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L’esperança chiamata Bolsonaro

Avatar di Pietro Bassi, in Esteri, Quotidiano, del

Pochi giorni fa si è votato per l’elezione del presidente della repubblica federale del Brasile e Jair Messias Bolsonaro ha ottenuto la maggioranza con il 46 per cento dei suffragi mentre Haddad, uomo dell’ex presidente Lula da Silva, attualmente detenuto nelle patrie galere brasiliane con una condanna a dodici anni per corruzione, si è fermato al 29 per cento. Bolsonaro, nato a Glicério, stato di San Paolo, da Perci Geraldo Bolsonaro e Olinda Bonturi, entrambi di origine italiana, il padre rodigino e la madre toscana, dopo la scuola superiore ha frequentato l’accademia militare di Agulhas Negras diplomandosi nel 1977. È membro della Camera dei Deputati del Brasile dal 1991, ed è un esponente del Partito Social-Liberale brasiliano. Nel 1993, quando era deputato alla Camera bassa del Congresso nazionale del Brasile, Bolsonaro pronunziò un discorso che sconvolse diversi suoi colleghi: si disse estimatore del regime militare che era da poco terminato in Brasile e aggiunse che la democrazia non era in grado di risolvere i gravi problemi che affliggevano il paese. Le sue parole furono: “Sì, sono a favore di una dittatura! Non risolveremo mai i problemi nazionali con questa democrazia irresponsabile!”. A inizio settembre scorso Bolsonaro è stato vittima di un attentato da un fan di Lula e della sinistra massimalista: accoltellato mentre partecipava a una manifestazione elettorale a Juiz de Fora, nello stato di Minas Gerais, ferito all’apparato circolatorio addominale e all’intestino, è stato operato d’urgenza e, con grande sforzo e responsabilità dei medici, è riuscito a evitare il peggio e a ritornare, nel tempo, nelle massime forze. Il Paese intero ha pregato e pianto per una così tragica, violenta e inaspettata estremizzazione dello scontro politico e sociale.

Molti personaggi brasiliani assai popolari hanno pubblicamente sostenuto la candidatura di Bolsonaro, fra questi la famosa modella e cantautrice Juliana Bonde do Forro, molto popolare in Brasile, in un video su Youtube già nell’agosto scorso elencava le ragioni che, a suo dire, facevano di Bolsonaro il candidato migliore per le sorti del popolo brasiliano: “Il Generale è una persona autentica, onesta il che è fondamentale oggigiorno, che dice quel che pensa senza timori in televisione e nelle manifestazioni pubbliche. È per incrementare e difendere la sicurezza pubblica, proclama la castrazione chimica per gli stupratori ed è a favore della detenzione del porto d’armi. Vuole aumentare la sicurezza nelle scuole, in particolare quelle in aree disagiate delle nostre città e spinge per una lotta alla delinquenza estesa e senza confini. In rispetto del nostro motto Ordem e Progreso è a favore di una maggior presenza delle scuole militari nelle nostre città. Infine è conservatore, cristiano, ma trasversale, ha tanti amici omossessuali e neri, così come molti di costoro lo voteranno e l’hanno già votato”.

Se si vuol tentare di capire perché gran parte del popolo brasiliano abbia scelto come guida questo personaggio è necessario analizzare la storia della nazione dato che eventi di questa portata non avvengono per caso.

Il Brasile è un Paese molto esteso geograficamente, protagonista di una storia molto complessa dai tempi della sua fondazione fino alla creazione della Repubblica avvenuta nel 1889. A partire dalla presidenza di Getulio Vargas nel 1930, quando il Brasile si ribellò con una vera e propria rivoluzione ai brogli elettorali che non avevano consentito al rappresentante dell’opposizione di vincere le elezioni presidenziali imponendo così la sua nomina, il Paese vide affermarsi quella che sarebbe diventata per molti anni l’egemonia populista.

Solo nel 1964, a seguito di un colpo di stato, le forze militari con l’adesione dei partiti politici, di nuclei di imprenditori, di organizzazioni religiose, e con l’appoggio straniero presero il sopravvento.

In epoca di Guerra Fredda tale movimento militare era in accordo con movimenti simili affermatisi in America Latina nel Dopoguerra e variamente perdurati fino agli anni ’70. Le corporazioni militari erano formate secondo l’ideale dell’ordine della propria superiorità rispetto alle liti civili, in uno Stato Sociale meglio preparato a difendere la nazione dai nemici interni, spesso visti quali agenti del comunismo internazionale; i militari si sentivano investiti del ruolo di difensori della volontà popolare dello stato, della borghesia e dei latifondisti da nemici potenziali o immaginari.

Ma la debolezza che le organizzazioni sociali manifestarono nel resistere all’imposizione di un nuovo ordine nel 1964 dimostrò il loro livello di dipendenza organica, politica ideologica sia nei confronti dello Stato che dalla figura paterna del presidente della Repubblica. Infatti, l’allora presidente, João Goulart, a seguito del colpo di stato militare del generale Humberto de Alencar Castelo Branco, preferì l’esilio volontario affinché non venisse versato il sangue dei brasiliani.

Nonostante non avessero mai lodato la memoria di Vargas, i militari si servirono delle soluzioni varghiste: dopo aver tolto loro ogni contenuto retorico populista. Vennero rimesse in uso le regole dello Stato nuovo, ma i metodi repressivi dei militari si rivelarono notevolmente più sofisticati di quelli del periodo precedente. Venne istituita la cosiddetta ideologia di sicurezza nazionale, elaborata fin dall’inizio della guerra fredda, il cui centro accademico era la scuola superiore di guerra, creata dalle forze armate brasiliane nel 1948. Gli attori della sicurezza nazionale partivano dal principio che il mondo era diviso in due blocchi che prima o poi si sarebbero scontrati. Il loro riferimento teorico era la geopolitica ed essi credevano che il comunismo internazionale agisse all’interno delle frontiere del Brasile, per mezzo delle organizzazioni sociali. Il ruolo delle Forze Armate quindi sarebbe stato di difendere lo stato dai nemici interni, vista la superiorità organizzativa dei militari e l’incapacità dei populisti e dei liberali di fermare il pericolo comunista.

La morte di Ernesto Che Guevara, nel 1967, costituì la scintilla di propulsione dell’utopia di libertà e di affrancamento dal giogo del regime militare. Fu in questo contesto che la dittatura militare perfezionò il suo ciclo vitale, evolvendo verso una nuova tappa della repressione istituzionalizzata e dell’applicazione letterale dei principi dell’ideologia della sicurezza nazionale. Il sostegno giuridico fu il cosiddetto Atto Istituzionale numero 5, pubblicato nel dicembre del 1968 e rimasto in vigore nei dieci anni successivi: secondo tale normativa venivano sospese tutte le garanzie dei cittadini e al presidente spettavano poteri speciali, al di sopra della sfera giudiziaria e legislativa. Tale linea dura del governo favoriva l’instaurazione di uno Stato di polizia in cui era possibile imprigionare, tenere in isolamento e accusare qualsiasi cittadino.

Terminato il periodo della dittatura militare, nel 1969, a causa dell’improvvisa grave malattia e successiva morte che colpì l’allora presidente, il generale Da Costa e Silva, il suo successore, il generale Emilio Garrastazu Medici venne nominato a seguito di elezioni realizzate nella massima ufficialità, dando inizio al periodo della giunta militare che governerà il Brasile fino al 1979. Il generale Medici, presidente per quattro anni, governò con mano di ferro in un certo grado di legittimazione popolare: durante questo periodo infatti, per mezzo di rigidi meccanismi di censura e di propaganda politica, venne sbaragliata la fragile resistenza armata e messa a tacere qualsiasi opposizione legale. “Il Brasile, o la ami o lo lasci” era uno dei suoi slogan favoriti, che invitavano gli scontenti a prendere la via dell’esilio. Il nazionalismo retorico del governo trasse giovamento dalla vittoria brasiliana nella Coppa del Mondo di Calcio del 1970, evento che era stato motivo di un’intensa propaganda governativa. Qui i nazionalisti brasiliani presero l’usanza di mescolare calcio, politica e nazionalismo. La televisione e il calcio furono le migliori armi utilizzate dal governo per attirarsi la simpatia e la fiducia del popolo e isolare quasi del tutto l’opposizione.

La stessa maglietta amarelo e verde (verde-oro) della nazionale di calcio divenne simbolo politico tanto da essere indossata anche oggi proprio da Bolsonaro e dai suoi.

Grandi opere furono realizzate come l’autostrada trans-amazzonica, il Ponte Rio de Janeiro-Niteròi, grandi impianti idroelettrici videro la luce, senza alcuna pianificazione ecologica, in nome dell’allargamento delle frontiere economiche e dell’integrazione del Brasile. L’ambiente fisico venne così aggredito in nome del progresso nazionale: uno dei molti slogan in voga all’epoca era che “Tutti dovevano aspettare che il dolce fosse lievitato per poi dividerlo”.

Passati gli anni del così detto miracolo economico brasiliano importante figura di questo periodo fu il generale Ernesto Geisel, indesiatosi alla presidenza nel 1974. Il suo governo rappresenta una fase storica del Brasile estremamente interessante anche per meglio comprendere la situazione che stiamo vivendo oggi. Infatti il generale pur mantenendo molte caratteristiche proprie di quelle dei governi che lo avevano preceduto, anche a causa della fine del periodo di miracolo economico, assunse uno stile di governo più personale, meno corporativo militare, mettendo in pratica la cosiddetta teoria di apertura lenta e graduale. Il regime militare comprese di non poter esercitare il potere in eterno e che fosse necessario un ritorno alla normalità democratica gestito dall’alto, un accordo tra governo e classe dominante, evitando il più possibile scontri tra istituzioni e mondo sociale. La strategia di Geisel, nonostante alcuni incidenti di percorso come all’epoca si soleva dire, ebbe successo nel Paese in un succedersi di eventi seppur lento verso modelli democratici di convivenza politica.

Ma la tutela militare si protrarrà per altri dieci anni sino al governo del senatore José Sarney, a seguito del quale furono indette dal presidente della Repubblica elezioni dirette che portarono alla Presidenza di Fernando Affonso Collor de Mello il 15 marzo 1990 ripristinando interamente la Costituzione promulgata nel 1988 e restituendo al Paese la cosiddetta normalità democratica.

Non era del tutto cessata però la tutela militare divenuta molto meno rigorosa e più riservata per merito soprattutto della lotta della società civile per l’ottenimento di più ampi diritti umani, libertà di opinione, di organizzazione e di manifestazione. Si può quindi affermare che la tutela dei militari nella vita brasiliana si è mantenuta viva e, nonostante l’intensa partecipazione politica popolare e i mutamenti succedutisi nella vita istituzionale, sono rimaste in vigore varie prassi risalenti al periodo di governo militare. Accanto a ciò i problemi ecologici generati da un processo di industrializzazione così intenso e di espansione delle frontiere economiche del Paese così esteso, hanno trasformato il Brasile in un polo di interesse mondiale e l’hanno portato a essere annoverato tra i Paesi membri del G20.

Gli istituti di sondaggio brasiliani danno Bolsonaro in vantaggio di oltre dieci punti percentuali, però ciò non consente di dormire sonni tranquilli perché Haddad, o ancor meglio Lula da Silva, sono ancora molto forti nel nord del Paese. Se questo week end il Brasile scriverà la storia, tutto il mondo dovrà riflettere ancor più approfonditamente sulla condizione socio-politica delle masse mondiali.

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Pietro Bassi


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