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Macron e Merkel ballano con Xi, ma senza aderire (per ora) alla Via della Seta. A inseguirli l’Italia ha solo da perderci

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Ieri a Parigi il presidente cinese Xi Jinping ha incontrato i leader dell’Unione europea: la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, affiancati dal loro segretario Jean-Claude Juncker. Si è svolto, di fatto, un summit Ue-Cina. All’Eliseo. Una vivida dimostrazione di cosa significhi il rilancio dell’Ue a guida franco-tedesca sancito con il Trattato di Aquisgrana. L’Ue, come ha di recente spiegato lo stesso Macron in prima serata sulla tv pubblica italiana, è innanzitutto affare di Francia e Germania. Certo, non mancano divergenze, diversità di vedute anche importanti tra Parigi e Berlino, ma spetta a loro fare la sintesi, trovare la quadra, e farne la posizione di tutta l’Unione.

Il summit a quattro di Parigi è l’ennesima mossa furbastra di Macron, un modo per far capire al leader cinese che parlando alla Francia, parla all’Europa. Poco importa se il tentativo di rappresentare un fronte Ue unito sotto le insegne franco-tedesche sia andato a segno, probabilmente il presidente Xi non l’ha bevuta, ma quel che conta è che, come vedremo più avanti, sia stato al gioco.

In Italia ha suscitato un certo stupore l’accordo per la vendita a Pechino di 300 Airbus, per un valore di circa 30 miliardi, portato a casa da Macron il giorno prima. Ma come, ci fanno la morale e poi fanno affari con i cinesi anche più miliardari dei nostri? Criticano noi per aver firmato un generico memorandum e poi firmano con Pechino accordi da decine di miliardi? Possibile che ancora non si comprenda – o forse si finge di non comprendere – quale sia il punto? La contraddizione che molti ravvisano non c’è. Non è mai stato un problema di business, di quali e quanti contratti, ma della nostra adesione al disegno geopolitico di Pechino, che passa attraverso un progetto infrastrutturale dai contorni ancora opachi, che comprende le telecomunicazioni e che altrove ha rivelato logiche predatorie. E il passo falso dell’Italia non sta nella mancanza di rispetto delle gerarchie europee, ma nell’aver tradito la fiducia dell’alleato Usa nel momento del suo e nostro maggior bisogno.

Soddisfatti per i 2,5 miliardi di accordi siglati, rassicurati dai “paletti” posti dal presidente Mattarella e dall’ombrello che il Quirinale ha aperto sull’intera operazione, il brindisi ci è andato di traverso quando abbiamo scoperto l’ovvio: gli altri non hanno aderito alla BRI (non ancora), eppure ciò non gli ha impedito di concludere accordi ben più sostanziosi dei nostri. Allora era possibile? Sì, non è difficile da capire: gli affari sono affari, ma i nostri, inseriti con la firma del MoU nella cornice politico-simbolica della nuova Via della Seta, hanno assunto un valore politico che va ben oltre la mera convenienza e partnership economica. Insomma, si potevano fare affari anche di dimensioni maggiori, ma senza legittimare un disegno geopolitico antagonista di quello Usa, come avevano avvertito a Washington.

La realtà è che firmando il MoU l’Italia non ha bruciato sul tempo Francia e Germania, ha semplicemente certificato di giocare in un campionato diverso, di serie B, insieme a tutti quei Paesi europei che avevano già firmato. Se le minori dimensioni economiche e geopolitiche di questi Paesi hanno permesso loro di firmare il MoU senza strappi, noi ci siamo declassati da soli, non calcolando che nonostante il nostro diminuito status nell’Ue, ospitiamo ancora numerose basi Usa e Nato, siamo pur sempre una economia del G7 e rappresentiamo, per evidenti ragioni storiche, culturali e geografiche, il “terminal” ideale, quasi obbligato, senza il quale di Via della Seta non si può nemmeno parlare in modo credibile.

È importante però distinguere tra la contrarietà alla firma espressa dalla Casa Bianca, sulla base di preoccupazioni più che fondate, e i rimbrotti un po’ ipocriti e interessati giunti da Macron e, in misura minore, dalla Merkel. Questi, riuniti a Parigi con il presidente Xi, non hanno escluso un sì alla nuova Via della Seta, hanno solo posto a Pechino la condizione che ci sia “un’agenda comune tra Cina e Unione europea”. Insomma, un maggiore coinvolgimento, condivisione dei progetti e parità di condizioni. Quindi, siamo stati bacchettati da Parigi e Berlino non per gli stessi motivi di Washington – perché aderendo alla BRI avremmo rotto una sorta di “fronte occidentale unito” contro la sfida geopolitica della Cina e alleggerito la pressione sul presidente Xi in una fase cruciale del negoziato commerciale – e nemmeno perché francesi e tedeschi fossero invidiosi e preoccupati di perdere affari e commesse (come d’altra parte dimostrano gli accordi conclusi da Macron e Xi a Parigi), ma perché le danze europee con Pechino vogliono condurle loro, sia nei contenuti che nei tempi. Tant’è che Macron e Xi si sono soffermati sulla possibilità di sviluppare “singoli progetti in Paesi terzi lungo la Via della Seta”, ma senza per il momento un’adesione francese al piano complessivo.

Non lo ammetteranno mai, ma se oggi l’Ue sta fissando qualche paletto e alzando qualche “muretto” allo shopping cinese, è anche per effetto del confronto aperto due anni fa dall’amministrazione Trump a suon di dazi. Il rischio, infatti, che un accordo tra le due superpotenze possa lasciare l’Europa ai margini, e in balìa delle scorrettezze cinesi, deve aver aperto gli occhi e costretto gli europei a cercare, seppur tardivamente, di correre ai ripari, sforzandosi di esprimere un approccio unitario con Pechino. Il commercio con la Cina è “asimmetrico”, “sbilanciato”. La competizione “non è equa”. Le società cinesi possono gareggiare per i nostri appalti pubblici, ma le nostre in Cina no. “Chiediamo reciprocità”. Le ricordate? Sono le parole con le quali un paio d’anni fa il presidente Trump si è attirato gli strali dei leader europei per vilipendio di globalizzazione e apologia di protezionismo, mentre accoglievano il presidente Xi a Davos come il difensore dell’ordine liberale. Ebbene, sono state pronunciate identiche, proprio in questi giorni, anche dal presidente Macron, dalla cancelliera Merkel e dal presidente Juncker.

Se come affermato dal presidente francese “il tempo dell’ingenuità europea con la Cina è finito”, se c’è “condivisione strategica”, d’altra parte le misure per contrastare le pratiche commerciali scorrette cinesi – per esempio il nuovo meccanismo di screening degli investimenti esteri e l’alleggerimento delle regole antitrust per favorire la creazione di campioni industriali europei – sono ancora incomplete, insufficienti, incerte. E soprattutto, ancora affidate alla discrezionalità degli stati nazionali. Sul delicatissimo nodo della rete 5G, la Commissione europea non ha raccomandato la messa al bando della cinese Huawei, ma rimandato agli stati membri ogni decisione, ricordando che resta ad essi la possibilità di bloccare l’accesso al mercato di un’impresa per ragioni di sicurezza, limitandosi a invitarli a valutare la sicurezza delle proprie infrastrutture entro fine giugno e a fissare un percorso per la definizione di standard minimi Ue a fine anno. Sospetta la soddisfazione con cui la stessa Huawei ha accolto “l’approccio obiettivo e proporzionato delle raccomandazioni” della Commissione. Il problema con Huawei e il 5G è che la tecnologia cinese è così avanzata che c’è da dubitare fortemente che i governi europei siano persino in grado di immaginare degli standard di sicurezza che ci mettano al riparo da spionaggio e cyberattacchi. Se non sappiamo cosa sono in grado di fare i cinesi con i loro chip, come possiamo fissare dei criteri?

Se, quindi, l’approccio Ue nei confronti di Pechino è ancora confuso e ondivago, se i leader europei oscillano, persino in uno stesso discorso, tra il definire la Cina un “rivale sistemico” e considerarla un “partner strategico”, quasi un ossimoro, nelle intenzioni di Macron e Merkel c’è un’Europa che si muove svincolata, se non contro gli Stati Uniti. Anche sul dossier Cina. Un approccio che presenta molti rischi.

Come il governo di Roma, anche Parigi, con i suoi accordi, ha fatto geopolitica, non esattamente in un senso apprezzato da Washington, ma senza esporsi e aderire alla BRI. Il contratto per i 300 Airbus, palese sfida all’americana Boeing, aumenta la pressione su Trump, che ha promesso agli americani un accordo con la Cina capace di riequilibrare la bilancia commerciale. Nelle dichiarazioni di Macron e Xi non sono mancati passaggi dalle forti implicazioni geopolitiche – non inferiori a quelle della firma italiana del MoU. “Siamo d’accordo sulla necessità di costruire insieme un multilateralismo forte per la pace e la sicurezza mondiale”, ha sottolineato il presidente francese, sulla necessità di un “forte partenariato eurocinese“, con un’agenda basata sulla “fiducia strategica“. La visita di stato del presidente cinese, ha scritto Macron su Twitter, “arriva in un momento in cui per l’Unione europea è l’ora della scelta. In un momento in cui gli equilibri del mondo contemporaneo vengono scossi. Cina e Francia hanno una responsabilità: costruire l’equilibrio di domani“. D’altra parte, quando Xi ha osservato che “un’Europa unita e prospera è conforme alla nostra visione di un mondo multipolare“, ha voluto solleticare le ambizioni del presidente francese, ma in realtà la leadership di Pechino gioca da anni al divide et impera nella Ue e vede il mondo nei termini di una rivalità bipolare con gli Usa.

Ma allora, che ha fatto di male l’Italia? Essendo ormai esclusi dal direttorio alla guida dell’Ue, e in terza o quarta fila nei rapporti commerciali ed economici con la Cina, è un errore giocare la stessa partita di Parigi e Berlino, addirittura tentando di scavalcarli nell’abbraccio con Pechino e nelle tensioni con Washington. Finiamo pateticamente per certificare la nostra subalternità, come dimostrano le cassette di arance a fronte degli Airbus franco-tedeschi. Non è la firma di un memorandum politico con Pechino che può aiutarci a colmare o a ridurre il gap: si fosse trattato solo di uno sgarbo a francesi e tedeschi, ma il guaio è che sulla Via della Seta, per pochi spicci abbiamo probabilmente bruciato un rapporto pieno di opportunità con l’America di Trump, per noi tanto più prezioso quanto più fatichiamo a contare e a farci ascoltare in questa Ue.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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