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L’imperialismo cinese spiegato da Xi: ecco come Pechino riesce a silenziare le critiche al regime

Avatar di Alessandra Bocchi, in Esteri, Quotidiano, del

“Primo, la Cina non esporta la rivoluzione. Secondo, non esporta la fame e la povertà, e terzo, non scherza con te. Cosa altro c’è da dire?”. Queste parole sono state pronunciate dal leader del Partito Comunista Cinese (PCC), Xi Jinping, dieci anni fa. Oggi la Cina è diventata la seconda potenza mondiale dopo gli Stati Uniti. Le sue affermazioni rispecchiano ancora il modus operandi della politica estera cinese?

Pechino ha iniziato a fare investimenti ambiziosi a partire dai suoi Paesi confinanti, ma nell’ultimo decennio si sono estesi molto più lontano, dall’Africa fino all’Europa. Per distinguersi dalla politica estera interventista statunitense, la Cina ha dichiarato di non volere imporre i suoi valori sul mondo. L’unica condizione è che i Paesi con cui tratta non interferiscano e non si esprimano in alcun modo negli affari che riguardano la sovranità nazionale cinese. In questo, Xi non è incoerente: non importa se un Paese sia una dittatura, una democrazia o una teocrazia. Basta che non venga criticato il suo modo di governare.

Il leader cinese ha espresso questo pensiero molto chiaramente quando ha ospitato i leader africani in una conferenza a Pechino, durante la quale ha esposto i “cinque no” che a suo avviso distinguono l’imperialismo cinese da quello occidentale: nessuna interferenza nei piani di sviluppo africani, nessuna interferenza negli affari interni africani, nessuna imposizione del loro pensiero sui Paesi africani, nessun secondo fine nella loro assistenza all’Africa, nessuno obiettivo egoista nell’investire in Africa.

Tuttavia, gli investimenti e l’assistenza che il Partito cinese ha fatto nel continente africano non sono fine a se stessi. L’Africa è ricca di risorse e la Cina investe nelle infrastrutture africane per assicurarsi l’accesso e lo sfruttamento di questa linfa vitale per la sua impetuosa crescita economica. Gli investimenti nelle miniere costituiscono circa un terzo del totale Investimento Diretto Estero (IDE) cinese. Così facendo, la Cina costruisce in Africa una riserva di materie prime per i decenni a venire.

L’investimento cinese in Africa può avere ripercussioni estremamente negative per i Paesi destinatari, come uno sfruttamento sregolato delle loro risorse che può causare enormi danni alle popolazioni locali. Bambini nati deformi, l’avvelenamento dei bovini e la distruzione di interi habitat naturali sono solo alcune delle ripercussioni di questi nuovi piani di investimento. Episodi di questo tipo sono accaduti nel Sud Sudan, in gran parte a causa degli investimenti dell’Azienda Petrolifera Nazionale Cinese, di proprietà statale.

Infatti, le leggi per la protezione dell’ambiente vigenti in Cina non vengono applicate nei Paesi in cui investe. Nel 2007, l’ex ministero dell’agricoltura del governo dello Zambia, Guy Scott, ha detto al giornale inglese The Guardian: “Le persone qui ora dicono: ne abbiamo viste di cattive persone. I bianchi erano cattivi, gli indiani erano ancora peggio, ma i cinesi sono i peggiori di tutti”. Ora che la Cina emerge come una nuova potenza imperiale, la mancanza di regole e l’impunità con cui investe diventa una questione sempre più importante.

Inoltre, Pechino spesso usa il proprio commercio come arma politica. La condizione di non interferire nei suoi affari si può tradurre in una proibizione alla semplice critica verso tutto quello che riguarda la Cina. Il PCC ricatta chiunque dipenda dal commercio o dagli investimenti cinesi all’estero vietandogli accesso ai suoi mercati se vengono messi in discussione temi che riguardano la sua sovranità.

L’esempio più lampante di come questa politica estera mascheri una forma di censura al di fuori dei propri confini è lo scandalo mediatico avvenuto negli Stati Uniti il 5 ottobre scorso. Il governo cinese ha deciso di boicottare delle compagnie americane per avere espresso solidarietà ai manifestanti pro-democrazia di Hong Kong. Il manager del basketball team statunitense, Houston Rockets, si è dichiarato sostenitore delle manifestazioni a Hong Kong con un tweet che ha portato le partite di basket della NBA (National Basketball Association) ad essere censurate da tutti i canali mediatici in Cina. Inoltre, lo sponsor della banca cinese Shanghai Pudong ha terminato la sua partnership con i Rockets, annunciando sui social che: “La banca di SPD si esprime fortemente contraria ai commenti negativi fatti da Houston Rockets“. Persino le marche di indumenti sportivi cinesi, Li-Ling e Anta, hanno annunciato che non avrebbero più lavorato con i Rockets. Il giorno dopo, il manager americano ha deciso di cancellare il suo tweet e scusarsi pubblicamente per il commento. Non farlo gli sarebbe costato miliardi.

Dunque, un team di basket americano, su suolo americano, ha espresso solidarietà ai manifestanti di Hong Kong e questo ha comportato un boicottaggio economico così dannoso che i responsabili hanno dovuto auto-censurarsi come una sorta di dimostrazione di lealtà verso Pechino. Dopo lo scandalo, anche i tifosi sono stati obbligati a rimuovere dei cartelli con scritto “libertà per Hong Kong” in una partita di basket che stava avvenendo negli Stati Uniti. Pechino ha impedito la libertà di espressione, iscritta nella Costituzione americana, in un Paese che rimane tutt’ora la più grande potenza mondiale.

Se il governo cinese si è sentito autorizzato a fare una manovra così spudorata nei confronti di affari che avvenivano negli Stati Uniti, peraltro in un contesto sportivo, è probabile che non si faccia alcuno scrupolo a farla con i Paesi europei anche nelle faccende interne politiche che possono riguardare qualsiasi cosa inerente alla Cina. L’Italia è particolarmente a rischio perché ha da poco firmato un Memorandum of Understanding (MoU) sulla Nuova Via della Seta – il nuovo grande investimento di Pechino per replicare l’antica via di itinerari terrestri, marittimi e fluviali che connettevano l’impero cinese a quello romano. E infatti, interrogato sulle proteste a Hong Kong durante la sua visita a Shanghai di questi giorni, il ministro degli esteri Di Maio si è fatto portavoce della linea di Pechino assicurando che l’Italia non vuole interferire nelle questioni interne di altri Paesi.

I Paesi e le compagnie estere sembrano dover limitare la propria libertà di esprimersi su temi come il Tibet, Taiwan, Hong Kong, la storia cinese contemporanea e i diritti di Pechino nel Mare della Cina meridionale e orientale se vogliono trattare con la Repubblica Popolare.

La politica estera cinese del quid pro quo – noi non interveniamo nei vostri affari se voi non intervenite nei nostri – sembra in apparenza diversa dalla politica estera occidentale di esportare i propri valori in Paesi che non li condividono. Tuttavia, questa politica può nascondere una forma di imposizione del pensiero unico del Partito Comunista Cinese e mascherare il suo imperialismo in maniera più subdola. Rispecchia la filosofia post-maoista del “socialismo con caratteristiche cinesi” usata per giustificare l’introduzione del capitalismo sotto la maschera del comunismo.

Il non-interventismo della Cina è un motto strumentale all’avanzamento del suo imperialismo nel mondo. Solo con dei veri e propri sistemi di checks and balances da parte del governo cinese stesso questo potrebbe cambiare.

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Alessandra Bocchi


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