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Lo statalismo delle élite e le ragioni di un “liberismo populista”

Avatar di Marco Faraci, in Politica, Quotidiano, del

Cos’hanno in comune i romanzi di Ayn Rand, i salotti della Londra vittoriana o le atmosfere del vecchio PLI malagodiano?

Probabilmente hanno in comune una certa schematizzazione delle dinamiche sociali che vede i sostenitori del capitalismo come una élite economica e culturale che difende le virtù dell’economia libera da una “massa” che non ha gli strumenti per comprenderle e che invoca scompostamente soluzioni socialiste.

In tale schematizzazione i difensori naturali del capitalismo di libero mercato sono quegli individui che emergono per ricchezza, capacità produttiva e profondità culturali. Queste caratteristiche, si suppone, da un lato li mettono nelle condizioni di apprezzare i benefici dell’economia di mercato per la società in generale, dall’altro permettono loro di far coincidere questa visione generale con considerazioni di self-interest. Perché se uno è ricco e produttivo, allora naturalmente avrebbe tutto l’interesse a scegliere il liberismo rispetto allo statalismo.

Questa visione “semplificata” del rapporto tra sociologia e preferenze politiche è quella in cui tutti siamo cresciuti. Noi liberali da un lato e dall’altro i socialisti per le ragioni opposte e con gli obiettivi opposti – anche per loro il “libero mercato” era l’”ideologia dei ricchi”.

Tuttavia, si tratta di una visione datata che non ci fornisce più chiavi di lettura soddisfacenti per le dinamiche sociopolitiche della nostra epoca.

Oggi, nei fatti, il mondo gira al contrario. Il “libero mercato”, di questi tempi, sembra sempre meno “roba da ricchi”. La verità è che le élite economiche sono quelle che in America quasi sempre votano per Biden e per i Democratici e che in Italia quasi sempre votano per il Pd.

Ma com’è possibile che “chi sta bene” non sia più un sostenitore naturale delle buone vecchie posizioni del conservatorismo liberista?

Il fatto è che, di questi tempi, appartenere ad un élite economica e culturale, più ancora che significare che si dispone di un più alto potenziale di successo nel mercato, significa che si dispone di una più alta capacità di utilizzare a proprio vantaggio le mille regole della macchina pubblica, cioè di assicurarsi, in definitiva, posizioni privilegiate a bassa o nessuna concorrenza, tali da garantire nel tempo prestigio sociale ed un reddito continuativo.

Le persone che si trovano in questa condizione sono anche, normalmente, quelle meglio attrezzate a costruire una narrazione della indispensabilità per la società tutta dei loro “ruoli”, che fornirà la giustificazione morale del loro status “privilegiato” rispetto a chi svolge mestieri meno “nobili” (un insegnante o un giudice rispetto a un artigiano o a un barista).

Anche se siamo in democrazia, alla fine, come diceva Enrico Cuccia, “i voti si pesano, non si contano”, ed i voti dei gruppi delle categorie con maggiori strumenti economici e culturali sono quelli che alla fine pesano di più nel determinare i veri percorsi di ridistribuzione della ricchezza, che quasi mai trasferiscono risorse dai più ricchi ai più poveri e che quasi sempre invece le trasferiscono dai settori della società non organizzati ai settori invece meglio strutturati e più organici al potere.

In definitiva, quasi sempre oggi per “chi sta bene” non esistono particolari ragioni di sostenere riforme liberali. Anzi, in verità, più statalismo c’è e meglio è.

In fondo, come nota bene lo studioso italo-americano Angelo Codevilla nel suo libro “The Character of Nations”, “praticamente in ogni paese lo Stato gestisce più di un terzo della ricchezza complessiva. In molti paesi circa la metà. Lo Stato è il più grande datore di lavoro, l’assegnatore del maggior numero di contratti e legifera in modo che ogni occupazione debba investire moltissima energia per conformarsi alle sue regole”. In altre parole, “lo Stato è il massimo determinatore di vincenti e di perdenti nella nostra società”.

Lo scenario che Codevilla descrive è vero da molti anni, ma nell’era Covid è stato portato a livelli estremi, con governi investiti del “diritto divino” di graziare e di condannare, di far andare avanti le attività come se nulla fosse oppure di farle chiudere e, in molti casi, di distruggerle.

Questo nuovo “assolutismo” fa sì che gli esiti economici siano ormai quanto mai slegati da considerazioni di merito individuale e discendano invece dal diverso grado di vicinanza delle varie categorie al centro del potere politico. Nella pratica, in linea generale, la composta militanza nei ranghi dello Stato e del para-Stato in questo momento premia molto di più della maggior parte delle iniziative imprenditoriali “non protette”.

Ma se i “vincenti” sono, in larga misura, ormai, quei gruppi che lo Stato determina che siano vincenti – e non coloro che si fanno strada nel mercato, com’è possibile pensare che sia dalle élites che possa venire un’apertura alle idee di mercato e concorrenza?

Probabilmente l’unica strada per scardinare l’attuale impianto statalista nasce dalla possibilità che le idee e le proposte di libero mercato si incontrino con le istanze dei tanti “perdenti” della politica mainstream di spartizione e distribuzione delle posizioni garantite e di rendita.

Più che di politiche “libdem” che flirtino con i “salotti buoni” e con le “stanze dei bottoni”, forse c’è bisogno, oggi, di un “liberismo populista”, di un nuovo antistatalismo che si proponga di rappresentare coloro che sono esclusi dai “giri giusti” e dai circuiti garantiti.

In quest’ottica, un “liberismo populista” dovrebbe essere disposto a “sporcarsi le mani”, a uscire dall’area di comfort dei convegni e dell’alta teoria, per parlare un linguaggio effettivamente comprensibile a quelle parti di società che vivono ogni giorno in prima linea le angherie del potere politico. Serve un liberismo “per la gente comune” che, senza compromettere i propri princìpi di fondo, abbia la capacità di abbandonare qualsiasi forma di snobismo e non abbia paura di confrontarsi con i sentimenti e le ansie affrontate quotidianamente dalle persone.

Naturalmente, non è una scommessa facile perché presuppone di poter convincere i “senza rete” che una loro rivincita è possibile solo “riaprendo i giochi”, come solamente può fare una potente iniezione di economia liberale. Meno stato, meno leggi, meno tasse e più mercato.

Si tratta, in quest’ottica, di porsi in concorrenza rispetto alle due sirene alternative che possono richiamare gli esclusi del sistema – da un lato la sirena di un “populismo miracolista” che punti solo a “spararla grossa” per ottenere voti, dall’altro il tentativo della politica mainstream di comprare, a buon mercato, il consenso semplicemente facendo intravedere qualche possibilità di essere cooptati dentro al sistema delle garanzie.

Non è una scommessa facile ma, per chi non vuole che il nostro Paese finisca di morire di statalismo, è forse oggi l’unica possibile.

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Marco Faraci


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