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Michele Brambilla e l’antica provincia italiana: quando povertà non faceva rima con infelicità

di Daniele Capezzone, in Libri, Quotidiano, Recensioni, Recensioni, del

Qualche anno fa, Michele Brambilla, allora per La Stampa di Torino, si dedicò a un giro d’Italia, a una serie di reportage solo apparentemente “minori”. Chi li ricorda, ha l’occasione di ritrovarli; chi non li conosce, può leggerne alcuni in un piccolo ma prezioso libro, appena uscito per le edizioni “La Vita Felice”.

Più che un libro, a ben vedere, si tratta di uno scrigno, che custodisce storie e atmosfere meravigliose, forse perdute: la Luino di Piero Chiara, la Rimini di Fellini, il Vercellese delle mondine di Riso Amaro, la Parma della Califfa di Bevilacqua, la Treviso di Signore e Signori, la Bassa Bergamasca dell’Albero degli zoccoli.

Attenzione, Brambilla non si limita allo stereotipo, sia pure di altissima qualità: i caffè, le case di tolleranza, il cinema, il mondo contadino, i tradimenti, il pettegolezzo. Va – invece – al cuore della questione: la provincia come teatro di vita vera, il fattore umano, ogni persona che è divenuta un personaggio, un piccolo mondo a suo modo – e paradossalmente – universale. Ecco allora l’attenzione ai soldi, al denaro, alla fortuna: con la speranza antica di uscire dalla miseria, di cambiare vita. Le amicizie vere, tra delusioni e conferme. Le dispute tra il capoluogo con le sue pretese di nobiltà e il resto del territorio: tra parmigiani e parmensi, ad esempio.

E soprattutto tanta nostalgia: uno stato di adolescenza interiore dalla quale – a ben vedere – non si esce mai, e che di tanto in tanto ci assale, attraverso il fuoco amico dei ricordi, nel rievocare luoghi e tempi dell’infanzia e della giovinezza (Amarcord, appunto). Brambilla si affida a una citazione illuminante di Piero Chiara per farci capire la dimensione nella quale vuole condurci: “Nella provincia navigo in silenzio, attento a non svelarne l’enorme importanza per timore che i sociologi, i letterati, i sindacalisti, i sottosegretari, gli umoristi e gli altri uomini di primo piano vangano a disturbarmi nel meglio dei miei godimenti, cioè nel pieno del mio lavoro più serio, che è quello di vivere”.

Ci sono anche – ed è un filo esile ma tenacissimo che attraversa queste pagine – due messaggi per noi, per l’assoluta attualità. Il primo: un tempo, in provincia, valeva (non solo per i tradimenti) il “che resti fra di noi”, come in Signore e Signori di Germi. Oggi, invece, in epoca “social”, tutto è ostentatamente pubblico, preda del condominio collettivo, anche ciò che un tempo si sarebbe gelosamente tenuto nascosto. Il secondo messaggio, ancora più importante: c’è stato un tempo, nell’Italia della provincia, nell’Italia contadina, in cui la povertà non coincideva con la disperazione, in cui la ristrettezza delle condizioni di vita non chiudeva la porta alla speranza, in cui il lavoro duro lasciava spazi a momenti di festa, proprio come le mondine arrivate nel vercellese dall’Emilia, dal Veneto, chiamate a un’opera faticosissima per quaranta giorni, al prezzo di un sacco di riso e di quattro soldi, ma che – annota Brambilla – non dimenticavano di mettere nella loro povera valigia anche un vestito della festa, perché la sera, dopo un lavoro pesantissimo, si andava a ballare, sperando che qualcuno cantasse “tu sei per me la più bella del mondo”. Forse quella valigia, nell’Italia del 2018, è stata smarrita o dimenticata da qualche parte.

Michele Brambilla, “Non ci sono più i cornuti di una volta – E altri racconti di provincia”,
Edizioni La Vita Felice (Milano, 2018)

Daniele Capezzone


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