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Media e politica lo osannano, ma Draghi sarà l’esecutore del commissariamento, non il salvatore

di Davide Rossi, in Politica, Quotidiano, del

Tutti in coda ad osannare Drago Draghi. Credevamo di averle viste tutte in questo mondo ma l’avanspettacolo conformista, leccaculista, falso e ipocrita che va in scena da quando l’ex presidente della Bce ha ricevuto l’incarico di formare il governo, le batte tutte.

Appena un cenno sul desolante panorama di gran parte del giornalismo italiano mainstream che, credo, in questi giorni stia in fila da qualche endocrinologo causa esaurimento delle ghiandole salivari. Veniamo ai partiti. Ammesso che la politica italiana avesse ancora un briciolo di dignità, se l’è giocata nel servile e umiliante sottomettersi al falso rito delle consultazioni mentre era già tutto scritto. Una gara, fra i leader, a correre in soccorso del vincitore (“quanto è competente il prof. Draghi”, “quanto è stimato il presidente Draghi”, “lo appoggiamo incondizionatamente”), a chi spiana di più la strada a Supermario.

La stessa Giorgia Meloni annuncia che Fratelli d’Italia resterà all’opposizione ma aggiunge “però faccio il tifo per lui”. Ma allora, perché non lo appoggi? Per ciò che riguarda la Lega, la mossa di abbracciare il banchiere è stata tatticamente astuta. Non c’è chi non veda come abbia creato disagio all’universo democratico-grillino e, soprattutto, si candida alla legittimazione presso le cancellerie europee e l’establishment finanziario internazionale, e va incontro alle aspettative del ceto produttivo del Nord. Ma sul piano strategico, qual è il prezzo da pagare? Cosa diventa la Lega dopo aver votato il Recovery Fund al Parlamento europeo, dopo aver abbracciato Mr. Bce ed aver iniziato a litigare con gli ormai ex compagni di strada europei del gruppo “sovranista” Democrazia e Identità? La flat tax è già finita in soffitta e le ong hanno ripreso indisturbate a scorrazzare per il Mediterraneo importando immigrati illegali, in una sorta di guerra non convenzionale.

Dice, “sì ma di fronte ad una personalità come Draghi non gli si poteva dire di no a priori”. Sarebbe ora invece di dirlo con chiarezza: Draghi non è il salvatore della Patria nella sua ora più buia. Non è necessario attendere il suo operato futuro per giudicarlo. È un uomo di 73 anni che ha alle spalle una carriera coerente che ci dice tutto di lui. Appartiene alla classe dirigente progressista internazionale. Idolo dei radical chic. Liberal ma non liberale e infatti è gradito agli oligopolisti di tutto il mondo. È fino in fondo europeista, nel senso di sostenitore e artefice di questa Unione europea. È stato indicato (ma potremmo tranquillamente dire imposto) dall’asse franco-tedesco. È un pezzo da novanta della galassia democratica statunitense, Obama lo sognava a capo della Federal Reserve. È stato banchiere pubblico (si fa per dire) e privato. Le privatizzazioni all’italiana, cioè il trasferimento del sostanziale monopolio dallo Stato al privato, le dobbiamo soprattutto a lui e ancora le paghiamo (si veda il caso Autostrade). Il principale merito che gli si attribuisce, cioè aver salvato l’euro dal naufragio cui era giustamente destinato, è stato solo il salvataggio di un sistema di potere, quello che regge l’attuale e disfunzionale assetto dell’Unione europea.

Insomma, il re è nudo: Mario Draghi non è l’uomo che è stato chiamato per risollevare le sorti della classe media italiana, rischia semmai di esserne il definitivo liquidatore. Le forti condizionalità del Next Generation EU restano anche con il nuovo salvifico capo del governo. Fine dei tatticismi, il Recovery è il definitivo conclamato commissariamento del nostro Paese e Draghi è il suo esecutore.

Davide Rossi


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