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L’ennesimo scontro toghe-politica destinato a paralizzare, di nuovo, il Paese

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Dal fronte della giustizia è giunta finalmente una bella notizia, attesa, a dire il vero, da tanto tempo. Dopo numerosi appelli, non solo degli avvocati difensori, bensì di autentici garantisti provenienti da culture politiche diverse, da Sansonetti a Daniele Capezzone, Marcello Dell’Utri ha ottenuto gli arresti domiciliari. Era ora, perché il rampante manager e poi cofondatore di Forza Italia ha lasciato il posto, da un po’ di anni ormai, ad un uomo anziano e seriamente malato che, francamente, non può nuocere a nessuno all’esterno del carcere. Una persona dalla salute compromessa che meritava un piccolo gesto di umanità. Purtroppo le belle notizie, sempre in tema di giustizia, sono già finite. Un’altra faccenda che ha tenuto banco in questi ultimi giorni e sicuramente continuerà a far discutere, è la confisca dei conti bancari della Lega, decisa da una sentenza della Cassazione. Tutto è legato alla vicenda giudiziaria riguardante la gestione dei rimborsi elettorali da parte dell’ex-segretario leghista Umberto Bossi e del suo tesoriere di fiducia Francesco Belsito.

Una storia di alcuni anni fa, non ancora conclusa nei Tribunali, che oggi torna prepotentemente alla ribalta. Matteo Salvini ha reagito al blocco dei conti del Carroccio, parlando di sentenza politica e ci è parso di rivivere qualcosa. Un film già visto, un deja vu! Ricordiamo ancora i governi a trazione berlusconiana di fatto paralizzati spesso dalla costante guerra fra alcune Procure, non prive di deviazioni ideologiche e l’allora Premier Silvio Berlusconi. Il clima era pessimo perché dominato da un attivismo ad orologeria di talune toghe e da un leader che, pur cosciente del pregiudizio ideologico di parte della magistratura, a volte se le andava proprio a cercare, fra la nipote di Mubarak e le olgettine. Quasi tutto ruotava attorno a questo e tante priorità politiche ed economiche venivano regolarmente rimandate. Il riformismo liberale rimase teoria senz’altro a causa della mancanza di coraggio e sensibilità dello stesso Berlusconi e di quegli illiberali che lo circondavano e mal consigliavano, ma l’azione di governo ebbe pesanti limiti anche per l’incessante bombardamento giudiziario. Qualsivoglia leader politico, anche se molto bravo, non può dedicarsi con serenità ed impegno alle molteplici esigenze di un Paese, se si trova costretto, un giorno sì e l’altro pure, ad analizzare soltanto delle carte processuali. Ecco, non vorremmo che si ripetesse più o meno la stessa storia fra Salvini e i magistrati che sono alla ricerca di quei 49 milioni di euro che la Lega, secondo i giudici, dovrebbe restituire allo Stato. Anche qui, pare ci sia una giustizia abbastanza puntuale, se non proprio ad orologeria, la quale emette una sentenza forte proprio nel momento di maggiore popolarità di Matteo Salvini e del suo partito, capaci peraltro di superare nei sondaggi Di Maio e il M5S.

Magari si tratta di una coincidenza e il blocco dei conti leghisti era da farsi proprio adesso e né prima, né dopo, ma è consentito pensare male, senza rischiare nemmeno di peccare. Sull’altra barricata c’è comunque un problema giudiziario per la Lega che non è basato solo su fantasie delle toghe politicizzate. La gestione del denaro ad opera dell’allora cerchio magico bossiano fu quantomeno spericolata e non aggiungiamo altro. Non ha tutti i torti chi sostiene che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli, essendo responsabile dei guai la vecchia dirigenza bossiana e non la nuova, salviniana, tuttavia il partito di Salvini, per quanto abbia accantonato la parola Nord, rimane il medesimo, a livello amministrativo e penale, di Bossi, Belsito e del Trota. Non vorremmo che esplodessero le opposte tifoserie, come già successo con berlusconiani ed antiberlusconiani, fra quelli del “Giù le mani da Salvini” e quelli del “Lega ladrona”. Insomma, una nuova guerra civile strisciante che farebbe perdere un po’ a tutti il lume della ragione e del buonsenso, non darebbe spazio ad un sano garantismo liberale ed occuperebbe tutto il dibattito politico, a scapito di altre e ben più importanti priorità. Il rischio più alto è la perdita di credibilità tanto dei giudicanti quanto dei giudicati, (il più sano potrebbe avere  come minimo la rogna) e il costo maggiore, come al solito, cadrebbe sulla schiena dell’Italia. Se avessimo una magistratura capace di fare politica solo nel segreto dell’urna ed una politica che si sforzi di rimanere inattaccabile a livello giudiziario, saremmo un Paese normale, ma si sa, i liberali e quelli del “garantismo sempre e con chiunque”, sono estrema minoranza in Italia.

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Roberto Penna


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