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Manca solo la Giornata del Koala (forse): la saturazione delle cause da ricordare

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Un tempo si cercavano sul calendario (magari quello del simpaticissimo Frate Indovino) gli onomastici dei parenti ed amici o, al massimo, quando finisse il Carnevale. Oggi, invece, veniamo quotidianamente informati dal telefonino e dal pc che ricorre la Giornata Mondiale di questo o di quello. Ogni giorno si celebra qualcosa ed ogni giorno si spendono soldi pubblici per celebrare qualcosa. Viene persino il dubbio se non si stia cercando di rimpiazzare il calendario di 365 giorni con un altro che, avendone di più, permetta di celebrare imperdibili ricorrenze mondiali con più agio e senza sovrapporle tra loro. È un dato certo che non bastino più le ricorrenze nazionali ed internazionali per attirare l’attenzione del pubblico su tematiche che si ritengono indifferibili. Andiamo dalla giornata internazionale del castoro a quella che celebra i coltivatori di banane, con una stupefacente varietà d’interessi e motivazioni sociali, debitamente festeggiate con convegni, spettacoli, simposi e commissioni apposite.

Il fatto è che nella società attuale, l’estrema frammentazione delle istanze popolari (?) sembra richiedere celebrazioni per tutto. A tutti vengono, in qualche modo, proposte e/o imposte necessità di prestare attenzione ad un’immensa congerie di materie disparate e slegate tra loro da lasciare stupefatti. Se, fino a non troppi anni fa, bastava occuparci dei fatti nostri e, al massimo, di quelli che la nostra coscienza etica, sociale, religiosa ci proponeva, oggi sembra non bastare più affatto. È in atto un processo di progressiva sensibilizzazione globale verso ogni tematica, anche distante dalle persone alle quali viene proposta, che assomiglia sempre più ad un codice di comportamento morale generale, mai scritto e mai studiato a fondo. Le ricadute, in termini sociologici, di tale abbuffata di sempre nuove cause da sostenere sono molteplici, e ne esamineremo le più eclatanti.

Appare prioritario considerare che, in materia di etica, un’eccessiva diffusione degli adepti è già, di per sé, una contraddizione in termini. Accade come allo stadio: se poche persone si alzano in piedi per vedere meglio ciò che accade sul campo, nel momento in cui tutte le restanti persone sugli spalti facciano lo stesso, si ritorna al punto di partenza. Se si cerca di convincere tutti, non si convince alcuno. Per quanto le norme della buona società civile (così etichettata da chi?) dovrebbero essere parte integrante del comportamento quotidiano di tutti, nel momento in cui qualcuno cerchi d’attirare l’attenzione su tematiche rimaste nell’ombra, i casi sono due (tertium non datur):

  • o l’opera di sensibilizzazione riesce, ed allora, dopo qualche anno al massimo, non sarà più necessario puntare i riflettori su tali settori sottratti all’ombra dal faro del movimento
  • o, per usare termini terra-terra, alla gente non importa un granché di tali proposte di sensibilizzazione collettiva e quindi sarà stato tempo perso e sarà meglio desistere.

In entrambi i casi, dunque, le campagne sociali hanno una scadenza precisa o, perlomeno, dovrebbero prevedere una valutazione costante dei risultati pratici ottenuti, con la conseguente decisione se protrarle o meno. Accade invero ben altro fenomeno, che poco ha anche fare con etica, morale, miglioramento sociale. Ciò che si propone oggi all’opinione internazionale (perché dell’ambito nazionale non importa più ad alcuno) nasce puntualmente da qualche riunione, perlopiù conviviale o, come si diceva una volta, con le gambe sotto al tavolo, e diventa una specie di associazione di proponenti qualcosa che, perlopiù, dovranno realizzare altri. Difficile sottrarsi alla logica perversa di tale forma di associazionismo anche e soprattutto nel campo del cosiddetto no profit. Se esaminate nella loro genesi, la maggior parte delle istanze sociali propagandate da questo o quel gruppo, traggono origine da un fermento fondante di poche persone che intendevano amplificare un messaggio col megafono delle masse, e fin qui tutto abbastanza normale e scontato. Ma che dire di certe campagne “sociali” che danno per scontata questa o quella verità fattuale, per cui, guarda caso, bisogna combattere contro qualcuno o qualcosa che di tale “verità” sarebbe nemico? Ci accorgiamo o no che la quasi totalità dei movimenti organizzati si propongono di abbattere una parte del (se non tutto il) sistema esistente? Quanta parte rimane indirizzata, nei propositi degli organizzatori, alla costruzione di qualcosa di nuovo o qualcosa di davvero utile? Poca, ed in ogni caso, subordinata all’abbattimento di qualche ostacolo apoditticamente ritenuto tale. Sorge quindi, spontaneo, il dubbio che tanta solidarietà movimentista e tanti buoni propositi siano mezzi di lotta sociale e desiderio di sostituirsi a qualcun’altro che non ci piace (alla faccia del pluralismo).

Perché, diciamolo senza giri di parole, un’enorme percentuale degli aderenti ad un movimento d’opinione non andrà certo a verificare preventivamente le ragioni, e soprattutto i fatti incontrovertibili, che stanno alla base dello stesso. Si aderisce per “opportunità sociale”, per noia, e talvolta per desiderio di averne qualche beneficio personale. Tutto ciò avviene secondo uno schema metodologico del tutto errato, in quanto si ritiene vero e dimostrato ciò che i fondatori asseriscono in materia di “cose sbagliate da cancellare” e su ciò difficilmente s’accetta il contraddittorio, limitandosi, semmai, ad elencare i pretesi punti deboli degli schemi che si vorrebbero combattere. Uno strano metodo, insomma, che poco eredita dello schematico e ferreo ragionamento scientifico, basato su assunti dimostrati, sperimentati e pubblicati; altrettanto poco sembrerebbe attingere dalla paziente osservazione ed annotazione dei fenomeni sociali che costituiscono la base, indispensabile come le fondamenta, del ragionamento sociologico.

Se poi si parli di dogmi, a ciò dovrebbero bastare ed avanzare le religioni e, qui da noi, non si può dire che non possano essere espresse pienamente, coi loro riti, nel bene e nel male quand’anche non cadano nel ridicolo. Se si parla di religione, il discorso cambia, ma non è questo il caso.

In pratica, assistiamo alla fioritura incontrollata ed ormai incontrollabile, delle opinioni personali propagandate acriticamente dagli associati frettolosi e sempre a caccia di nuovi simboli da sfoggiare. Tutto ciò, senza minimamente reputare opportuna la necessità di spiegare a se stessi le ragioni fondanti di quel pensiero fattosi movimento. Non è richiesto, tutto qui. Un movimento d’opinione, e financo un partito, ormai non lo si nega a nessuno, in nome di una democrazia che, perlomeno finora, dovrebbe essere indiretta e mediata, verso una forma di “governo di tutti” che porterebbe certamente alla catastrofe sociale.

Rovescio della medaglia: accade talvolta che un movimento, magari nato dalla “giornata del koala” inventata da chissà chi, si dimostri basato su ipotesi addirittura risibili e/o dannose. ma poco importa, ai frettolosi seguaci ed ai loro coordinatori: se rischieranno di fare figure barbine, il movimento cambierà rotta, bersagli, e magari anche il nome e simbolo. Abbiamo messo assieme tanta gente (il criterio quantitativo prevale di gran lunga su quello qualitativo)? Ebbene, se le cose si metteranno male, faremo dire loro altre cose. Tanto, noi siamo i fondatori ed il Marchese del Grillo docet: “Io sò io e voi…”

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Roberto Ezio Pozzo


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