgio Bocca diceva “mi sta sui coglioni, fa il martire con la barba lunga”, ha saturato anche i trinariciuti dalle migliori intenzioni.

Quantum mutatum ab illo, che una dozzina d’anni fa, affiorando dalla riserva noglobal di “Nazione Indiana”, veniva impacchettato in un’aura di martirologio dalla sapiente comunicazione di Mondadori: niente di meno che l’adorazione, l’agiografia in incubatrice: la più lieve perplessità veniva marchiata a fuoco in fama di eresia, chi non se la beveva si ritrovava automaticamente fuori dal consorzio sociale, civile, intellettuale. Chi scrive, di esperienze ne ha. Per esempio, la messa al bando dal forum di un giornale in cui lavorava, il Mucchio Selvaggio, dove lanciavano petizioni per la rimozione e la punizione fisica. Del putto gomorreo, in quel forum attenzionato dalla Digos perché pullulante di fannulloni ed esagitati da centro sociale, piaceva molto l’approccio marxista da giovane-vecchio, tendenza Manifesto, il fatto che fosse tra i primissimi firmatari dell’appello per l’impunità al terrorista pluriomicida Cesare Battisti, lanciato dai Wu Ming, teorici della lotta dall’interno del sistema editoriale, apostoli della democrazia degli anticipi; appello prontamente rimangiato con una strampalata autogiustificazione, “non so come la mia firma sia finita lì dentro, comunque adesso i miei libri li leggono tutti”.

Gira che ti rigira amore bello, per questi compagnucci della parrocchietta antimercatista tira sempre più un pelo di mercato che un carro di ideologia. E poi gli incidenti di percorso nelle scuole, dalle stagionate suffragette della cattedra in preda a una crisi di nervi, che magari la volta dopo si scusavano, “non so che mi è preso” (io lo so, pensavo…), alle vecchie volpi con doppia tessera, Pds e Cgil Scuola che correvano dal preside per lesa savianità. Negli istituti Saviano era visto come l’ultima thule contro il “regime berlusconiano”, ma se uno si azzardava a ricordare che proprio da Mondadori il giovane verboso era stampato, prodotto e costruito, scattava subito l’indignazione retrattile, mediamente isterica. La verità è che per anni, Saviano nel “regime” ci ha sguazzato come un pesce nel suo mare, anello di congiunzione tra i gruppi Mondadori e Repubblica-Espresso. Situazione surreale, davvero arcitaliana. Per non ricordare poi del confronto pubblico con lo scrittore Lucarelli (Carlo, per fortuna, non Selvaggia) a San Marino: l’apostolo della cronaca noir era graniticamente convinto della santità savianesca, e litigammo affabilmente per tutta la sera. Poi venni a sapere che anche lui si produceva in ispirate letture di pagine gomorresche nelle chiese riconsacrate al culto dello scugnizzo. Era tutto un culto, una adorazione globale totale, un corpo mistico senza cervello.

Adesso che dovrebbe pensare uno marchiato in tempi non sospetti come rosicone, camorrista, malamento di fronte all’inesorabile crollo di gradimento del Saviano espanso? Adesso che più o meno tutti hanno aperto gli occhi, hanno dovuto prendere atto di talune disinvolture che infiorettano i suoi libri, a metà tra cronaca vera e fiction, secondo che convenga, ma più la seconda che si è detto? Adesso che alcune pronunce definitive hanno sancito, come ricorda Panorama, la non dimostrata esistenza delle fatidiche minacce sulle quali Saviano ha costruito il proprio mito? Che la lotta a “Gomorra” si è confermata per quella che voleva essere fin da subito, una lotta al botteghino? Ma Roby l’americano insiste più stizzoso che mai: nel suo caso si è arrivati a una clamorosa inversione dell’onere della prova, non è più lui a dover dimostrare che versa in perenne pericolo, sono gli scettici a dover dimostrare perché si ostinano a restare così apòti. Il vecchio trucco di tutti i preti di tutti i culti del mondo, che non dimostrano, loro, l’esistenza di Dio, ma sfidano i non credenti a dimostrare che Dio non c’è.

E non basta ancora: perché più le prove della mancanza di prove si moltiplicano, più il mito del vittimismo per questo ministro della mala scrittura resta come qualcosa di acquisito. Leggendario ma non trattabile, non sindacabile. Come a dire, è sempre stato così, che ci complichiamo a fare la vita. E così l’isolato, l’esiliato, l’emarginato più invasivo che c’è continua a sciogliere urbi et orbi le proprie lamentazioni, a ricordare a tutti che la sua vita è un pendolo fra la noia e il dolore, ma soprattutto fra l’attico su Central Park e l’esalocale della compagna Meg, quella dei rivoluzionari 99 Posse. Currè currè, guagliò.

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Max Del Papa


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