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Lo Stato non è l’unica soluzione, nemmeno per l’emergenza sanitaria

Avatar di Roberto Penna, in Economia, Quotidiano, del

Dall’esplosione della pandemia generata dal Coronavirus ad oggi, il cittadino medio, soprattutto in Italia, ha visto ed ascoltato di tutto. Anzi, sarebbe meglio dire tutto e il contrario di tutto da parte non solo del governo Conte, colpevole di noti ritardi, omissioni ed atteggiamenti ondivaghi, ma anche di alcuni esperti e virologi, i quali, abituatisi più a presenziare in televisione che a studiare nei laboratori, si sono resi protagonisti di previsioni non sempre azzeccate. Magari in buona fede, ma spesso hanno sbagliato i loro conti, dal rischio minimo di contagio per l’Italia, quando il Covid-19 colpiva solo a Wuhan, alla cosiddetta influenza potenzialmente letale solo per anziani ed immunodepressi, sino ad immaginare più volte l’arrivo del picco dell’epidemia, salvo poi trovarsi costretti dai numeri a posticipare la “settimana cruciale”, generando ulteriore sconforto presso l’opinione pubblica. Tra le tante contraddizioni ufficiali ed ufficiose vi è sempre stata una costante, ovvero l’esaltazione ipocrita ed acritica del nostro sistema sanitario nazionale, che non ha riguardato solo e necessariamente commentatori ben schierati a sinistra, per loro natura più inclini ad adorare tutto ciò che sa di pubblico e di Stato. Ad onor del vero, dopo più di 15.000 morti, sentiamo un po’ meno descrivere il SSN come la “sanità migliore del mondo”, ma rimane chi continua a parlare di modello italiano, e non solo circa le misure di contenimento, bensì anche per ciò che concerne la sanità pubblica.

Al termine dell’emergenza sanitaria occorrerà fare i conti con coloro i quali, dall’interno delle mura di Palazzo Chigi, hanno gestito sin qui il dramma del Coronavirus, ma bisognerà sfatare anche alcune affermazioni spacciate per verità assolute ed incontestabili. A scanso di spiacevoli equivoci, precisiamo subito che nessuno può avere qualche ragione di astio nei confronti del personale sanitario, quei medici, infermieri e paramedici che, al contrario, sono le prime vittime delle disfunzioni della sanità pubblica italiana. Stiamo constatando affranti tutto questo proprio durante l’attualità dell’emergenza. Più di 80 medici sono già morti di Coronavirus perché mandati a combattere a mani nude, senza dispositivi di protezione individuale che avrebbero invece limitato il contagio fra medici e pazienti, e non si tratta, ci perdonino i cultori del SSN, di un segnale di buona sanità. I medici purtroppo deceduti rappresentano un sacrificio umano che, ci auguriamo, non possa essere vanificato dall’ignavia della politica, e il personale sanitario che uscirà vivo, speriamo in gran numero, dalla tragedia del Coronavirus, meriterà ben più di una medaglia o di un encomio di circostanza.

“Lo Stato non è la soluzione, ma il problema”, così diceva Ronald Reagan, e non aveva torto. La mancanza di mascherine, guanti e ventilatori polmonari, in cui si sono trovate le regioni italiane più colpite, Lombardia e Veneto, ma anche il resto del Paese, non è nient’altro che il frutto di una gestione, per forza di cose, esclusivamente statale e perciò burocratica. La burocrazia ha i suoi tempi che raramente cambiano, e non può commuoversi nemmeno di fronte a così tanti decessi. Il nuovo ospedale presso la Fiera di Milano è stato costruito ed ultimato a tempi di record, ma questo successo è stato possibile soltanto a causa dell’emergenza in corso, e bypassando appunto i lacci e lacciuoli della burocrazia pubblica, oltre alle tante donazioni private. Insomma, sarà piuttosto cruda la seguente affermazione, ma sono stati necessari più di 15.000 morti per velocizzare gli apparati sclerotici di questo Paese. Quando viene esaltato il ruolo primario dello Stato nella sanità si fa finta di dimenticare che i servizi offerti dal SSN sono gratuiti solo in apparenza, dal momento che vengono pagati attraverso un’imposizione fiscale alquanto elevata, che diventa leggera invece in quei Paesi dove l’amministrazione della sanità è delegata anche o solo a realtà private. Ci si scorda anche di una certa iniquità, assai diffusa in Italia, che si concretizza fra quanto si spende, in tasse, e quanto si riceve in termini di servizi. Una pandemia di queste dimensioni può mettere in crisi anche il miglior sistema sanitario al mondo, pubblico o privato che sia, ma in Italia, anche prima del Coronavirus, in molti casi ci si doveva rivolgere a qualche specialista privato per non procrastinare all’infinito il proprio problema di salute a causa delle lunghe liste d’attesa della sanità pubblica.

Vi possono essere patologie non mortali, ma che pregiudicano a livello quotidiano la qualità della vita oppure provocano gravi impedimenti come, per esempio, le malattie dell’occhio, quindi esse necessitano una rapida soluzione. Pensiamo a chi soffre di una qualche patologia oculare e nel frattempo deve rinnovare il proprio permesso di guida, che magari gli o le serve come il pane per recarsi sul posto di lavoro. Ebbene, questa persona non può permettersi il lusso di attendere per mesi, e si finisce quindi per pagare la sanità due volte (quella pubblica tramite le tasse e lo specialista privato di turno per giungere più rapidamente ad una soluzione). Il cittadino medio italiano paga forse di più rispetto a quanto sborsa il suo equivalente americano alle assicurazioni private, ma questo aspetto viene bellamente ignorato dai commentatori televisivi e su carta stampata del Belpaese. I cantori della “sanità migliore del mondo”, se messi di fronte alle disfunzioni inconfutabili, cercano di cavarsela attaccando la regionalizzazione delle aziende sanitarie e i tagli compiuti dai governi più recenti. Intanto, se la burocrazia squisitamente pubblica ed una certa tendenza a complicare anche le cose semplici non mollano mai la presa a tutti i livelli amministrativi, da Roma agli enti locali per intenderci, un sistema può essere tanto centralizzato quanto decentrato, ma finisce prima o poi per ingessarsi, a maggior ragione durante una crisi sanitaria come quella che stiamo vivendo. Semmai l’attribuzione alle Regioni di maggiori competenze in campo sanitario ha aiutato alcune aree del Paese come Lombardia e Veneto a fare molto meglio e a creare centri d’eccellenza.

Eppure, persino la sanità lombarda e quella veneta hanno rischiato il collasso a causa del Coronavirus, e non osiamo immaginare cosa potrebbe accadere al Sud se i numeri del contagio e di pazienti bisognosi di terapia intensiva dovessero avvicinarsi a quelli del Nord. Non si può parlare di modello per il resto del mondo quando si ha a che fare con una situazione a macchia di leopardo come quella italiana.

Sui cosiddetti tagli alla sanità bisognerebbe fare un po’ di chiarezza. L’Italia si trova oggi ad essere talmente colpita dal Coronavirus che anche il solo sentir parlare di qualche sforbiciata alla spesa sanitaria provoca comprensibilmente disgusto, ma, per dirla in parole povere, vi sono tagli e tagli. Essendo interamente pubblica, come se ne compiacciono molti, la nostra sanità, oltre a chi combatte in prima linea spesso in maniera precaria, prevede una pletora di funzionari, dirigenti di Asl, direttori, i quali sono ben pagati al di là dei risultati conseguiti. Il privato guarda senz’altro al profitto, ma punta al tempo stesso ad obiettivi meritocratici ed efficienza, mentre il pubblico, non rischiando fallimenti o pignoramenti, è un po’ più distratto, altrimenti non si spiegherebbero le cattedrali nel deserto (ospedali in costruzione che non hanno mai visto il fine lavori) e tanti altri centri di spreco tollerati dai vertici della sanità. Tagliare in modo rigoroso tutto questo sarebbe soltanto salutare. Poi certo, vi sono gli altri tagli, ovvero quelli lineari cari a Monti, Cottarelli e al Pd, che colpiscono solo gli anelli deboli della catena come il personale sanitario e quegli ospedali sì di dimensioni ridotte, ma magari determinanti per il loro territorio. L’Italia ha purtroppo conosciuto solo quest’ultimo tipo di tagli, e grazie proprio ai signori del “meno male che la nostra sanità non è come quella americana”. Bisognerebbe smetterla, fra l’altro, di sproloquiare su un sistema, quello americano, che forse non si conosce appieno. Esistono programmi federali come il Medicare, i quali mirano ad assistere anche coloro i quali non possono permettersi un’assicurazione sanitaria, quindi nessuno viene lasciato morire in strada, come recita un certo mantra assai popolare al di qua dell’Atlantico, a parte forse qualche homeless che rifiuta di sua iniziativa i soccorsi (esiste anche la libertà di morire). Per quanto riguarda le assicurazioni private, che coprono l’assistenza sanitaria e previdenziale, non sono affatto prerogativa dei soli ricchi, bensì di chiunque abbia un’occupazione regolare. Spesso sono proprio le aziende a rappresentare l’anello di congiunzione fra i loro dipendenti e le assicurazioni. In ogni caso, ricordiamo che Trump ha promosso un massiccio piano di aiuti, ben diverso dalle mancette di Conte peraltro di difficile reperibilità, per andare incontro agli americani in questo brutto momento. Ma lasciamo un attimo da parte gli Stati Uniti, sui quali grava il pregiudizio ideologico di alcuni, e volgiamo lo sguardo ad oriente, precisamente verso la Corea del Sud. È bene sapere che anche lì la sanità viene gestita perlopiù da soggetti privati, e sembra che Seul abbia reagito e contenuto il Covid-19 in modo assai migliore rispetto all’Italia statalista di Conte, Casalino e Speranza.

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Roberto Penna


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