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Lo Stato Islamico “de-materializzato” e il futuro della lotta al terrorismo

Avatar di Giuseppe Morabito, in Esteri, Quotidiano, del

L’Isis ad oggi ha il controllo solo del 2 per cento del territorio che occupava nel momento della sua massima espansione. Ha perso sia le basi operative sia la credibilità, ma non la pericolosità. Questo è stato uno dei principali temi di discussione della conferenza della Nato Defense College Foundation intitolata “Targeting the Caliphate de-materialized – Extremism, Radicalization and Illegal Trafficking” che si è tenuta a Roma il 6 dicembre. “Sono rimaste attive e credibilmente operative alcune migliaia di cosiddetti combattenti e nessuno sa come si svilupperà la minaccia del rimpatrio, ma potrebbe portare a una professionalizzazione degli attacchi”, ha affermato durante il suo intervento Peter Neumann, direttore del Centro internazionale per lo studio della radicalizzazione al King’s College di Londra. Ci sono ancora poche migliaia di combattenti Isis ben addestrati che ora stanno potenzialmente cercando una nuova occupazione, nuova identità, nuovo rifugio. “La mia previsione è che vedremo una professionalizzazione degli attacchi terroristici, non più attacchi in numero, ma trame più professionali, più grandi e più significative. La qualità e l’intensità di questi attacchi aumenteranno”, ha aggiunto Neumann. Per quanto tale ipotizzata “professionalizzazione dei combattenti dell’Isis”, e il fatto che potrebbe trasformarsi in realtà, non sia per nulla una novità storica né una previsione particolarmente inaspettata, perché da più di un anno abbiamo segnali che troveremo questi terroristi professionisti a “lavorare” per altre organizzazioni, sia in Libia, sia in Siria contro i curdi al fianco dei turchi, come anticipato dall’Indipendent a febbraio 2018.

La vittoria contro quello che rimane dell’esercito di Al Baghdadi e, in generale, contro il terrorismo jihadista è purtroppo ancora lontana. È stata vinta solo una battaglia, quella territoriale, non certo la guerra. E’ certa ormai l’incapacità di Isis di operare attacchi a livello strategico. Questo tipo di operazioni – cui appartengono ad esempio gli attacchi terroristici all’aeroporto di Bruxelles, alla redazione di Charlie Hebdo e al locale Bataclan di Parigi – sembra difficile possano ripetersi perché hanno bisogno di un’organizzazione capillare, capacità tecniche, tempo e risorse che oggi l’Isis non possiede. Questo, tuttavia, non elimina la possibilità di vedere altri attacchi, parimenti sanguinosi, organizzati da cellule già esistenti in Europa. Si escluderebbe, al momento, solamente la profondità strategica. Le cellule europee e, in generale, quelle occidentali potrebbero puntare ad azioni di minore scala ma dal forte impatto emotivo, come avvenuto a Nizza o Berlino tramite l’uso di tir, furgoni o pick-up in aree densamente popolate. A livello operativo attacchi di simili proporzioni sono possibili da parte di chi riuscirà ad arrivare in Occidente o da chi gli stessi saranno capaci prima di radicalizzare e poi addestrare. Quanto sfugge e sfuggirà al controllo (o difficilmente sarà annullato) sarà sempre il possibile attacco da parte dei lone wolfs ovvero i “lupi solitari”. Tali individui rappresentano il terzo livello di attacco, quello conosciuto come Mavericks attack. Azioni del genere sono portate a termine da singoli individui: persone all’apparenza normali che intraprendono un percorso di radicalizzazione attivato da un evento sconvolgente nella loro vita. Abbiamo visto numerosi attacchi di questo genere negli ultimi anni. Non esiste una strategia per assicurare la popolazione che questo tipo di attacchi non accada più, l’unica difesa per ora è rappresentata dalla collaborazione tra le forze di polizia e gli apparati d’intelligence con un controllo meticoloso dei luoghi sensibili (ad esempio l’Operazione Strade Sicure in Italia).

Tornando alla possibile professionalizzazione, è sufficiente avere  anche solo una basica conoscenza della strategia e vita militare, per individuare tale possibilità come una logica conseguenza del fatto che tutti i combattenti Isis sono “professionisti” che sono stati capaci di sopravvivere per anni nel cruento e sanguinario campo di battaglia iracheno-siriano. I “sopravvissuti” sono ora ben addestrati e conoscono alla perfezione le tecniche della guerriglia. Questi combattenti hanno una “capacità operativa” residuale perché anni di combattimento e tensione sfiancano anche i sanguinari più convinti, ma quelli ancora integri nel fisico (difficilmente nella mente dato lo stress sopportato) sono nulla più che terroristi guerriglieri alla ricerca di un nuovo “impiego” ben pagato. Sono una “risorsa” di valore e interesse.

Tra chi è sopravvissuto agli sforzi combinati delle forze aeree e speciali sia occidentali sia russe, alla fanteria curda, agli attacchi delle forze armate siriane, vi era sicuramente un nucleo di “professionisti” che, come anticipato nel corso di quest’ultimo anno dai ministri degli interni che si sono succeduti al Viminale, sfruttando l’immigrazione incontrollata ha raggiunto l’Europa. Tra di essi ci possono essere degli “irriducibili” che continueranno la lotta a loro cara con l’aiuto dell’esperienza maturata sotto la stessa o altra bandiera e con altro supporto economico. Viene a questo punto spontaneo sottolineare quanto sia “folle” poter pensare alla firma italiana del Global Impact of Migration. Tale atto faciliterebbe, e di molto, l’infiltrazione in Italia ed Europa di ex combattenti Isis.

Non va inoltre dimenticato il residuale potere economico di Isis. Infatti, secondo il professor Ernesto Savona, direttore del Transcrime dell’Università Cattolica di Milano: “… mentre il controllo territoriale è diminuito, il potere finanziario mantiene ancora la leadership. L’Isis superstite è accusato di aver contrabbandato fino a 400 milioni di dollari dall’Iraq e dalla Siria, usando questa somma di denaro per investire in attività legittime come alberghi, ospedali, concessionari di macchine agricole, attraverso il territorio, compresa la Turchia, dove alcuni militanti hanno anche fatto grandi acquisti di oro”.

Comunque è ipotizzabile che non tutti i futuri o attuali “rientrati” siano “irriducibili” della lotta armata e terroristica. Tra loro è ipotizzabile siano presenti “pentiti” e “scettici”. I pentiti sono quelli che hanno compreso l’inutilità della loro lotta e tendono a scoraggiare altri a partire e sostenere la causa, mentre gli scettici pur rimanendo legati all’ideologia non fanno azione di convincimento e supporto logistico-morale mantenendosi neutrali. Gli “irriducibili” rappresentano comunque un pericolo assoluto e sono target per le forze di polizia e i servizi di sicurezza occidentali. Si tratta di coloro i quali continuano e continueranno a cercare altri “guerrieri” e a motivare i giovani nelle moschee e inneggiare alla “guerra santa”. Va da sé che, una volta individuati e studiati, i componenti delle due categorie dall’atteggiamento “non offensivo” potrebbero diventare elementi di aiuto per combattere/contrastare i primi.

Ottimo strumento per dare forza alle attività di contrasto è quanto indicato nel corso della conferenza di Roma, dall’ambasciatore Minuto Rizzo, presidente della NDC Foundation. L’ambasciatore ha tenuto a rilevare che è stata accolta la necessità di promuovere una politica di lotta al terrorismo basata non solo su interventi politico-militari ma, per alcuni aspetti, la cooperazione antiterrorismo UN-NATO può essere ulteriormente migliorata attraverso la sinergia tra Centro europeo di lotta al terrorismo, la cooperazione nel cyberspazio e lo sviluppo delle capacità regionali soprattutto europee.

Facendo riferimento a quanto scriveva Sun Tzu, “la cosa più complicata nelle operazioni militari sta nel conformare la propria strategia alle intenzioni del nemico”, si deve fare di tutto per conformare la strategia anti-terrorismo nella direzione di contenere prima ed eliminare poi, quello che rimane, ed è ancora pericoloso in termini di capacità di offendere, dello Stato islamico, anche se de-materializzato.

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Giuseppe Morabito


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