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Il liberalismo è morto? Viva il liberalismo

Mattia Sisti di Mattia Sisti, in Cultura, Quotidiano, del

Uno dei grandi temi del nostro tempo è la morte del liberalismo. Questo fatto comporta che il dominio incontrastato di concetti come libero mercato, libertà e scelte individuali appartenga oramai a un lontano passato destinato a non tornare mai più. Gli esempi in questo senso non mancano. In Italia le posizioni del Movimento 5 Stelle – favorevole, ad esempio, alla chiusura forzata dei negozi durante il fine settimana – sembrano offrire una conferma della fine del liberismo. All’estero, invece, la morte del liberalismo sembra essere annunciata dalla presenza di figure politiche che si autodefiniscono apertamente socialiste e che sono favorevoli alla cosiddetta economy of peace, cioè un’economia controllata non dai privati cittadini ma in misura maggioritaria dallo Stato, come il senatore Bernie Sanders e la neo deputata Alexandria Ocasio-Cortez negli Stati Uniti.

La critica del liberalismo però non è solo ristretta all’ambito politico, perché è molto forte anche in ambito accademico. In Italia siamo abituati da un po’ di tempo a questa parte al filosofo Diego Fusaro, che professandosi allievo di Marx ha fatto del suo impegno politico una lotta accanita e senza quartiere contro il liberalismo e il “turbocapitalismo”. In America, invece, la fine del liberalismo si può intravedere in libri come “Why Liberalism Failed” scritto da Patrick J. Deneen, professore di Scienze Politiche presso l’università di Notre Dame.

È opportuno interrogarsi sulla validità di questa tesi: il liberalismo è veramente morto come tanti elementi sembrano indicare? A mio parere, la morte del liberalismo è un mito che non regge alla prova dei fatti, data la mancanza di qualunque tipo di alternativa credibile al liberalismo stesso. Vediamo alcuni esempi.

I critici del liberalismo di solito concentrano la loro analisi sul fatto che questo porti all’erosione della moralità nella nostra società. Il motivo secondo loro risiederebbe nel concetto liberale di libertà, il quale consiste meramente nella moltiplicazione della nostra capacità di scelta individuale. Un esempio molto comune in questo senso è il tema delle relazioni interpersonali. Si dice che i più esposti al liberalismo, come ad esempio i millennials, non ricerchino più un partner per la vita al fine di sposarsi ma si accontentano di “provare” diversi partner nella forma nota in America e in Inghilterra come hookups (“incontri occasionali”) prima di fare la loro scelta definita. A fronte di ciò che cosa offrono i critici del liberalismo come alternativa alla libertà di scelta delle persone nella propria vita sentimentale? Un ritorno al passato, nella forma di un controllo delle proprie passioni unito a una sorta di matrimonio più o meno velatamente combinato o da istituzioni religiose, come la Chiesa, oppure dalla propria comunità. È facile vedere come questa soluzione non sia preferibile alla situazione attuale dato che sarebbe una vera e propria limitazione della libertà personale nel modo in cui ognuno di noi sceglie di condurre le proprie relazioni.

Un secondo argomento molto caro agli oppositori del liberalismo, come Deneen, è la condizione di placelessness (“mancanza di luogo”) di cui gode in particolar modo l’élite liberale. L’idea è che le persone al vertice del sistema liberale vivano in un luogo specifico, molto spesso in metropoli internazionali, come Milano, Londra, New York o Berlino, ma che teoricamente possano vivere in qualunque di queste grandi città data la loro malleabilità e adattabilità. Secondo l’autore, questo fatto favorisce la mancanza di un centro direzionale nell’agire degli individui in questione e soprattutto la mancanza del concetto di res publica (“la cosa pubblica”) sostituita dalla res idiotica (“la cosa privata”). La ragione è che i liberali vivono sì in un determinato luogo, ma teoricamente potrebbero vivere dovunque; questo comporta che essi mettono sempre al primo posto il loro interesse privato (res idiotica) piuttosto che il cosiddetto “bene comune” (res publica) della comunità. La soluzione, secondo molti critici del liberalismo, consisterebbe – in parole povere – nel prevenire il sorgere della res idiotica alla radice, ovvero di limitare la libera circolazione delle persone. Oltre all’impatto negativo che si avrebbe sulle grandi metropoli internazionali e sulla loro capacità di attrarre i migliori talenti sul mercato indipendentemente dalla loro provenienza geografica, questo tentativo non è nient’altro che l’inframmezzarsi da parte di qualcuno (lo Stato) nelle decisioni delle persone che (se ne hanno i mezzi e le capacità) devono avere la possibilità di vivere dove vogliono.

In ultima battuta sembra che la morte annunciata del liberalismo non solo non sia reale ma che non sia destinata a verificarsi nemmeno nel futuro più prossimo – almeno finché le persone continueranno a credere nella libertà di scelta che è alla base di questa ideologia politica. Ma la vera domanda è: chi fra noi sarebbe seriamente disposto a seguire i dettami di qualcun altro per regolare la propria vita sentimentale, oppure il luogo che chiamiamo casa? O, per essere ancora più esplicito, chi fra noi rinuncerebbe alla propria libertà e la consegnerebbe a chi si arroga il diritto di sapere di più di noi sulla nostra vita e le nostre scelte? Sono convinto che le persone disposte a fare questo si contino sulle dita di una mano. Il liberalismo non solo è vivo, ma continuerà a esserlo finché ci sarà chi crede fermamente nella libertà.

Mattia Sisti

Mattia Sisti

Difensore accanito del libero mercato in economia, libertario per quanto riguarda tematiche etiche e atlantista in politica estera; ma sono anche un grande amante della filosofia, in particolare di Platone e Nietzsche. Dopo una laurea in Filosofia all’Università Vita-Salute-San Raffaele di Milano e un master in Filosofia Antica presso l’Università di Durham in Inghilterra, mi sono trasferito in Cina, a Pechino, per uno stage di circa 6 mesi presso la Camera di Commercio Italiana. Attualmente sto svolgendo un Dottorato in Filosofia presso l’Università di Oxford.

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