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L’egemonia Dem sui media. Non solo Trump: non c’è candidato o presidente Repubblicano che non sia stato demonizzato

Avatar di Stefano Magni, in Esteri, Media, Quotidiano, del

Molti non ricordano (o fingono di non ricordare), ma noi sì: i media Usa (e non solo) hanno riservato il “trattamento-Trump” a tutti i candidati o presidenti Repubblicani, da Goldwater a Romney, passando per i Bush e McCain (oggi lodato da morto), massacrandoli con campagne di delegittimazione e fake news. Ma con Trump hanno fatto un passo in più: hanno vinto loro le elezioni…

Nelle elezioni presidenziali americane del 2020, due episodi, in particolare, hanno reso chiaro a tutti che il rapporto fra media e politica è cambiato in modo definitivo. Il primo episodio è stato durante la conferenza stampa in cui Trump, ancora presidente in carica, annunciava di non concedere la sconfitta e motivava la sua decisione con il sospetto di brogli elettorali a favore della parte avversa. La maggior parte delle televisioni nazionali presenti alla Casa Bianca, invece di trasmettere la diretta, l’hanno interrotta. Hanno staccato il microfono al presidente perché, a detta loro, stava affermando il falso. I media sono dunque andati oltre al loro compito di informatori e si sono erti al ruolo di giudici. Il secondo episodio, forse ancor più clamoroso, è stato l’annuncio del vincitore delle presidenziali, Joe Biden, quando lo spoglio delle schede è tuttora in corso e i ricorsi legali annunciati da Trump sono appena agli inizi. I media, in pratica, hanno annunciato il “loro” presidente, provocando una valanga di congratulazioni da tutto il mondo, indirizzati ad un capo di Stato che non è ancora tale.

La giustificazione di un atteggiamento così partigiano e poco professionale, che si è potuto vedere in diretta anche nel corso dei dibattiti televisivi (basti contare quante decine di volte il presidente in carica è stato interrotto dai moderatori), viene giustificato dai diretti interessati con argomentazioni che vanno dal romantico “dobbiamo resistere a un presidente nemico della libertà di stampa”, ad un deontologico “non possiamo permettere che vengano trasmesse informazioni false”. Affermazione, per altro, falsa: quando mai i media hanno deliberatamente censurato personaggi pubblici, anche quando mentivano clamorosamente, incluse le dichiarazioni di terroristi come Osama bin Laden, o Abu Bakhr al Baghdadi, o dittatori come la Guida Suprema Khamenei e Saddam Hussein? Ed è bene che sia così, perché, in ogni caso, il ruolo del giornalista è quello dell’informatore, non del giudice. In ogni caso, comunque, i media direttamente interessati alla demolizione di Trump hanno sempre portato la giustificazione che si tratti di un caso “straordinario”, di un presidente talmente fuori dalle righe da essere considerato una minaccia per la democrazia. Da qui, la loro tendenza a difendere la democrazia a costo di censurare un presidente democraticamente eletto. Trump è considerato diverso dai suoi predecessori, un caso unico che richiede misure speciali. Ma quali predecessori, non hanno richiesto misure altrettanto speciali da parte degli stessi media americani e dei loro predecessori?

Il grande problema ignorato, un “elefante nella stanza” come direbbero gli americani, non è questo o quel presidente, ma l’egemonia che i Democratici hanno conquistato nel mondo accademico e di conseguenza in quello mediatico. Questa egemonia risale almeno agli anni di Kennedy (1960-63) e da allora spara fango su ogni singolo presidente o candidato presidente repubblicano. I media hanno delegittimato Barry Goldwater, che avrebbe dovuto correre contro Kennedy e poi ha fatto invece campagna contro Johnson, a causa dell’omicidio del presidente a Dallas. Goldwater, laico e liberale, è tuttora ricordato come “razzista” e “guerrafondaio”, a causa della feroce campagna mediatica contro di lui. Non vinse le elezioni e si risparmiò quattro anni di gogna mediatica.

Questa invece toccò a Richard Nixon che divenne addirittura sinonimo della corruzione del potere. Nixon venne letteralmente linciato per una guerra (Vietnam) che non aveva iniziato, ma che, anzi, provò a portare a termine nel migliore dei modi con gli accordi di Parigi nel 1973. L’odio dei media nei suoi confronti era tale, che gli è stata anche tolta la Luna. Fateci caso: quando l’anno scorso è stato celebrato il 50° anniversario dell’allunaggio, è sempre stato nominato Kennedy (che lanciò il programma), ma mai Nixon (che lo portò a termine con successo nel suo primo anno di presidenza). I media fecero perdere la Casa Bianca a Nixon, nonostante la sua rielezione con due clamorosi scoop: i Pentagon Papers, cioè la diffusione di segreti militari sui bombardamenti in Cambogia e poi definitivamente con lo scandalo Watergate, lo spionaggio politico ai danni dei Democratici che portò all’impeachment.

Dopo Nixon, i media non riuscirono a detronizzare Reagan. Ma ci provarono in tutti i modi con la delegittimazione personale (“è solo un attore”, “è malato”, “è un fanatico religioso”), politica (“vuole la guerra nucleare”, “distruggerà il mondo”, “la sua è voodoo economics“, “è nemico dei poveri”) e giudiziaria (lo scandalo Iran-Contras). Nonostante i media, fu il presidente finora più amato dagli americani in tempi recenti, ma chiunque lo studi attraverso gli archivi dei quotidiani, lo crederebbe un mostro. Bush (padre), che pure era un moderato centrista, venne accusato di essere un falco imperialista, petroliere in conflitto di interessi, esponente del complesso militar-industriale.

Suo figlio, George W… non c’è neanche bisogno di parlarne. Nell’era di Internet ogni giorno, ogni ora, era un attacco continuo al presidente, calunniato, paragonato a una scimmia, accusato di essere un alcolizzato. Sono stati realizzati documentari, film, libri, contro la sua persona e la sua amministrazione. I suoi uomini, Cheney, Rumsfeld, Rove, paragonati a criminali nazisti. La corrente politica che lo sosteneva, almeno dal 2002, quella dei Neocon, è stata descritta come una cupola mafiosa-esoterica. Sulla sua amministrazione, i media hanno creato un’immagine da film horror, fatta di trame oscure, iniziazioni macabre, obiettivi deliranti. “Bush lies, people dies” (Bush mente, la gente muore) era il mantra ripetuto dopo ogni morto nella guerra in Iraq, dando per scontato avesse mentito deliberatamente sulle armi chimiche di Saddam per poterla lanciare. L’uragano Katrina che devastò New Orleans nel 2005? Colpa di Bush, non tanto per la gestione dei soccorsi (che comunque spettava a Kathleen B. Blanco governatrice, democratica, della Louisiana), quanto perché Bush non aveva aderito al protocollo di Kyoto sulla lotta al riscaldamento globale. Dando per scontato che, se non si impongono carbon tax ed energia rinnovabile, negli oceani si formeranno urgani sempre più potenti… Quando Bush se ne andò dopo un contestatissimo secondo mandato, l’odio dei media non si spense.

Anzi, iniziarono preventivamente a creare campagne di contro-informazione e vera disinformazione anche per i due candidati successivi: contro McCain e soprattutto contro la sua vice Sarah Palin, poi erano pronti già pronti a creare (anche con un film hollywoodiano rimasto nel cassetto) una mitologia negativa contro i mormoni e la destra religiosa, al momento della candidatura di Mitt Romney. Infine, hanno avuto modo di sfogarsi con Trump. Pensateci bene quando dite: “Trump è comunque indifendibile”. Chiunque viene massacrato, basta che non sia dalla parte “giusta”. Certo con Trump, i media hanno fatto un passo in più: hanno vinto loro le elezioni, un po’ come un arbitro che segna il gol della vittoria.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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