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Londra resterà hub finanziario nel mondo post-Brexit e post-pandemia. Parla Andy Silvester

Avatar di Arianna Capuani, in Esteri, Quotidiano, del

Londra è una delle città più internazionali del pianeta, con oltre trecento lingue parlate oltre all’inglese e un 37 per cento dei suoi oltre otto milioni di abitanti nati al di fuori del Regno Unito. Primo hub finanziario d’Europa, al momento subisce l’impatto del lockdown imposto dalla pandemia del coronavirus. Abbiamo chiesto ad Andy Silvester, vicedirettore del quotidiano City AM, di spiegarci le sfide presenti e future della capitale britannica.

ARIANNA CAPUANI: Come pensi che stia reagendo Londra alla crisi del coronavirus?
ANDY SILVESTER: Londra come città è sempre stata capace di reagire alle avversità. Credo che si tratti di una crisi senza precedenti, e nonostante ciò continuiamo ad avere questa romantica convinzione che, avendo resistito al blitz, ce la faremo a superare tutto, ma un virus non è veramente un nemico in carne e ossa da combattere, e quindi tutto ciò che possiamo fare è restare a casa. Nel frattempo, la gente si comporta in modo un po’ strano.

Valutando la reazione di Londra, sono piacevolmente sorpreso da come le cose stiano funzionando, nonostante il grande numero di persone concentrate in un’area ristretta, molti dei quali senza un giardino o uno spazio all’aperto, o con una posizione economica fragile, specialmente se si guarda agli immigrati, perché i primi a essere licenziati sono stati coloro che lavoravano nei pub e nell’ospitalità in genere, ma non riscontriamo ancora segni visibili di un vero impatto economico di tutto ciò. La gente ora si mette in fila correttamente, rispettando la distanza di sicurezza, e in generale rispetta le regole, ma se questo durerà un’altra settimana, o due, non lo sappiamo.

Per quanto riguarda le imprese, credo che molte delle ragioni per vivere a Londra siano scomparse. Intendo dire, per vivere a Londra bisogna accettare prezzi degli immobili superiori che altrove per spazi più piccoli, lunghi tragitti, spesso accanto a persone che non ci piacciono particolarmente, ma in compenso si vivrà in una città frizzante e vitale che offre tutto quello che si possa desiderare a portata di mano, dalle gallerie d’arte, ai pub, ai ristoranti. Una volta scomparsi questi vantaggi, la gente comincerà a chiedersi perché debba vivere a Londra quando gli amici che si sono trasferiti fuori città hanno più spazio e sono un po’ più felici, oltre che sani. Tutto questo toglierà alla capitale un po’ della sua vitalità. Abbiamo conosciuto una sorta di rinascimento londinese negli ultimi 10-15 anni; Londra negli anni Settanta e Ottanta non era un posto così allettante, e potremmo ritornare a quei tempi. Molte aree che erano in via di riqualificazione, imborghesendosi e facendo progressi in campo economico, potrebbero non realizzare il loro potenziale, ma si tratta comunque di una domanda a cui è difficile rispondere.

AC: Qualcosa da aggiungere riguardo Londra come hub finanziario?
AS: È possibile che il Covid-19 possa diminuire il desiderio di molti di un’economia globalizzata. Negli ultimi anni, in tutto il mondo, si sono affermati uomini politici che hanno criticato la globalizzazione, ma che non se ne sono necessariamente allontanati, per lo meno per quanto riguarda gli elementi basilari. Le “guerre commerciali” di Trump sono il primo esempio che mi venga in mente. E che ci sia o no un allontanamento esplicito da un ordine globale internazionale, nonostante tutta la retorica, i legami commerciali tra Paesi diversi si sono solo rafforzati.

Quando si guarda alla crisi presente e a come essa abbia ricordato a molti dello stato nazionale nella sua forma più pura, uno stato che ordini e che ci protegga, viene da pensare quanto questa mentalità possa confluire nell’economia. È stato interessante sentire Matt Hancock (ministro della salute, ndr) giustificare la scarsità di respiratori nel Regno Unito perché non abbiamo un settore manifatturiero specializzato, al contrario della Germania. Anche in un mondo post-Brexit non sarebbe un grave problema, perché saremmo comunque in grado di acquistarli dalla Germania. Che ci siano pressioni al momento, perché ogni nazione si faccia la sua industria manufatturiera, ricorra ai propri servizi finanziari e alla propria industria dei servizi, in caso si manifesti una nuova pandemia, non so dirlo per certo. Esiste però una certa insofferenza alla globalizzazione, e sembra che ci vorrà un po’ di tempo per convincere le masse che non è un problema acquistare dall’industria farmaceutica americana, o comprare frutta e verdura da Italia e Spagna. Per quanto riguarda invece i servizi finanziari, Londra ovviamente affronta la doppia sfida di abbandonare l’Unione europea e, al contempo, la pandemia del coronavirus. Sono ottimista riguardo l’uscita dall’Ue, ma bisogna ricordare che nei servizi finanziari il livello di interconnessione tra le economie reali europee e il polo finanziario di Londra è talmente elevato che bisognerà pensare a un processo adeguato a slegarli (non è cosa immediata), o accettare che bisognerà continuare a fare compromessi fra le due parti.

Credo che Londra rimarrà un polo finanziario dopo Brexit e dopo la pandemia, ma se i servizi finanziari saranno cooptati in qualche misura dal governo per perseguire gli interessi nazionali prima di quelli di un’economia globale, ovviamente Londra sarà meno competitiva, perché Londra come hub finanziario deve esistere in una dimensione in cui non importa se un investimento venga da Middlesbrough o dalla Malaysia: tutto ciò che conta è la sua fattibilità e il movimento di denaro. Se questo dovesse cambiare, e il governo dovesse cominciare a guardare ai servizi finanziari come a una soluzione per risolvere il rompicapo finanziario conseguente a un aumento così drammatico della spesa come di recente avvenuto, allora Londra diventerà meno competitiva a livello globale.

AC: Qualche commento sul rapporto tra il governo e il sindaco Sadiq Khan?
AS: È chiaro che non vi sia molta fiducia tra Downing Street e il sindaco di Londra, specialmente se guardiamo agli scontri sul lockdown e sugli operatori nei cantieri. La politica gioca il suo ruolo ovviamente, ma una relazione compromessa non può fare del bene alla capitale, e di conseguenza neanche al Paese, perché Londra resta comunque il motore economico del Regno Unito. Sarà così anche dopo la pandemia, perché si parla di devolution finanziaria a Londra ormai da tempo, ma il governo non concederà questo potere al sindaco in assenza di fiducia reciproca. La situazione è quindi critica finché i due poteri collideranno.

AC: Prospettive per il futuro? Londra supererà la crisi del coronavirus?
AS: Sarebbe interessante avere dei dati statistici – non so se qualcuno ci abbia lavorato – sul numero delle persone che hanno lasciato Londra sei mesi prima del lockdown. Con la pandemia, prendiamo per caso un ipotetico studente spagnolo della London School of Economics che si mantiene lavorando in un pub, e con il lockdown spagnolo, una volta perso il lavoro a Londra tornerà a casa, resterà li, o tornerà a Londra? Ho la sensazione che abbiamo perso un numero significativo di immigrati brillanti, e che dovremo convincerli a tornare, e per farlo, Londra dovrà essere più internazionale di prima.

In molti hanno guardato alla nostra dipartita dalla Ue pensando perché mai restare a Londra, visto che si sta chiudendo su se stessa. Tra il governo e l’amministrazione cittadina bisognerà unirsi in uno sforzo comune per ricordare a tutti che questa è una delle tre o quattro città globali al mondo che non smette mai di lavorare, e che resta aperta non soltanto ai migliori e ai più brillanti ma anche a chi voglia seriamente darsi da fare, e spero che le ultime settimane abbiano dimostrato come il nostro approccio all’immigrazione non debba basarsi soltanto su quale università si sia frequentato o su quanto sia alto il salario, ma anche su quanto si voglia lavorare, perché lo stretto rapporto tra chi effettua le pulizie negli ospedali pubblici, chi lavora nei bar, i conducenti delle metropolitana e i banchieri è diventato fin troppo evidente nel corso delle ultime settimane. Si tratta di un’economia completa e interconnessa, se si cominciano a perdere i pezzi, le competenze in alcune aree specifiche, l’impatto sull’economia globale sarà significativo.

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Arianna Capuani


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