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Lo chiamano populismo, ma è solo il ritorno del realismo politico

di Emilio Minniti, in Politica, Quotidiano, del

Un nuovo spettro si aggira per l’Europa: il populismo. L’origine di questa minaccia, che rischia di minare non soltanto le fondamenta del progetto europeo, ma anche le basi stesse della democrazia occidentale, si è concretizzata per la prima volta negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump alla Presidenza. Se la Brexit ne ha sancito il perentorio passaggio sull’altra sponda dell’Atlantico, la recente affermazione di governi di matrice populista sta mettendo a rischio la tenuta strutturale delle istituzioni europee. Il dibattito su questo tema si è spinto talmente tanto in avanti da rendere indifferibile una verifica sull’effettiva consistenza di questa “categoria politica”. A tal fine, tuttavia, risulta essenziale analizzare in via preliminare il “contesto di pensiero” in cui questa categorizzazione è stata elaborata, riconducibile in larga parte a quella che potremmo definire l’ideologia della globalizzazione o, con un’accezione meno critica, il pensiero globalista.

L’ultimo decennio del ventesimo secolo è stato vissuto ed interpretato come l’inizio di una nuova era, come una cesura netta rispetto alle dinamiche e ai processi dei decenni precedenti. Il crollo improvviso e totale dei regimi comunisti aveva aperto uno spazio, ritenuto immenso e incontrastato, all’espansione dello stato di diritto e della democrazia procedurale. La “fine della storia” investiva ogni aspetto del mondo precedente, fondandosi su una contestuale “fine della geografia”, intesa come tramonto dell’idea stessa di confine geografico e di relazione fondamentale con il territorio, nonché sul declino della conflittualità originaria del rapporto “amico-nemico”, quale elemento essenziale del quadro internazionale e del concetto stesso di sovranità in senso generale. “Le nazioni devono ripensare le loro identità ora che le vecchie forme di geopolitica stanno diventando obsolete. Sebbene si tratti di una questione discussa, io direi che, a seguito della fine della <<guerra fredda>>, la maggior parte delle nazioni non ha più nemici; chi sarebbero i nemici della Gran Bretagna, o della Francia, o del Brasile? La guerra in Kosovo non ha visto nazioni contro nazioni. E’ stato un conflitto tra nazionalismo territoriale vecchio stile e un interventismo nuovo, eticamente motivato”. In questi termini, Anthony Giddens inquadrava, alla fine degli anni ’90, l’evoluzione della politica internazionale, immaginando il “campo di battaglia” del nuovo secolo come l’ambito di scontro tra il cosmopolitismo generato dalla nuova realtà globalizzata e il fondamentalismo che vi si contrapponeva, rifugiandosi nella difesa delle vecchie identità. Il dinamismo dei mercati sul piano globale, favorito da strumenti di comunicazione sempre più in grado di abbattere distanze e confini, sembrava sottrarre i settori economico, finanziario e dell’informazione, alla capacità di intervento degli Stati, la cui sovranità, legata ad una dimensione originaria essenzialmente territoriale, andava inevitabilmente incontro ad un processo di progressiva erosione.

L’impatto di quella che Bauman ha definito “guerra di indipendenza dallo spazio”, investiva il fondamento stesso del potere politico e, conseguentemente, la base degli assetti e dei sistemi costituzionali. Il trasferimento di importanti centri di decisione al di fuori del contesto territoriale dello Stato, nonché il contestuale tentativo di riaffermare identità e soggettività su base regionale interna, avevano indotto molti a considerare una nuova concezione della sovranità, non più riferita ad un soggetto unitario, ma “scissa” ed esercitata da una serie di attori internazionali, nazionali e regionali.  La tradizionale visione della sovranità statale, che fa riferimento ad un potere originario e assoluto, ossia ad una suprema potestas superiorem non recognoscens, nata contestualmente al declino dell’idea di un ordinamento giuridico universale che la cultura medioevale aveva mutuato da quella romana, veniva considerata ormai superata.

Questi erano dunque i tratti essenziali di una nuova e affascinate “visione paradigmatica” prodotta dal pensiero globalista, il cui spirito sopravvive pervicacemente tuttoggi, sebbene la realtà sia andata e continui a procedere in una direzione opposta e contraria.

L’impatto generale dell’11 settembre del 2001 e della crisi finanziaria del 2008, nel quadro di un’evoluzione dell’assetto geopolitico internazionale orientata alla conflittualità multipolare, hanno infatti determinato le condizioni per una nuova e generale riaffermazione del principio di sovranità su base nazionale. Se il rafforzamento degli esecutivi e la sospensione di alcune garanzie costituzionali, nell’ottica di una maggiore salvaguardia dell’ordinamento, rappresentano gli aspetti più evidenti e significativi di questo processo, risulta allo stesso modo interessante evidenziare il ruolo dello Stato di fronte all’emergenza finanziaria, alla competizione economica e all’attuale instabilità geopolitica. L’idea di un mercato libero e transnazionale, capace di erodere e di sottrarsi a molti aspetti tradizionali della sovranità, di cui si è nutrita buona parte dell’ideologia della globalizzazione degli anni ’90, si è infranta a seguito del necessario salvataggio pubblico di importanti settori del sistema industriale e di quello finanziario successivo alla crisi del 2008, nonchè alle attuali politiche protezionistiche volte a ridurre gli squilibri commerciali tra gli Stati Uniti e altre importanti realtà economiche.

Alla riaffermazione della politica sull’economia ha fatto seguito un recupero di centralità del “territorio” sia in ambito economico che in quello propriamente legato alle relazioni internazionali. Le tensioni tra la Cina e i paesi vicini per il possesso di alcune isole nel mare cinese, la contesa tra Cina e India sul Tibet meridionale, l’infinito risiko siriano nel quale si tenta di ridefinire le nuove linee di influenza regionali, la questione dell’annessione russa della Crimea e la correlata situazione del Donbass, evidenziano come l’acquisizione territoriale permanga una tra le principali cause di tensione e di conflitto.

Quello che ancora si tarda a comprendere, è come alla riaffermazione della sovranità statale abbia fatto seguito, conseguentemente, la riaffermazione della “ragion di Stato”, ossia di un approccio autenticamente “realista” alle questioni di carattere  politico, che non valuta le scelte secondo categorie ideologiche predefinite come giuste o sbagliate, bensì sulla base del loro grado di utilità rispetto al rafforzamento dell’interesse statale. E’ questa l’origine dell’America First di Trump, e non si tratta di un fenomeno degenerativo della democrazia contemporanea, bensì della  riaffermazione un approccio tradizionale che si riteneva, erroneamente, appartenesse ad un universo oramai tramontato.

Il realismo politico e l’adozione dell’interesse nazionale quale criterio basilare della politica estera consentirono a Nixon di superare la disfatta del conflitto in Vietnam, proiettando nuovamente il proprio paese in una posizione internazionale dominante. Anche in quel frangente, l’abbandono  della “dottrina del contenimento” e l’inaugurazione della fase della “distensione” con l’Unione Sovietica, nonchè l’apertura alla Cina, vennero tenacemente avversate dal settore della diplomazia americana, ancora legato ad una concezione “universalistica” del ruolo degli USA nel mondo.

Quanto evidenziato finora fa dunque emergere una contraddizione di fondo: se la categoria del populismo, così come viene oggi delineata, fa della demagogia il suo tratto essenziale, il realismo politico, viceversa, risulta costituzionalmente orientato alla realtà nei suoi aspetti più autentici, sganciato com’è da qualsiasi vincolo imposto dal “dover essere”. Assimilare il realismo politico ad un orientamento essenzialmente demagogico rappresenta un errore di analisi straordinariamente grossolano che, tuttavia, evidenzia una ragione di fondo. Se si assume il paradigma della globalizzazione, così come è stato strutturato dell’approccio ideologico finora prevalente, come dato indiscutibile, il richiamo ad un paradigma diverso – peraltro oggi in fase di perentoria ascesa –  fondato sulla riaffermazione della sovranità statale e su un corrispettivo approccio realistico, viene interpretato come demagogico in quanto contrario a ciò che è “giusto” e autenticamente “reale”.  Anche un orientamento realista può essere considerato propagandistico e demagogico nel momento in cui lo si ritiene inattuabile nel tempo presente. Se osserviamo i temi di fondo sulla base dei quali si sono recentemente affermate forze politiche ritenute populiste in Europa, vedremo come siano la sicurezza, intesa come ordine pubblico e difesa dello spazio pubblico, e la sicurezza sociale a rappresentarne l’asse portante. Se demagogiche o xenofobe possono essere definite talune risposte date a tali questioni, è allo stesso modo evidente come queste segnino un ritorno ineludibile alla radice della sovranità statale. Tra le primarie ragioni che hanno determinato la nascita dello Stato moderno – Hobbes insegna – vi è quella di garantire la sicurezza dei citattadini, concetto che si è poi progressivamente ampliato includendo la sicurezza sociale. Il tanto annunciato superamento della sovranità statale – unico ambito in cui si sono storicamente affermati democrazia, i diritti civili e sociali – non si è determinato nè, tantomeno, appaiono all’orizzonte forme di organizzazione diversa dello spazio pubblico. Lo stesso processo di integrazione europea – i cui limiti strutturali emergono con estrema evidenza di fronte all’attuale emergenza immigrazione – non si fonda su cessioni effettive di sovranità ma su un meccanismo di limitazioni reciproche che non implicano una reale ripartizione della stessa tra Stati e Unione.

La sentenza del  Bundesverfassungsgericht sul Trattato di Lisbona del 30 giugno 2009 ribadisce con assoluta chiarezza la persistenza della sovranità degli Stati membri: “L’art. 23 della Legge fondamentale autorizza la partecipazione a un’Unione europea concepita come ente di collegamento tra Stati  (Staatenverbund) e lo sviluppo della stessa. Il concetto di ente di collegamento denota un’unione stretta e durevole tra Stati che restano sovrani, un’unione che esercita potere pubblico su base pattizia, il cui ordinamento di base è soggetto tuttavia all’esclusiva disposizione degli Stati membri e nella quale i popoli degli Stati membri – cioè i cittadini aventi cittadinanza nazionale – restano i soggetti della legittimazione democratica”.

Un medesimo orientamento anima la giurisprudenza del Tribunal Constitucional spagnolo, la cui sentenza sul Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2004 – DTC 1\2004 – rileva come “la primazia che si stabilisce nell’articolo I-6 […] non è […] una primazia di rilievo generale […] ma opera rispetto a competenze cedute all’Unione per volontà sovrana dello Stato e sovranamente recuperabili attraverso il procedimento di recesso volontario, previsto dall’articolo I-60 del Trattato”. Analogamente si è pronunciato anche il Conseil constitutionnel nella sentenza del 19 novembre 2004, 2004-505 DC: “Considerando, in primo luogo, con il Trattato, […] con riguardo alla sua entrata in vigore, alla sua revisione, alla possibilità di denuncia, conserva il carattere di trattato internazionale, sottoscritto dagli Stati firmatari […]; e altresì che non sollecita censura di costituzionalità la denominazione di questo nuovo Trattato,  risultando in effetti particolarmente dal suo articolo I-5, relativo alla relazione tra l’Unione e gli Stati membri, che tale denominazione non spiega effetti sull’esserci della Costituzione francese e sul suo posto al sommo dell’ordinamento giuridico interno”.

Emerge con evidenza, dunque, come l’efficacia del diritto dell’Unione Europea trovi nelle Costituzioni nazionali il proprio fondamento “sovrano”, nonchè come un bilanciamento tra i vari interessi e politiche nazionali sia necessario affinchè si raggiunga un equilibrio essenziale al corretto funzionamento dell’istituzione europea. Alla luce di quanto detto, e ritornando al tema di questo articolo, risulta evidente come l’attribuzione della qualifica di “populista” sia animata da un vizio di fondo, e come sia imprescindibile, allo stesso tempo, operare una distinzione tra quelli che sono effettivamente degli atteggiamenti demagogici ed un orientamento proprio del realismo politico, che appare, tra l’altro, perfettamente in sintonia con lo “spirito del tempo” presente.

Emilio Minniti


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