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Lo scopo degli Usa in Vietnam era contrastare il comunismo, non colonizzare il Paese

di Michele Marsonet, in Esteri, Quotidiano, del

Alcuni giorni orsono mi è capitato – con grande sorpresa, lo confesso – di leggere un articolo sul Corriere della Sera scritto da un nostro prestigioso ex diplomatico, ora in pensione. Già ambasciatore d’Italia prima presso la Nato e poi a Mosca, il suddetto diplomatico sostiene nel suo articolo che il vero scopo dell’intervento Usa in Vietnam era quello di colonizzare la parte meridionale del Paese, per sostituirsi alla Francia, la precedente potenza coloniale in loco.

Al di là della mia sorpresa, che ritengo comunque del tutto legittima, trovo la teoria dell’ex ambasciatore quanto meno divertente. Non si capisce, infatti, per quale motivo gli Stati Uniti volessero colonizzare un Paese che geograficamente era marginale.

L’intento vero, in realtà, era un altro. Ad Hanoi si era installato un regime comunista a tutti gli effetti, anche se più vicino a Mosca che a Pechino. Lo capeggiava Ho Chi Minh, il celebre “zio Ho” esaltato in Occidente da tanti intellettuali di sinistra, e il cui nome veniva scandito in innumerevoli cortei, studenteschi e non.

Il fatto è che Ho, nonostante il suo sorriso suadente e un po’ misterioso, non era affatto lo “zio bonario” che l’agiografia di sinistra amava dipingere. Temprato a Mosca alla celebre scuola stalinista del Comintern, Ho Chi Minh dimostrò subito di che pasta era fatto non appena il Partito che capeggiava conquistò il potere nella parte settentrionale del Paese.

Si trattava di scenari già visti altrove. In primo luogo piani quinquennali a ripetizione i quali però, proprio come accadeva nell’Urss e in Cina, non raggiungevano mai gli obiettivi prefissati perché disegnati a tavolino, senza tenere alcun conto della volontà dei lavoratori che avrebbero dovuto realizzarli. In secondo luogo monopartitismo granitico. Il solo Partito comunista era ammesso, e ogni altra formazione politica assolutamente esclusa.

In terzo luogo ricorso al terrore di massa e creazione di gulag nell’intera nazione nei quali venivano rinchiusi tutti gli oppositori, nessuno escluso. In quarto luogo ricorso sistematico alla confessione pubblica dei propri “errori”, grazie a cui si poteva essere reintegrati – ma sempre sotto stretta sorveglianza – nella vita civile.

In poche parole il Vietnam del Nord dello “zio Ho” era un Paese stalinista a tutti gli effetti. E, dopo aver sconfitto i francesi, i nordvietnamiti decisero di estendere il loro modello all’intera nazione.

Gli Stati Uniti di allora, tuttavia, non erano quelli odierni dominati dal politically correct e dalla cancel culture. Erano invece impegnati in una battaglia globale a difesa della libertà e per impedire che il comunismo conquistasse nuove piazze.

Intervennero e, come tutti sappiamo, persero. Impegnati in una guerra di guerriglia classica, reagirono con l’aviazione e i tank, senza capire che i soldati comunisti contro i quali combattevano erano fortemente motivati dal punto di vista ideologico. I giovani militari Usa di leva non lo erano altrettanto, anche se molti si arruolarono come volontari.

A vittoria conseguita fu chiaro a tutti che tantissimi sudvietnamiti non volevano vivere sotto un regime comunista. Chi poté farlo lasciò il Paese. Ma migliaia e migliaia di boat people cercarono scampo in mare, finendo annegati, prigionieri dei pirati o divorati dagli squali.

Il Vietnam unito di oggi è diverso da quello dello “zio Ho”. Pur mantenendo un rigido monopartitismo e pure i campi di lavoro forzato, ha dato vita a riforme economiche simili a quelle di Deng Xiaoping in Cina. È quindi un po’ più ricco di prima, ma resta in ogni caso uno Stato dittatoriale e privo delle libertà fondamentali.

Il discorso che ho condotto può sembrare “datato”, poiché sostengo che gli americani andarono in Vietnam per difendere la libertà. Anche se, al loro ritorno, i giovani reduci ricevettero un trattamento pessimo poiché tutti volevano scordare il Vietnam. Sylvester Stallone, impersonando la figura di Rambo, ha messo il dito sulla piaga perché i reduci venivano effettivamente trattati così. Ritengo però di poter dire, e con cognizione di causa, che il nostro ex diplomatico sbaglia attribuendo all’intervento Usa in Vietnam intenti coloniali. Se si continua così saremo condannati in eterno ad essere sommersi dagli slogan che oggi esaltano Fidel Castro, e ieri Stalin, Mao e Ho Chi Minh.

Michele Marsonet


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