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L’unica disuguaglianza reale è quella generazionale. E l’unica ricetta è più libertà

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Chi scrive compirà ventisei anni domani (venerdì 17), quindi è probabile che la sua visione su quanto sta per essere raccontato sia “biased” (di parte). Ciò nonostante, ritiene necessario lanciare questo grido d’aiuto per raccogliere sostegno verso i più sfortunati. Sia chiaro che l’intento non è fare del vittimismo, anzi il messaggio che vuole far passare è un invito a darsi da fare perché, nonostante tutto – e questo “tutto”, come vedremo, ha un nome preciso –, il “mercato” offre tantissime opportunità per uscire dalla situazione attuale.

Si fa tanto parlare di disuguaglianze: c’è chi ci racconta quotidianamente che il capitalismo è cattivo perché le aumenta o che gli uomini lo sono perché guadagnerebbero più delle donne. In realtà, entrambe queste affermazioni sono false o, quantomeno, mal formulate. È vero che il libero mercato permette a chi è più bravo di soddisfare le domande altrui di essere adeguatamente ricompensato, diventando milionario o addirittura miliardario, mentre il reddito di molti altri cresce più modestamente. Ma il punto del capitalismo è proprio questo: è l’unico sistema che permette a chiunque di migliorare le proprie condizioni. Preferireste vivere in un sistema completamente egualitario dove tutti, supponiamo, hanno un reddito di 10 mila euro, o in un sistema dinamico in cui le differenze di reddito sono elevatissime, ma dove anche chi è nella fascia più bassa ha la possibilità di guadagnare ben più di 10 mila euro? Per quanto riguarda le differenze di genere, invece, è questione di saper leggere i dati e non interpretarli come si vuole per lanciare un messaggio politico: le differenze, infatti, emergono perlopiù perché chi le studia non tiene conto del fatto che, semplicemente, la percentuale di persone di sesso opposto per la medesima occupazione è diverso. Molto spesso, dunque, le diseguaglianze son dovute semplicemente al fatto che gli uomini, più delle donne, decidono di perseguire carriere in campi come la medicina e l’ingegneria, dove la remunerazione è maggiore, o la libera professione che è più dinamica del lavoro dipendente.

Volendo parlare di disuguaglianze, dunque, ci si dovrebbe soffermare solo su quelle reali, concrete: un caso, forse il più lampante, è la disparità intergenerazionale. Chi oggi ha meno di trentacinque anni, negli ultimi 12 – cioè quelli in cui ci si è cominciati ad affacciare al mondo del lavoro, una volta usciti da scuola – ha vissuto due o tre terribili crisi economiche che, assieme ad altri fattori, hanno influito pesantemente sul reddito e sulle opportunità professionali. Chi oggi ha meno di trentacinque anni non ha, dunque, quella sicurezza finanziaria che le generazioni prima di lui hanno avuto: i risparmi sono risibili, gli investimenti quasi inesistenti, l’indipendenza – fosse anche solo potersi permettere un piccolo appartamento in qualche paesello di provincia, magari senza indebitarsi con un mutuo da ripagare per tutta la vita – è una chimera.

Questa situazione può essere vista attraverso due chiavi di lettura completamente differenti. La prima, errata come ogni ipotesi storicista, vorrebbe farci credere che siamo in qualche sorta di “late stage capitalism” in cui, per l’appunto, il libero mercato starebbe mostrando tutte le sue assurdità, contraddizioni e ingiustizie e che il prossimo passo sarebbe abbandonarci completamente alla salvezza promessa dal socialismo: una visione confutata più volte sia in teoria che in pratica, sulla pelle di decine di milioni di persone. La seconda, invece, impone una riflessione un po’ più profonda delle cause della situazione attuale. Da un’attenta analisi storica, economica e politica, emerge, infatti, un fenomeno che ha costantemente interessato l’intero ultimo secolo, ma si è acutizzato specialmente negli ultimi decenni: la bulimia della politica.

Crisi dopo crisi, ma anche boom dopo boom, tutti i governi occidentali, seppur in proporzioni diverse, hanno costantemente ampliato il perimetro dello Stato, intervenendo sempre di più per rimediare a supposti fallimenti del mercato o far fronte a sfide che, secondo loro (a proposito di bias), necessitavano l’intervento pubblico. Leggi, regolamentazioni, tasse e burocrazia sono, nel corso degli anni, cresciute a dismisura: avviare un’attività o assumere una persona costa ora molto di più, sia in termini monetari che non, che in passato. Questo è il motivo per cui, anche in momenti di generale prosperità, la disoccupazione e l’inattività giovanile rimangono molto alte e, in certi Paesi più che in altri (a seconda di difficoltà e barriere), non si assiste quasi più ad innovazioni o imprese di successo lanciate dai più giovani. Un altro aspetto da considerare è, inoltre, l’innalzamento dell’età dell’obbligo scolastico: più tardi si esce da scuola, più tardi – e più impreparati alla vita reale – ci si ritrova a dover fare i conti con possibilità economiche limitate. Va considerata poi anche la facilità con cui si può frequentare l’università e conseguire una laurea: non legare l’ammissione agli atenei a criteri di mercato – specialmente dove queste istituzioni sono pubbliche – ha fatto sì che un numero enorme di persone potessero conseguire una laurea triennale o anche magistrale. Un fenomeno il cui effetto è stato la totale svalutazione del “valore” di questi titoli di studio: se ce l’hanno tutti, è come se non ce l’avesse nessuno e non fa alcuna differenza nel momento in cui ci si addentra nel mondo del lavoro. Per di più, come già accennato, più anni si passano a scuola, più si viene preparati ad affrontare sfide che nel mondo reale non esistono: l’insegnamento scolastico, completamente teorico e avulso dalla realtà, sarà anche ottimo per preparare agli esami, ma non prepara in nessun modo ad affrontare le sfide che il futuro pone di fronte, qualunque sia il titolo di studio conseguito.

Purtroppo, per chi è in questa situazione – che per molti è veramente disperata – è più semplice dar retta a chi racconta la storia più semplice e che, di tanto in tanto sembra schierarsi con loro anche su questioni marginali (i giovani sono, per forza di cose, più progressisti delle generazioni più anziane e conservatrici). Ciò spiega perfettamente perché la maggioranza degli under 35, pressoché in qualunque Paese, sostiene partiti e candidati politici di estrema sinistra, come il Labour Party (in particolar modo con Corbyn) nel Regno Unito, il Democratic Party di Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez negli Stati Uniti, Podemos in Spagna, il M5S in Italia, ecc. che promettono la qualunque e il paradiso socialista. L’alternativa, viste le terribili condizioni di partenza create da 100 anni di bulimia della politica, è estremamente più complicata e, per molti, materialmente impossibile da percorrere.

Quello di cui i millenials hanno bisogno è libertà: una libertà che, bisogna metterselo in testa, non verrà mai dalla politica. Una libertà che, oggi più che mai, bisogna conquistarsi con le unghie e con i denti e che è messa a disposizione solo da un sistema, quello capitalista, che permette a chiunque di dar prova della propria creatività, delle proprie abilità ed emergere. Il continuo progresso scientifico e tecnologico, ottenuto da tanti piccoli e grandi imprenditori, nonostante le grinfie statali, permette anche ai meno sfortunati di “tentare la fortuna” e uscire dal pantano in cui la bulimia politica li ha completamente sommersi. La speranza di chi lancia questo grido d’aiuto è che chi, per età o altri motivi, non è affetto da questa situazione possa sostenere, anche solo moralmente, i giovani più in difficoltà e mostrargli che, pur con tanta fatica, si possono superare gli ostacoli posti dalla bulimia statale. Ora più che mai, ne hanno tremendo bisogno.

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Davide Maramotti


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