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L’Europa e l’Occidente stanno perdendo la battaglia. Ecco perché

di Marco Zannini, in Economia, Esteri, Quotidiano, del

Chiudiamo gli occhi. Immaginiamo di tornare indietro nel tempo con la mente: ripensiamo alla situazione geopolitica e socio-economica degli anni ’80 fino al periodo intorno al 2000. Che cosa vediamo? La guerra delle Isole Falkland, la Reaganomics, il crollo dello stock market, la caduta del Muro di Berlino, la fine della Guerra Fredda, la nascita del computer e di internet, la svalutazione della Lira, il miracolo economico della digitalizzazione, l’attacco terroristico alle Torri Gemelle: pochi esempi per descrivere la fibrillazione di quegli anni e i grandi cambiamenti a cui l’Occidente è andato incontro.

Durante quel periodo, nonostante le innumerevoli sfide, il primato della democrazia occidentale sembrava indiscutibilmente saldo: da centinaia di anni baluardo della ricchezza mondiale e cuore pulsante millenario della libertà e della cultura, fungeva da faro che illuminava la direzione da seguire per tutto il globo. Il sogno a stelle e strisce dell’American Dream risplendeva negli occhi di tutti e scaldava i cuori speranzosi delle persone, mentre il modello europeo si faceva portabandiera dei più alti valori di cultura, pace ed integrazione.

Nel 2018 però tutto questo sembra essere ormai arrivato al capolinea. L’equilibrio politico del Vecchio Continente sembra essersi rotto totalmente, con una Unione europea miope che tenta invano di raccogliere i propri cocci: conflitti sociali, immigrazione ed economia stagnante ne sono la causa. Dall’altra parte dell’oceano, invece, gli Stati Uniti sono usciti dall’amministrazione Obama più in difficoltà e più divisi che mai: la crisi del 2008 ha inflitto un pesantissimo colpo, distruggendo quello che era il sogno dello Zio Tom e lasciando 325 milioni di persone con l’amaro in bocca. In questo caos, gli altri grandi attori mondiali non hanno perso tempo e si sono costruiti un ruolo sempre più dominante nella scacchiera globale: la Cina, per esempio, ha attuato una crescita economica strabiliante. Nel grafico sottostante è riportato il Pil PPP (potere d’acquisto) in dollari delle principali potenze mondiali, ovvero il Pil totale rapportato al costo della vita. (fonte: Banca mondiale). Risulta lampante come il dragone asiatico abbia avuto una crescita incredibile e costante – circa il 7 per cento annuo- superando persino gli Usa e l’Ue.

Analizzando il Pil nominale – ovvero la ricchezza totale – troviamo invece gli Stati Uniti al primo posto, al secondo posto l’Unione europea e subito dopo la Cina. Un gap economico che, a detta del colosso asiatico, verrà colmato e superato entro il 2049, centenario della Repubblica Popolare. Guardando la Russia, anche se non presenta livelli di ricchezza paragonabili a quelli occidentali, è innegabile come negli ultimi anni abbia assunto un ruolo geopolitico e politico sempre maggiormente presente ed imponente. Un tempo guardata con perplessità e dubbi, al giorno d’oggi trova un vasto consenso e apprezzamento in tutta la politica europea, con un’ampia schiera di fan italiani tanto devota da quasi auspicare l’annessione dell’Italia alla Federazione. Le prospere democrazie liberali sono letteralmente all’angolo: malcontento e delusione negli ideali di libertà e capitalismo rendono possibile il dilagarsi di ideologie rossobrune che l’Italia e l’Europa non sono riuscite mai a scrollarsi di dosso. Se ne può fare una colpa alle superpotenze russo-cinesi? In fin dei conti, dopo tutto, stanno facendo il loro gioco e quello che è meglio per i loro interessi. Allora qual è il problema alla radice?

La risposta può essere trovata nei leader che mancano. Nell’Occidente degli ultimi 10-20 anni, ed in particolar modo in Europa, sono venute meno quelle figure forti capaci di dare risposte pronte e “necessariamente impopolari” per fronteggiare i grandi problemi. Emergenze quali la crisi economica del 2008, la questione mediorientale, il problema dell’immigrazione ed il degrado sociale non sono state per nulla affrontate di petto ma, al contrario, hanno visto il formarsi di una politica paralizzata ed incapace di lavorare sotto pressione. Nel Vecchio Continente abbiamo assistito alla grigia burocrazia di Bruxelles, restìa nel prendere posizioni concrete in politica estera ed economia, non percependo assolutamente i disagi reali dei cittadini. In Italia, nello specifico, abbiamo subito le catene della democrazia popolare (poi sfociata nel populismo), reo anche un sistema elettorale e parlamentare totalmente inefficiente: per citare Ronald Reagan, “la differenza tra democrazia e democrazia popolare è la stessa che passa tra una camicia ed una camicia di forza.”

Sia da destra che da sinistra, decenni di politiche cerchiobottiste e democristiane, legate a logiche di consenso e clientelismo si sono dimostrate completamente deleterie, andando costantemente a degradare le condizioni economiche delle famiglie e lasciandole allo sbando. Questo atteggiamento ha creato un circolo vizioso di sconforto, delusione e perdita di fiducia nelle istituzioni e negli ideali di libertà. Secondo una ricerca del Pew Research Institute (successivamente riportata dal Financial Times), alla domanda “I bambini del tuo Paese vivranno meglio dei loro genitori?”, il 62 per cento degli americani intervistati ha risposto negativamente, mentre in Italia tale cifra ha raggiunto l’86 per cento ed in Francia addirittura il 91 per cento.

Con una tale perdita di speranza risulta chiaro come mai il popolo strizzi sempre di più l’occhio a forze populiste o rossobrune: sono le uniche in cui, attualmente, i leader possono prendere decisioni forti dando risposte pronte e ferree; e ne sono un esempio gli enormi avanzamenti economici e sociali dei due colossi euro-asiatici a discapito della controparte occidentale. Gli Usa di Trump, per fortuna, sembra che stiano ponendo rimedio: con manovre ed atteggiamenti “impopolari” è stato possibile portare avanti enormi riforme sempre nel nome della libertà e del capitalismo, quali il massiccio taglio delle tasse, la deregulation e (forse) persino la pace tra le due Coree. Tale figura cruciale però manca ancora sia in Europa che in Italia, e purtroppo non si vede ancora all’orizzonte: quanto tempo ci vorrà prima che si presenti finalmente anche da noi?

Marco Zannini


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