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Ma non sarà che dai partiti pretendiamo troppo, fraintendendo la loro funzione?

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Scrivo questo pezzo in una fredda sera qualunque di gennaio, dopo una giornata in cui ho seguito le notizie dall’Italia e dal mondo, tra le quali quella che riporta la diffusione crescente di un nuovo tremendo virus ed a poche ore di distanza da un devastante terremoto in Turchia che ha
mietuto molte vittime. Oggi era, tuttavia, l’ultima giornata di comizi prima del silenzio che precede per norma le elezioni regionali in Emilia Romagna ed ho quindi seguito parecchia politica, da ambo le provenienze.

Quando tante notizie di così disparata specie e diverso tenore si compongono sullo schermo del mio computer, non riesco a non pensare che stiamo dando troppa importanza ad una forma di politica che sta diventando un mostro. Mi riferisco alla pericolosa commistione tra morale, etica, opportunità sociale e politica dei partiti. Non riesco ancora a capacitarmi di quanto si pretenda dagli esponenti di un partito, che semplicemente e giustamente, mirano a governare, che gli stessi siano anche portavoce di valori etici e morali che si attengano ad una linea di condotta sovraordinata, che più afferisce, semmai, alla religione o perlomeno al personale credo di ciascuno e sempre meno alla programmazione di un buon vivere civile, soglia estrema che mai dovrebbero oltrepassare i partiti. Vogliamo buoni governanti o maestri di vita? Normalmente, dovrebbero bastare ed avanzare i primi. Tanto si parla di libertà d’opinione e del rifiuto, categoricamente proclamato dai più, di mandare il cervello all’ammasso e poi che facciamo coi politici? Pretendiamo che s’ispirino a principi superiori, guarda caso, i nostri. Ma perché? In questo bizzarro e feroce Paese nemmeno i partiti storici hanno saputo sopravvivere e vorremmo che le formazioni politiche associate, perché di questo si tratta ormai, avessero quelle basi comuni che si riscontravano all’epoca della DC del PCI del PSI. Continuiamo a disquisire del centrodestra e del centrosinistra quando la destra non è più quella, men che mai la sinistra, ed il centro non esiste proprio più. Siamo maledettamente confusi nelle idee e persino riusciamo a stupirci che si transiti con moto ondivago da una parte all’altra dell’emiciclo del Parlamento, senza minimamente considerare che di coesive basi comuni, in ambo gli schieramenti, se ne possono trovare sempre meno. Dove manchi il collante dell’ideologia di fondo, difficilmente si potrà prevedere una forte identità di gruppo, che sappia rimediare alle inevitabili crisi esterne ed interne che colpiscono non soltanto i partiti, ma pure le associazioni e persino le coppie. Si passa da un partito all’altro perché in quel partito si era entrati a casaccio, punto. Non si venga poi a piagnucolare, come fanno alcuni, perché estromessi (per qualsivoglia ragione giusta o sbagliata) dal partito. È la prova provata che in quel partito l’estromesso, lo ripeto: a ragione o a torto, non doveva manco entrarvi.

Perché un partito, e sembrerebbe che molti lo stiano dimenticando, ha una solo finalità: governare, prima o poi. Un partito non è né potrebbe mai essere una enclave di sognatori o un gruppo di preghiera di ferventi fedeli. Ciò è del tutto evidente soprattutto in questi tempi di estrema frammentazione delle correnti e di polverizzazione delle ideologie. Non mi si venga a raccontare che è possibile, nel 2020, trovare due soli esponenti dello stesso partito che la pensino in modo esattamente sovrapponibile. Non ci crederei e, soprattutto, non ci cascherei. Qualcuno, non molti anni fa, ebbe la pensata di fondare il partito non partito, ossia il Movimento 5 Stelle, proprio per ovviare a questo. Fermi tutti. Quel qualcuno (Giuseppe Grillo) ha, intanto e da subito, monetizzato gli show nei quali proponeva tale geniale soluzione e qualcun’altro (Gian Roberto Casaleggio) dal taglio spiccatamente manageriale, si è subito offerto di fornire l’infrastruttura che doveva essere soltanto tecnica organizzativa, per poi rivelarsi subito con funzioni direttive e d’indirizzo generale. Bene, benissimo. Piaceva quello ed i tanti che li hanno votati hanno fatto bene a votarli. Ma oggi scappano quasi tutti, ossia tutti quelli che non devono mantenere la confortevole carica elettiva romana o locale. Era quella la strada da percorrere per ridare appeal e smalto alla politica con l’ossimoro della proposta apartitica? No di certo, e tutti sanno pure il perché, ossia perché il M5S partito lo è diventato ben presto (e pure rappresentato in Parlamento) e per la comune e spesso inconfessata appartenenza ideologica, orientata a sinistra, dei suoi sostenitori. In Italia, senza il PCI ed i suoi eredi (che comunque, una piccola falce e martello la sfoggiano volentieri) non si può fare politica di sinistra. Prima o poi il Pd se li pappa, senza tanti complimenti, come ha sempre saputo fare finora e come dimostra ogni giorno sentendosi loro i padri nobili della sinistra e trattando gli attuali alleati di governo come subalterni. Se i pentastellati, per adesso ancora grillini, possono stare in Parlamento senza essere formalmente un partito, è soltanto perché la nostra Costituzione non prevedeva che sarebbero sorti partiti che non volessero essere definiti tali e, quindi, non vieta di eleggere formazioni di quel genere, anche se sarebbe il caso di assoggettare il Movimento in questione all’obbligo di costituirsi formalmente in partito, perlomeno per equità.

Siamo dunque di fronte ad un popolo di aspiranti attivisti delusi dai partiti e dai pretesi anti-partiti? Probabilmente sì. Forse proprio per tal motivo, non riconoscendosi in linee programmatiche condivise ed in qualche modo imposte da un forte partito, oggi gli attivisti sembrano più interessati a proclamarsi seguaci di grandi concetti ideali (accoglienza, inclusività, ecologia, populismo, sovranismo) che poi, tradotti in soldoni restano parole vuote. Molti sembrano preferire, anche in questi ultimi giorni di forsennata campagna elettorale, essere definiti progressisti più che aderenti al Pd o, sull’altra sponda, sovranisti più che leghisti. Il partito serve ma non li ama. Ma, piaccia o no, si votano i partiti e chi vincerà tra quelle coalizioni di partiti governerà quella Regione, e magari anche l’intera Italia. Dei grandi ideali “non schierati” o “diversificati” i veri partiti se ne faranno un baffo, una volta al potere. Se onesti e coerenti come speriamo tutti, andranno nella stessa direzione di quando entrambi hanno governato e ciascuno voterà per quel tipo di governo, tutto qui. Questo conta, il resto sono chiacchiere. Perché senza un partito vero e proprio, la politica rimane discorso da bar.

Possiamo quindi dire che pretendiamo dai partiti che s’occupino di questioni etiche e morali, sulle quali sarebbe, invece, doveroso lasciare libertà di pensiero individuale agli iscritti, come si faceva una volta, e non c’interessiamo minimamente di valutare la capacità di un politico ma ne scandagliamo le opinioni personalissime e le vicende familiari. Destra e sinistra sembrano assai scolorite ed ampiamente frammischiate tra loro, con evidente disagio bilaterale, e sempre meno collocabili a destra o sinistra dal punto di vista del riferimento storico e culturale che nettamente li differenziava. Ciò nonostante, ancora blateriamo di centrodestra e centrosinistra. Una situazione incerta, illogica, poco coraggiosa e, francamente, talvolta anche poco dignitosa. E le sardine dove le mettiamo? I saccenti e poco rispettosi pesciolini, finiranno presto in pancia di ben più scafati predatori. In politica comandano ancora i partiti.

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Roberto Ezio Pozzo


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