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L’ultimo delirio politicamente corretto: NBA accusata di razzismo. Barkley (ex campione, nero): “stronzate”

Matteo Cassol di Matteo Cassol, in Esteri, Quotidiano, del

Per il New York Times e per altri fini (de)pensatori, l’Nba (come la Nfl) avrebbe un problema di diversità. Ossia, traducendo dalla nonlingua politicamente corretta, un problema di razzismo. Se proprio volessimo adottare l’allucinato e discriminatorio punto di vista di chi ha sollevato la polemica, che ci siano disparità etnico-cromatiche nella pallacanestro professionistica americana è innegabile: i giocatori neri infatti sono l’80 per cento del totale, a fronte di un’incidenza di nemmeno il 13 per cento nell’intera popolazione. Quindi i neri sono sovrarappresentati? Quindi i bianchi sono penalizzati? No. Per il Times (ma anche, per esempio, per l’analista nero di Espn Stephen A. Smith, che ha parlato di white privilege) il problema è che i Brooklyn Nets hanno ingaggiato come allenatore un bianco, anziché confermare l’allenatore ad interim nero (che peraltro, dopo aver temporaneamente sostituito un bianco licenziato, è stato mantenuto nel ruolo di primo assistente allenatore, quello per il quale era stato assunto, divenendo per giunta l’assistente allenatore più pagato della lega).  

Per il Times e per gli altri non conta che l’allenatore ingaggiato sia Steve Nash, uno dei più grandi e carismatici e tattici giocatori della storia nonostante un fisico assolutamente normale (il che significa che le sue capacità cestistiche erano quasi esclusivamente tecniche, strategiche e mentali, il che significa che probabilmente sarà un grande allenatore). Non conta che Nash fosse stato corteggiato invano da tempo e che il fatto che sia stato convinto a sedersi in panchina rappresenti un colpo colossale. Non conta che Nash abbia una reputazione tale da essere uno dei pochi in grado di ottenere immediatamente rispetto e attenzione da parte dei più grandi campioni in attività (due dei quali, Kevin Durant e Kyrie Irving, militano proprio nei Nets). Per il Times e per i suoi simili conta solo che sia stato assunto un bianco. Per il Times, che si è preso la briga di descrivere lombrosianamente tutti gli allenatori in attività sulla base del loro aspetto, del loro colore e della loro discendenza, il problema è che gli allenatori bianchi sarebbero in (lieve) maggioranza. Il Times cita en passant il dato dell’80 per cento di giocatori neri (percentuale analoga a quella nella Nfl, riguardo alla quale il giornale nelle scorse settimane aveva sollevato la stessa polemica sugli allenatori bianchi), senza accorgersi che quel dato basterebbe a far cestinare il pezzo di “denuncia” a qualunque editor degno di questo nome, perché quel dato confuta che lo sport americano abbia un problema di razzismo (anzi, eventualmente solleverebbe il problema del razzismo nei confronti dei bianchi, immaginando – cosa che ben ci si dovrebbe guardare dal fare – di sposare il punto di vista sminuente e discriminatorio del presunto antirazzismo regressista “progressista”). Niente da fare, invece. 

L’Nba è così razzista da avere tra i quindici giocatori più pagati quindici giocatori neri. L’Nba è così razzista da aver consentito ai giocatori afroamericani, completamente egemoni, di fermare i playoff, la parte cruciale del campionato appena ripreso, dopo il caso del nero ferito da un poliziotto durante un movimentato arresto in Wisconsin. L’Nba è così razzista da consentire (o meglio, “suggerire”) a tutte le squadre di inginocchiarsi indossando maglie “Black Lives Matter” prima delle partite. L’Nba è così razzista da aver sostituito i nomi dei giocatori sulle canottiere con slogan contro il razzismo. 

L’Nba, a causa del Covid, sta giocando le sue partite in una “bolla” senza contatti con l’esterno in Florida, ma a essere chiusi in una bolla senza contatti con la realtà sembrano più che altro essere il Times e i suoi fratelli, che ignorano o fingono di ignorare che i fan dell’Nba non solo non considerano il colore della pelle di un giocatore, ma nemmeno lo vedono. I fan dell’Nba vedono solo quanto un giocatore sia forte e quanto sia talentuoso, oppure quanto sia “scarso”. Allo stesso modo, nessuna squadra (per ora, perché di questo passo potrebbe finire per essere costretta dai “benpensanti”) sceglie né avrebbe motivo di scegliere un allenatore sulla base della profilazione razziale, nessuna squadra rinuncerebbe a un bravo allenatore solo perché è nero né ne assumerebbe uno meno bravo solo perché è bianco. La verità è che le società ingaggiano i giocatori (quasi tutti neri) e gli allenatori che ritengono migliori (alcuni bianchi e alcuni neri) senza considerazioni deviate di altro tipo. 

A rigettare le accuse mosse da Stephen A. Smith (che, come il Times, ha citato come “prova” l’assenza di esperienza in panchina di Nash, sostenendo che a un brother non sarebbe mai concesso di diventare direttamente capo allenatore) ci ha pensato l’ex campione e attuale analista Charles Barkley (un nero, tocca specificare): “Sono rimasto molto deluso – ha detto Barkley a Inside the Nba su Tnt – dal fatto che alcuni abbiano parlato di white privilege. Molto deluso. Dicono che cose del genere non accadono ai neri. Ma è successo a Doc Rivers. È successo a Jason Kidd. È successo a Derek Fisher”. Dei sedici allenatori che dal 1978-79 sono stati assunti nell’Nba senza aver avuto alcuna esperienza precedente, ben nove erano neri. “Quando hai una responsabilità – ha aggiunto l’ex cestista – specialmente quando devi parlare di qualcosa di serio come la razza, non puoi dire stronzate. Devi essere onesto e corretto”.

Matteo Cassol

Matteo Cassol


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