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Mission Impossible 2. Per Trump un’impresa più dura del 2016: ecco i fattori che decideranno la corsa alla Casa Bianca

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Rifare l’impresa. Ad un mezzo miracolo è chiamato Donald Trump per restare alla Casa Bianca per altri quattro anni. Con ciò non intendiamo escludere che ce la possa fare, e nemmeno azzardare una previsione, ma provare a fissare bene in mente i fattori, le variabili, come pezzi di un complicatissimo puzzle, che a nostro avviso possono indirizzare l’esito delle presidenziali del 3 novembre in un senso o nell’altro. Mettendo da parte sia i sondaggi, che danno Biden nettamente favorito, ma che possono sbagliare, sia l’incredibile entusiasmo dei rallies di Trump negli stati in bilico, che però può essere l’entusiasmo di una corposa minoranza.

1. La premessa: Biden non è Hillary
La premessa da cui partire è rammentare come Trump arrivò alla vittoria nel 2016, la prima Mission Impossible portata con successo a termine. Ci serve per capire come a prescindere dalla pandemia – che certo ha complicato non di poco la strada verso la rielezione, e vedremo più avanti come – la sua non sarebbe stata in ogni caso una corsa in discesa. E questo proprio per le particolari circostanze in cui maturò la vittoria del 2016. Perse il voto popolare per un 2 per cento (poco meno di 3 milioni di voti), ma conquistò alcuni stati chiave, attribuiti alla Clinton dai sondaggi della vigilia, per un numero complessivo di soli 77 mila voti. La Clinton trascurò gli stati della cosiddetta Rust Belt, sentendoli già in tasca, mentre Trump aveva cucito il suo messaggio proprio su di loro. Nonostante la sua sola candidatura fosse da qualcuno ritenuta una sciagura per il Partito Repubblicano, in realtà lo salvò da una sconfitta certa. E il 3 novembre Trump salverà il Gop per una seconda volta, sia che vinca, sia che perda, dal momento che in questo secondo caso fungerà da perfetto capro espiatorio per un partito che sembra, almeno per una buona metà, ancora in letargo, incapace di riconoscere la realtà di assedio politico, culturale, mediatico in cui si trovano i conservatori in America.

E partendo dal 2016, dalla vittoria che già allora fu di strettissima misura, arriviamo al primo fattore da considerare in questa elezione. Molti si improvvisano strateghi elettorali e sono portati ad attribuire un peso eccessivo ad un’uscita che ritengono infelice, al classico scivolone. Per esempio, hanno rimproverato a Trump l’aggressività e le troppe interruzioni dell’avversario durante il primo dibattito. C’è poi sempre chi vorrebbe che Trump non si comportasse da Trump, ma se Trump non facesse Trump, ciò varrebbe anche nel “bene”, oltre che nel “male”. Insomma, ci si innamora di un dettaglio, mentre spesso a sfuggire è il quadro complessivo.

A definire un’elezione sono innanzitutto i profili dei candidati e l’interazione tra di essi, per come si fissano nell’immaginario dell’elettorato. Una variabile quasi indipendente, capace molto spesso di resistere agli eventi imprevisti della campagna, ai passi falsi e persino alle “October Surprise”. Nel 2016, Trump era lo sfidante, outsider e anti-sistema, come nessun altro dei candidati repubblicani battuti alle primarie avrebbe potuto essere. Ma senza Hillary Clinton come avversaria probabilmente il suo profilo non sarebbe stato altrettanto efficace. Nessuno come lei rappresentava “il sistema” e la sua arroganza. Nei suoi confronti, ma anche del marito Bill, non solo la base conservatrice, ma molti elettori indipendenti e persino tradizionalmente Democratici e di sinistra, negli stati della Rust Belt, covavano una vera e propria repulsione, che Trump ha saputo sfruttare. Quindi, se da una parte si è trovato di fronte una vera e propria macchina da guerra, una Invencible Armada, dall’altra ha potuto far leva sulla radicata ostilità verso la Clinton anche di elettori non repubblicani, che o sono rimasti a casa o hanno addirittura votato per lui. A questi elettori Hillary, semplicemente, appariva costruita, falsa, mentre alle politiche del marito Bill imputavano la perdita di posti di lavoro e dell’identità manifatturiera delle loro comunità.

Oggi, con i suoi finanziamenti e le sue armate mediatiche, quella Democratica è pur sempre una macchina da guerra – come vedremo persino più compatta e organizzata rispetto a quattro anni fa, quando fu colta di sorpresa – ma Trump non può contare sulla carta dell’antipatia per Hillary. In questo senso la scelta di Biden non poteva essere più azzeccata. Per quanto il soprannome Sleepy Joe gli calzi a pennello, e trasmetta l’opposto dell’immagine di vigore “presidenziale”, tuttavia l’ex vicepresidente non suscita quella repulsione che suscitava Hillary in una parte non trascurabile dell’elettorato indipendente e di sinistra. Anche per la sua età, Biden non disturba nessuno, è il cartonato perfetto dietro cui nascondere l’agenda di un partito fortemente radicalizzato com’è oggi il Partito Democratico.

È vero: come abbiamo visto negli ultimi giorni di campagna elettorale, Biden non ha attorno a sé l’entusiasmo dei rallies di Trump. Ma non importa, Biden non deve convincere né scaldare i cuori, a mobilitare il suo elettorato è l’odio viscerale per il presidente in carica. Se nel 2016 molti sostenitori di Sanders tradirono Hillary, magari pensando che comunque ce l’avrebbe fatta, oggi gli elettori di sinistra voterebbero chiunque pur di cacciare Trump, mentre a Biden è richiesto di far meglio con uomini bianchi, donne e anziani. E in effetti, in questi mesi l’ex vicepresidente ha mostrato nei sondaggi un consenso stabilmente superiore a quello della Clinton (a prescindere dalla pandemia).

D’altra parte, il presidente Trump può ancora sperare di raccogliere un consenso record tra i latini e i neri, di recuperare qualche elettore repubblicano che non era riuscito a convincere nel 2016, e di conquistare l’elettorato indipendente e persino una fetta di elettori democratici, quelli più sensibili ai suoi richiami sui posti di lavoro nell’industria e sulla Cina. Gli indecisi sono pochi, ma negli stati in bilico possono ancora fare la differenza… Ma questa tipologia di elettori avrà scorto, dietro il volto “moderato” di Biden, l’agenda radicale, socialista, gli aumenti di tasse, la minaccia dei movimenti estremisti e della cultura woke? Avrà visto negli imbarazzanti black out di Biden la possibilità di una presidenza di Kamala Harris, o eterodiretta da Obama? E avrà valutato che tutto sommato, in questi quattro anni, non si sono verificati i disastri paventati all’indomani della sua elezione, ma è arrivata la piena occupazione e nessuna nuova guerra? Se la risposta a queste tre domande è sì, allora l’operazione Biden non sarà riuscita. Qui il problema principale per Trump è che i suoi tentativi di smascherare l’agenda radicale del suo sfidante, e di ricordare i suoi 47 anni di servizio nei palazzi di Washington, rischiano di restare seppelliti, con la complicità dei media, dalla narrazione della pandemia, e i suoi successi economici di apparire come un lontano ricordo. Ma torneremo sull’effetto Covid.

Anche la strategia adottata dai Democratici, una campagna condotta dal “basement”, dal seminterrato, quasi nascondendo il loro candidato, per interi giorni senza uscite e iniziative elettorali, è servita a trasformare l’elezione in un referendum su Trump. Non sulle cose fatte o sulle promesse non mantenute, di cui i suoi avversari parlano pochissimo, ma sulla sua figura. È sempre un rischio lasciare la scena all’avversario, ma al costo di subire le ironie sul “basement”, hanno almeno ottenuto di compattare la loro base contro il nemico comune da abbattere. Più Biden fa un passo indietro, più lo supera nei sondaggi, ha osservato qualcuno. Al contrario, un candidato più al centro dei riflettori e propositivo avrebbe potuto risultare divisivo, scontentare di volta in volta una parte o l’altra del partito. Da notare, infatti, come i giornalisti e i media fiancheggiatori evitino accuratamente di far esporre Biden su temi che possano dividere il suo elettorato potenziale, soprattutto negli stati in bilico, dal fracking al court-packing, per non parlare della politica estera e del Green Deal. Contraddizioni che Trump è riuscito bene a fare emergere nell’ultimo dibattito tv e su cui in questi ultimi giorni sta puntando nei suoi rallies, riuscendo a “stanare” Biden, a costringerlo ad eventi pubblici non proprio esaltanti.

2. Il sistema dei media “corrotto”
E qui veniamo ad un altro fattore che definisce questa elezione, impossibile da ignorare se si vuole comprendere ciò che sta accadendo in America (e non da oggi, non da Trump). La strategia adottata dalla Campagna Biden, così come la stessa candidatura dell’ex vicepresidente, è stata resa possibile grazie al sistema dei media – old e new – che non solo si è schierato contro Trump (lo era anche nel 2016), ma si è messo a fare attivamente campagna al posto di Biden. Lo dimostrano il controllo pressoché totale della narrazione in suo favore e il gioco di squadra smaccato, nel coprire scandali ed evitargli domande imbarazzanti, arrivando addirittura a sostenere al suo posto il contraddittorio con Trump sui temi indicati dagli strateghi Dem, le cui parole d’ordine sono: Covid, Covid, Covid. È fisiologico che i media si schierino, ma quest’anno il salto di qualità (e di quantità) è evidente, clamoroso, persino rispetto a quattro anni fa. Nel 2016, infatti, i media erano schierati contro Trump ma erano costretti a inseguirlo, era lui a dettare l’agenda e loro cadevano in ogni sua provocazione. Oggi la dinamica è cambiata, un po’ per la centralità dell’emergenza Covid, rafforzata ulteriormente dalla positività del presidente a inizio ottobre, un po’ perché i media hanno preso le misure e stanno facendo gioco di squadra con la Campagna Biden.

Abbiamo già commentato il modo in cui il “moderatore” del primo dibattito abbia favorito Biden, evitando domande scomode e persino di insistere per avere risposte a domande innocue. Ma il caso più clamoroso, e senza precedenti, è la scelta di tutti i principali network tv di ignorare l’inchiesta del New York Post sulle email del figlio, Hunter Biden, e la scelta di Twitter e Facebook addirittura di censurare gli articoli e il profilo del quarto quotidiano Usa per diffusione, impedendo ai propri utenti di twittarli e condividerli. I giornalisti si sono rifiutati di coprire una notizia perché danneggia il loro candidato preferito, una “abdicazione” dei media al loro ruolo, come ha scritto l’editorial board di National Review.

Come ha ricostruito Max Balestra su Atlantico Quotidiano, da quelle email, e dalla testimonianza di Tony Bobulinski, socio d’affari di Hunter, emerge come l’intera famiglia Biden, Joe incluso, fosse in trattativa per una joint venture con una grande compagnia energetica cinese, con legami diretti col Partito Comunista Cinese, oltre che essere in affari in giro per il mondo, inclusi Paesi quali Russia, Ucraina, e Kazakistan. E questo quando ancora Joe Biden era vicepresidente degli Stati Uniti. In pratica, il figlio Hunter trattava accordi e riceveva compensi milionari “vendendo” l’influenza politica derivante dalla carica del padre. E nonostante abbia anche di recente negato di essersi mai interessato agli affari del figlio, Joe sapeva e partecipava agli incontri con i suoi soci. Al di là dei profili penali, un gigantesco scandalo politico. Eppure, i giornalisti non fanno domande a Biden sul caso.

Silenzio tombale, ovviamente, su come il Russiagate si sia rivelato una bufala confezionata dalla Campagna Clinton con la complicità dell’amministrazione Obama, roba da far impallidire il Watergate, come ben sanno i lettori di Atlantico Quotidiano.

Più di recente, i media quasi non hanno parlato degli Accordi di Abramo, la storica normalizzazione dei rapporti tra Israele e alcuni Paesi arabi, grazie alla politica mediorientale dell’amministrazione Trump, e della crescita del 33,1 per cento del Pil nel terzo trimestre.

Emblematico anche il modo in cui i media hanno ribaltato la realtà durante le rivolte e i saccheggi della scorsa estate ad opera di Antifa e Black Lives Matter in numerose città. Manifestazioni “prevalentemente pacifiche”, assicuravano gli inviati della Cnn mentre alle loro spalle le fiamme avvolgevano auto ed edifici. Ma alla fine, è da Trump che si esige la condanna di white supremacist e milizie (arrivata più volte, ma non basta mai), come se avessero avuto un qualche ruolo nei disordini, mentre non si pretende da Biden una condanna netta di Antifa e Black Lives Matter, protagonisti delle violenze e delle devastazioni.

Solo quando New York Times e Washington Post si sono accorti che le rivolte rischiavano di favorire Trump, sollevando nel Paese una forte richiesta di law and order, allora Biden ha condannato le violenze, specificando “da qualsiasi parte”, e come d’incanto le rivolte sono cessate, o meglio sono scomparse dagli schermi televisivi.

Dunque, siamo ben oltre la copertura negativa di un candidato e positiva dell’altro, siamo al ribaltamento completo della realtà, alla strumentalizzazione della cronaca, alla censura politicamente motivata.

3. La pericolosa illusione di un ritorno alla “normalità”
Ma la narrazione delle rivolte da parte dei media potrebbe giocare un ruolo più subdolo. Secondo questa narrazione, è Trump che divide il Paese, è Trump che istiga all’odio razziale, è Trump che legittima i white supermacist. Non conta che George Floyd, come anche altri afroamericani più di recente, siano stati uccisi dalla polizia in città governate dai Democratici, in stati governati dai Democratici, con procuratori distrettuali Democratici. Non conta che le violenze e le devastazioni siano state commesse dai movimenti che i Democratici si rifiutano di condannare, né che solo quando i media liberal hanno intravisto il pericolo, Biden ha espresso una generica condanna della violenza “da qualsiasi parte”. Non conta quanto possa apparire ridicolo che a parlare di razzismo “istituzionale”, “sistemico” in America sia proprio Biden, senatore dal 1973 e per 8 anni vicepresidente del primo presidente di colore della storia. Il sottinteso di questa narrazione è che cacciato Trump, violenze e saccheggi cesseranno. La vita tornerà a scorrere tranquilla in quelle cittadine, la proprietà e le attività dei cittadini torneranno ad essere tutelate. Altrimenti, se invece dovesse rivincere… La minaccia non è nemmeno troppo velata. Ma anche se dovesse vincere Biden, non è detto che saprà tenere a freno i movimenti radicali che hanno scatenato l’inferno per due mesi in decine di città Usa, tutte governate da sindaci Democratici, i quali molto spesso lasciavano fare. La loro è un’ideologia sovversiva, di ispirazione marxista, e tenteranno di passare all’incasso delle cambiali.

Dunque, l’incognita in vista del voto è: come reagirà l’elettore indipendente, “moderato”, non trumpiano? “Law and order”, quindi le rivolte di questa estate finiranno per favorire Trump, come hanno giustamente osservato molti analisti e commentatori? C’è anche un’altra possibilità: che la narrazione liberal e l’intimidazione funzionino, che Trump venga ritenuto il fomentatore dell’odio e la causa prima dei disordini, e quindi che molti elettori cedano al ricatto, inseguendo l’illusione di un ritorno alla “normalità”, che pensino cioè che mettersi alle spalle Trump possa soddisfare la sinistra radicale, contribuire a pacificare il Paese, favorire il ritorno ad una politica meno polarizzata. E che, alla fine, Biden governerà da “moderato”, tenendo a bada le pulsioni dell’estrema sinistra e scongiurando le “esagerazioni” della cancel culture. A nostro avviso sarebbe una pericolosa illusione, nessun compromesso, nemmeno la riconquista della Casa Bianca, potrà mai bastare a questa famelica ideologia distruttrice, ma non si può escludere che l’illusione di un ritorno alla normalità prevalga sulla richiesta di law and order.

4. Il fattore Covid
Arriviamo, infine, a ciò che ha caratterizzato e reso senza precedenti questa campagna: la pandemia di Covid-19. Come abbiamo cercato di spiegare all’inizio, e come sembrano confermare le medie dei sondaggi precedenti all’impatto del virus negli Stati Uniti, la strada per Trump sarebbe stata comunque in salita con un avversario come Biden e il ruolo militante dei media. Ovvio che il Covid l’abbia complicata ulteriormente e forse in modo decisivo. Ma non per i motivi che sentite ripetere ossessivamente dai media e dai soliti “esperti”. Non per una sua cattiva gestione dell’emergenza – tutta da dimostrare – o addirittura per qualche dichiarazione avventata o l’ostinazione a non indossare la mascherina in pubblico. Qualche errore di comunicazione l’ha commesso, come tutti, e come gli scienziati con il loro continuo flip-flopping.

Ma a proposito della gestione, ricordiamo che il presidente Trump ha agito tempestivamente, chiudendo il Paese ai voli dalla Cina, ancor prima della dichiarazione d’emergenza dell’Oms, scelta per cui fu criticato da Biden e dai Democratici con la solita accusa di “razzismo”. Sul fronte sanitario, ha disposto le quarantene per chiunque rientrasse dalla Cina, si è mobilitato per le navi ospedali e l’acquisto dei dispositivi sanitari, ha spinto la ricerca sui vaccini, ha stanziato le risorse necessarie perché test e terapie fossero gratuiti per tutti e si è battuto per far sì che le cure sperimentali fossero disponibili a tutti il prima possibile. Sul fronte economico, ha girato cospicui indennizzi alle famiglie americane direttamente sui conti correnti – somme che in Europa (e soprattutto in Italia) possiamo solo sognarci. Ricordiamo inoltre che non è di competenza federale decidere le misure restrittive e i lockdown nei singoli stati, né di organizzare e preparare le strutture sanitarie.

Chi gli imputa di aver perso consensi a causa della gestione della pandemia, dimentica il dilemma che si è trovato di fronte. È vero che Trump, pur non negando la pericolosità del virus, da imprenditore che sa bene quanto il mood influenzi l’economia, si è sempre posto come obiettivo quello di non deprimere e gettare nel panico il Paese. La sua posizione è sempre stata di cercare di convivere con il virus senza fermare le attività economiche e, laddove si sono dovute fermare, per farle ripartire al più presto, consapevole che la Cina è lì pronta ad approfittare delle difficoltà economiche dell’Occidente. Viceversa, molti governatori Democratici sono apparsi quasi tifare per il virus per mero calcolo politico, alcuni arrivando a prospettare la completa riapertura dei loro stati solo dopo il voto del 3 novembre.

È una posizione che certo può essergli costata in termini di consenso, soprattutto tra gli elettori indipendenti e gli anziani, ma sostanzialmente non aveva alternative, anche dal punto di vista elettorale. Se avesse incoraggiato la politica delle restrizioni e delle chiusure, l’economia americana si troverebbe oggi in una crisi più profonda e questo certo non avrebbe giovato alle sue chance di rielezione. Invece, è in netta ripresa (+33,1 per cento nel terzo trimestre), è ancora un punto a suo favore, sebbene fatichi a ritrovare centralità nell’agenda mediatica. Inoltre, un particolare non trascurabile: secondo i sondaggi la netta maggioranza degli elettori repubblicani e del mondo conservatore era (ed è) contrario ai lockdown. La coperta, insomma, era comunque troppo corta e ha optato probabilmente per il danno minore.

Allora, in che senso si può affermare che la pandemia ha compromesso, forse in modo decisivo, la sua rielezione?

Essenzialmente per due motivi. Primo, ha offerto su un piatto d’argento ai Democratici e ai media liberal la narrazione chiave di cui altrimenti sarebbero stati sprovvisti. Hanno strumentalizzato la pandemia senza ritegno, l’hanno usata come arma politica, con una efficacia resa possibile solo grazie alla complicità dei media. Ma poter attaccare Trump sulla gestione dell’emergenza Covid – così come alimentare la vulgata del “razzismo sistemico” – ha permesso ai Democratici soprattutto di mettere in secondo piano temi divisivi all’interno del loro elettorato e di glissare su proposte che avrebbero fatto fuggire a gambe levate gli elettori indipendenti e più attenti al portafogli.

La positività del presidente al coronavirus ha rafforzato ancor di più la centralità del tema proprio nell’ultimo mese di campagna, anche se dopo l’ultimo dibattito il team Trump ha saputo ben sfruttare gli scivoloni di Biden sul fracking e l’industria petrolifera. Basterà?

La pandemia è stata quindi molto importante per la Campagna Biden. Senza si sarebbe ritrovata con le armi spuntate su altri temi, come l’economia o la politica estera, più favorevoli al presidente uscente, e la stessa candidatura dell’ex vicepresidente avrebbe avuto il sapore di una “operazione nostalgia” (che comunque in una certa misura traspare).

Il risvolto della medaglia, per i Democratici, è che sul Covid sono loro a giocare sulla paura e l’incertezza, mentre Trump scommette sulla voglia di normalità degli americani. Anche qui, scopriremo presto l’atteggiamento prevalente degli elettori, nulla si può dare per scontato.

Secondo, l’emergenza Covid ha offerto ai Democratici il pretesto perfetto per attuare il piano che sognano da anni: incrementare il voto per posta. Per evitare assembramenti all’election day e abbattere i rischi di contagio, in molti stati lo hanno fatto, estendendo questa possibilità a tutti gli elettori, non solo a chi si trova impossibilitato a recarsi al seggio. Sono state inviate decine di milioni di schede, anche non richieste, e sarà questo molto probabilmente il fattore che determinerà l’affluenza record che molti analisti prevedono. È evidente infatti che poter compilare la scheda seduti comodamente a casa propria e imbucare la busta, piuttosto che mettersi in fila al seggio in un giorno e orario prestabilito, porterà ad esprimere il proprio voto anche persone scarsamente motivate. Ed è qui che cominciano i problemi.

Se il voto per posta da eccezione diventa il sistema, si apre un vaso di Pandora, la libertà e segretezza del voto non sono più garantite. Difficile negare i rischi, dai condizionamenti anche pesanti in ambito famigliare o ambientale, al voto di scambio, fino ad arrivare a veri propri brogli sistematici (schede distrutte o create dal nulla: è già accaduto). In una elezione il cui esito potrebbe dipendere da qualche migliaio di voti in una manciata di stati – forse addirittura in uno solo: la Pennsylvania – sarebbe un gioco da ragazzi. Ed è ovvio che più giorni successivi al 3 novembre gli stati prevedono per il conteggio dei voti inviati per posta (9 giorni in North Carolina, 3 in Pennsylvania, per esempio), più aumentano i rischi.

In conclusione, Trump può perdere, è nell’ordine delle cose per tutti questi motivi. La sua è di nuovo una Mission Impossible. Probabilmente la pandemia non gli ha permesso di allargare il suo consenso, rispetto alla vittoria di stretta misura del 2016, facendo leva sui successi in economia. L’evento straordinario, ma che non è affatto escluso, è se dovesse farcela anche stavolta, nonostante tutto: il Covid, la crisi economica, il sistema dei media contro.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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