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Le grane di Renzi e il finanziamento della politica

Avatar di Roberto Penna, in Politica, Quotidiano, del

In Italia non ci facciamo mancare, almeno per un paio di volte all’anno, qualche scandalo o presunto tale della politica sul piano giudiziario. Adesso è il turno di Matteo Renzi e della Fondazione Open, nel cui consiglio di amministrazione sedevano, fino ad aprile 2018, data di cessazione delle attività di Open, Maria Elena Boschi, Marco Carrai e Luca Lotti, ovvero le punte di diamante dell’ormai obsoleto “Giglio Magico” del Rottamatore. Questa fondazione fu costituita nel 2012 con l’obiettivo di supportare politicamente le varie iniziative renziane, dalla Leopolda alle primarie Pd, sino alla campagna per il Sì al referendum costituzionale del 2016. Nulla di penalmente rilevante è ancora emerso a carico della persona di Matteo Renzi o dei suoi fedelissimi, a parte il presidente della Fondazione, l’avvocato Alberto Bianchi, che ha già subito perquisizioni nel proprio studio, ma la Procura di Firenze sta indagando sui diversi finanziatori di Open, soprattutto su quelli, per così dire, “occulti”. Sul sito della Fondazione renziana comparivano i nomi di alcuni finanziatori, ma sembra che vi sia un elenco top secret di altri sponsor. Su questi ultimi si stanno concentrando i magistrati fiorentini. Renzi non possiede il dna del liberale e del garantista, e forse non merita la solidarietà di chi si batte per una giustizia giusta sempre, indipendentemente dalle appartenenze politiche.

Quando il garantismo vale solo a livello personale o al massimo per gli amici, mentre per il resto del mondo le manette possono continuare a tintinnare, non si può certo confidare nella comprensione altrui. Tuttavia, al di là della simpatia o dell’antipatia del personaggio, qualche precisazione si rende necessaria. Innanzitutto, il grande clamore di questi ultimi giorni potrebbe anche portare a ben poco da un punto di vista penale. La magistratura indagherà, e a chi scrive non spetta alcun giudizio, ma sarà importante il discrimine fra l’uso del denaro giunto ad Open, esclusivamente dedicato ad attività politiche, e l’utilizzo del medesimo a fini personali e privati. Ad ogni nuova inchiesta succede talvolta di avvertire un odore non molto gradevole, ovvero la poco inebriante fragranza di una politica non sempre insospettabile, attaccata però da una magistratura in cui sono presenti settori impegnati in battaglie più ideologiche che legali.

Matteo Renzi ha contribuito in maniera determinante alla nascita del Conte 2, ma all’improvviso potrebbe anche decretarne la morte. Si sa, dai tempi del povero Enrico Letta, come l’ex Rottamatore non sia un campione di sincerità ed affidabilità, e rappresenti un pericolo costante per chi non può permettersi la caduta di questo governo, che deve resistere a costo di far morire Sansone con tutti i filistei. Qualche grana giudiziaria può aiutare a mantenere tranquillo e docile l’indomabile Bomba. Il perenne scontro politici-toghe assomiglia a volte ad una guerra fra bande. In ogni caso, l’inchiesta riguardante la Fondazione Open ha ridato centralità al tema del finanziamento ai partiti e alla politica in generale. Si sono fatti sentire i nostalgici del finanziamento pubblico, abolito durante il governo Letta e cessato definitivamente nel 2017. Quel sistema veniva da una legge del 1974, promossa dall’allora esponente democristiano Flaminio Piccoli. Nel corso degli anni vi furono delle modifiche le quali però non cambiavano quasi mai la sostanza delle cose, e addirittura peggioravano un quadro di sperpero di denaro pubblico e di scarsi controlli, com’è accaduto con i rimborsi elettorali, gonfiati vergognosamente da molti. Marco Pannella e i radicali tentarono più di una volta di dare una spallata, liberale e referendaria, al finanziamento pubblico ai partiti, e ci fu il grande successo del referendum del 1993, ma i fautori dell’immobilismo tricolore riuscirono a vanificare il risultato di quella consultazione popolare.

Chi rimpiange l’elargizione di denaro pubblico ai partiti, dice che l’obolo proveniente dallo Stato diminuisce la corruzione e non appalta la politica ai soli ricchi. Queste posizioni, peraltro dal sapore dirigista e socialista, sono facilmente confutabili. Quando lo Stato foraggiava in modo cospicuo i partiti, l’Italia non era affatto libera da corruzione e finanziamenti illeciti alle forze politiche, ed è sufficiente ricordare Tangentopoli. Lo spauracchio, alimentato ad arte, della politica affidata ai milionari, si sbriciola davanti all’esempio americano. Ebbene sì, e non è una provocazione, proprio quegli Stati Uniti dove la politica si finanzia soltanto presso soggetti privati. Certo, adesso viene facile parlare di partiti e candidature in mano ai ricchi, perché Donald Trump, il tycoon multimilionario, potrebbe essere sfidato dal ricchissimo Michael Bloomberg, sempre se l’ex sindaco di New York riesca a vincere le primarie democratiche, ma ricordiamo che proprio il predecessore dell’attuale presidente, ossia Barack Obama, era senz’altro un avvocato e un senatore di successo, tuttavia non era un magnate con conti bancari inimmaginabili. Eppure, riuscì a costruirsi una carriera politica ragguardevole. L’Italia, per evitare che vi siano elenchi nascosti di finanziatori e somme di denaro sfuggenti, invece di guardare al passato, dovrebbe persino andare oltre alla riforma Letta e fare suo l’esempio americano. Si guadagnerebbe così in trasparenza e si saprebbe chi sono i finanziatori e chi i beneficiari delle donazioni. Fare politica ha un costo, e questo è innegabile, ma se tutto fosse, per legge, alla luce del sole, le varie procure non potrebbero nemmeno dare vita a determinate inchieste e il clima sarebbe meno avvelenato.

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Roberto Penna


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