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Le élite Ue non hanno ancora superato il trauma Brexit e meditano vendetta

di Michele Marsonet, in Esteri, Quotidiano, del

Com’era prevedibile, sta spirando nell’Unione europea un pericoloso vento anti-britannico. Mette subito conto notare che non si tratta di un movimento popolare, cioè di un sentimento che sgorga dal basso. Al contrario, tanti cittadini europei continuano a manifestare rispetto e ammirazione per Londra e il Regno Unito, il Paese in cui la democrazia liberale è nata e ha dato i frutti più copiosi.

Sono, invece, parecchi leader della Ue a guardare con sospetto la nazione che, dando vita alla Brexit, ha avuto il coraggio di staccarsi da un’istituzione sovranazionale divenuta, col tempo, sempre più burocratica e asfittica. Per questi politici, appartenenti a parecchi Paesi, la suddetta Brexit resta un peccato capitale, un’onta da cancellare in fretta. O, se si preferisce, una vendetta da consumare fredda.

Il Regno Unito ha avuto il coraggio di riconquistare una completa indipendenza, recidendo con un colpo netto i lacci burocratici, spesso assurdi, che lo costringevano – come gli altri membri dell’Unione – a sottostare a regole e procedimenti bizantini elaborati nelle stanze chiuse di Bruxelles.

Non a caso, l’ostilità dell’Europa (monca senza lo Uk) si manifesta per ora sul piano culturale. Si vorrebbe far credere a cittadini ritenuti ingenui che la cultura inglese non fa parte di quella europea. Di qui l’insistenza sulla “irrimediabile” diversità britannica, isolana e isolazionista per natura, sfruttando vecchie idee e vecchi pregiudizi dei quali il generale Charles de Gaulle aveva fatto uno dei suoi principali cavalli di battaglia.

Ecco quindi la strana proposta di ridurre la presenza culturale britannica, giudicata addirittura “sproporzionata”, nelle reti televisive, giacché essa costituirebbe una “minaccia” (sic) per l’identità europea. Naturalmente sarebbe utile capire cosa intendano, le élites menzionate all’inizio, con l’espressione “identità europea”. Difficile che la risposta si possa ricavare dalle politiche praticate sinora dalla Ue.

Se davvero esistesse qualcosa di simile, allora i governanti dei Paesi extra-europei amerebbero interloquire con Ursula von der Leyen, possibilmente munita di una sedia su cui accomodarsi, e con Charles Michel. E invece i leader mondiali da Vladimir Putin a Narendra Modi, da Joe Biden a Xi Jinping, preferiscono parlare con i premier nazionali quali Angela Merkel, Emmanuel Macron e Mario Draghi, ben consci del fatto che quest’ultimi detengono il vero potere.

Tornando alle reti televisive, è ovvio che i programmi britannici spopolano grazie al fatto che la Bbc confeziona da sempre programmi di grande qualità, di solito superiori (soprattutto dal punto di vista culturale) a quelli degli enti televisivi francesi, italiani o tedeschi.

Tuttavia, la follia delle élite di Bruxelles si manifesta anche in altri modi. C’è per esempio il tentativo di escludere Wembley dagli stadi in cui si svolgono i campionati europei di calcio. La motivazione ufficiale è la diffusione in Inghilterra della “variante indiana” del Covid, poi ribattezzata “variante delta” per ragioni di correttezza politica. In realtà il motivo principale è un altro. È vero o no che lo Uk ha voluto la Brexit? Allora non è più in Europa e, di conseguenza, non si possono disputare partite dei campionati europei sul suo territorio. Assurdo, ovviamente, ma a Bruxelles il senso del ridicolo non ha cittadinanza.

Ed esiste pure una tendenza ancora più assurda che sta prendendo campo, e riguarda questa volta il terreno linguistico. Dopo la Brexit – argomentano alcuni – non è più possibile usare l’inglese come lingua comune. Andrebbe sostituita con il francese o il tedesco. Si dà tuttavia il caso (e lo sanno proprio tutti) che l’inglese sia diventato una vera e propria “lingua franca” utilizzata ovunque nel mondo. Qualcosa di simile a ciò che era il latino nel Medio Evo. Indovinate infatti come si capiscono i leader europei nei loro incontri? Parlando inglese, è ovvio. Magari male come Renzi e Conte, o bene come Draghi. Ma pur sempre della lingua di Albione si tratta.

Ed è, questo, un tratto comune anche agli studenti che partecipano a programmi come l’Erasmus. Se vogliono avere qualche speranza di intendersi con professori e studenti che vivono nel Paese di destinazione, debbono per forza farlo in inglese. Anche perché le altre lingue non sono di solito studiate con accuratezza, in Italia né altrove.

Assistiamo dunque a una commedia dell’assurdo, causata dalla pervicace volontà delle élite governative europee di vendicare la Brexit e di punire gli inglesi per averla approvata. Facile prevedere che tutto si risolverà in una bolla di sapone. Continueremo a usare l’inglese come lingua comune e, sconfitta la pandemia, il Regno unito continuerà ad essere il Paese centrale che è sempre stato.

Michele Marsonet


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