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L’appello all’unità repubblicana di un grand commis europeo: taciuti i temi divisivi e coinvolti i partiti

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Sarò forse uno dei pochi che non sono restati entusiasti dalle comunicazioni rese da Mario Draghi al Senato della Repubblica. Si può dar per scontato che un grand commis europeo parlasse al cervello e non alla pancia, come si imputa di fare a quella parte politica esorcizzata come populista; ma a mezza via fra quello e questa c’è il cuore, il quale, come diceva Pascal, ha pur sempre le sue ragioni. Con quel po’ di esperienza accumulata in più di mezzo secolo, cercando di farmi seguire da molte decine e a volte centinaia di studenti, se pur con varia fortuna, mi viene naturale osservare come leggere senza mai staccarsi dalla pagina scritta, anche solo per bere un bicchiere d’acqua, mantenere sempre la stessa cadenza di voce, evitare qualsiasi punta di buona retorica, non può che dare una sensazione di freddo, così percepita dall’uditorio senatoriale, che certo non si è sprecato in applausi coinvolgenti. Si dirà che, a prescindere dal carattere di Mario Draghi, questa sarebbe stata comunque una scelta obbligata, data la composizione della sua potenziale maggioranza, tanto ampia quanto variopinta; ma la questione non riguarda l’oggi, ma il domani, quando il presidente del Consiglio dovrà comunicare con il Paese, perché non potrà certo restare in silenzio, lasciando uno spazio vuoto, riempito dal rumore cacofonico dei vari partiti.

Era scontato l’appello all’unità, fatto non in nome della nazione, parola ormai destinata a dividere più che ad unire, specie nella prospettiva totalizzante di un’Europa a forte integrazione federale; bensì in nome della Repubblica, con implicito richiamo al primo articolo della Costituzione, che, però, è estremamente caro proprio ai populisti, dato che vi si dice che “la sovranità appartiene al popolo”. Ora, il ricorso a questo termine, Repubblica, se pure tornato di moda con il neo-repubblicanismo, all’insegna di una libertà/partecipazione, richiama esperienze storiche nettamente conservatrici, a cominciare dal modello costituito dal Grand Old Party statunitense; e, in un recente documento firmato da molti intellettuali francesi, valorizza l’idea di una comune patrie, richiamando all’orecchio la famosa formula di De Gaulle dell’Europa delle patrie. A che serve, dunque? Non è difficile capirlo, se si tiene presente in quale contesto storico viene collocato, quello non tanto dell’immediato collasso del regime fascista, ma della ricostruzione del Paese, che sarebbe stata realizzata con una unica spinta unitaria di tutte le forze politiche, un plateale falso storico in piena continuità con l’altro di una Italia liberata dalla lotta armata delle formazioni partigiane. Tutta farina del sacco di una sinistra portata a adattare la storia a sua misura. La ricostruzione è stata opera della Dc e dei suoi alleati, con una opposizione feroce del Pci, condotta in una totale dipendenza dall’Unione Sovietica, contro il piano Marshall, la Nato, la Comunità europea. Ma c’è caduto lo stesso Salvini, costretto a cercare nel nostro passato qualcosa che potesse giustificare una convivenza reputata poco prima del tutto contro-natura.

Mario Draghi l’ha trovata bella pronta e l’ha utilizzata. Ma se c’è una forza refrattaria ad annegare la propria identità anzitutto per contrapposizione ad una destra sempre rappresentata come incarognita, è proprio la nostra sinistra, che certo non si trova affatto a suo agio in una nozione neutra ed asettica come quella fornita dalla parola Repubblica, tanto da far precedere al discorso di Mario Draghi la creazione di un intergruppo al Senato, comprensivo di 5 Stelle, Pd e Leu, all’insegna di una contrapposizione frontale al centrodestra. Certo Zingaretti continua a coltivare l’idea di una alleanza competitiva in vista delle prossime elezioni, comunali domani e politiche dopodomani. Ma lo fa a costo di rinunciare a darsi una precisa fisionomia programmatica, che potrebbe infastidire i 5 Stelle, ormai in pieno stato gassoso. Ripeto quanto ho già avuto occasione di scrivere, il buon segretario del partitone rivendica di aver dato scacco matto a Renzi, impedendogli di realizzare l’obiettivo attribuitogli di rompere la relazione intima fra Pd e 5 Stelle. Ma se, invece, l’obbiettivo perseguito dal senatore di Rignano fosse stato quello di rendere quella relazione ancora più intima, che, una volta, guidata dall’avvocato del popolo già pronto a scendere in campo, avrebbe comportato una più che probabile emorragia dell’elettorato pidiessino, con conseguente pensionamento dell’ingenuo Zingaretti?

Già che mi sono citato, mi pare di poter riprendere quanto anticipato a proposito del programma che Draghi avrebbe presentato, non solo per quello che ora c’è dentro, dove ciascuno cercherà del suo, facendomi già pregustare quanto pettegoleranno i mass media progressisti sugli accenni all’irreversibilità dell’euro e alla progressività del fisco; bensì, in primis, per quello che c’è poco o non c’è per niente. La professione di fede dell’Europa è piena e incondizionata, con l’esplicita menzione ad una maggiore integrazione attuata con cessioni di sovranità, che trova la sua esemplificazione nella costituzione di un bilancio unico, che, per non essere utopica non può che riguardare un allargamento del bilancio comunitario attuale. Non una parola sulle riforme europee in discussione, quali il superamento totale della regola dell’unanimità nel Consiglio e l’ampliamento del peso del Parlamento; ma neppure su un tema attualissimo, quale quello della revisione del Patto di Stabilità, attualmente sospeso per la pandemia.

Sul pacchetto di modifiche costituzionali patrocinato caldamente da Zingaretti, con riguardo alla fiducia costruttiva, alla correzione del bicameralismo perfetto, niente di niente, dato che sarebbe stato scarsamente realistico e altamente divisorio metterle in agenda. Silenzio assoluto sulla legge elettorale, che Conte avrebbe voluto proporzionale per motivare la transumanza dei cosiddetti centristi; giusto, perché è una partita da lasciare giocare al Parlamento, dove le posizioni fra proporzionalisti e maggioritari appaiono oggi riequilibrate.

Nella stessa linea prudenziale, che rivela la finezza politica nell’ex presidente della Banca centrale europea, nessuno dei grandi temi identitari e per ciò stesso divisivi, è stato evocato, non il Mes, non il reddito di cittadinanza, non quota cento, non la prescrizione, non l’elezione dei membri del Csm; se pur tali temi verranno affrontati, saranno diluiti all’interno di interventi più generali. Mentre del tutto scontata è stata l’attenzione per il fisco, con il coinvolgimento di una commissione di esperti, per la giustizia civile, per la pubblica amministrazione. A mio avviso tematiche tipiche per la formulazione di leggi delega, che permetterebbero al Parlamento di predeterminare i principi e i criteri direttivi, lasciando poi all’esecutivo la stesura della relativa decretazione, utilizzando al massimo le migliori competenze fornite dalla società civile.

I punti focali sono stati quelli prevedibili, a cominciare dalla lotta al virus, con ricorso alla ormai classica combinazione fra mitigazione e vaccinazione, senza, peraltro, lasciar trasparire alcun che sulla sorte del molto discusso Arcuri; ma solo lasciando emergere una qual sorta di autocritica circa la recente chiusura degli impianti di sci fatta all’ultimo momento. Non vi è dubbio che questa resta la partita più importante, dato che bisogna scontare la imprevidenza della Commissione europea nella trattativa con le case produttrici dei vaccini e la estrema lentezza della operazione vaccinale, che, dalle circa 70-80 mila somministrazioni quotidiane, dovrebbe salire a 300-400 mila.

A seguire, la predisposizione del programma Next Generation EU, da sottoporre alla Commissione europea entro la fine di aprile, di cui Draghi ha dato atto del lavoro già svolto dal precedente governo, ma chiarendo fin da subito chi vi sarebbe preposto: il ministro dell’economia. Il problema non sarà certo costituito dal rispetto puntuale e corretto di tale appuntamento, ma dalla successiva implementazione, con le riforme non solo delle competenze e procedure burocratiche, ma delle stesse giurisdizioni amministrative e penali, limitandone le incursioni a tutto campo dagli effetti paralizzanti.

A chiudere, la problematica dell’occupazione, con una attenzione particolare a quella femminile e giovanile, senza, peraltro, affrontare l’intreccio fra revisione degli ammortizzatori sociali e il blocco dei licenziamenti, che trova attualmente schierati su fronti opposti le organizzazioni dei datori e dei lavoratori. Ma, per ora, la risposta non può che essere congiunturale, perché la ripresa richiederà tempo, a costo di una ristrutturazione della realtà produttiva molto forte e pesante. Sarà questa a portare in primo piano la questione già sollevata all’interno dell’Eurogruppo circa la distinzione fra imprese che fossero decotte o sane alla vigilia della pandemia, le prime da lasciare affondare, le seconde da aiutare a riemergere. Verrebbe da recuperare la distinzione dello stesso Draghi fra debito cattivo e buono, reso nel diritto comunitario anche dal divieto dell’aiuto di Stato; ma questo vorrebbe dire fermare o invertire la tendenza della Cassa depositi e prestiti a trasformarsi in una nuova versione dell’Iri, con la sicura opposizione della trimurti confederale, Cgil, Cisl, Uil.

Draghi ha detto che il suo governo non ha bisogno di aggettivi, è il governo del Paese, ha parlato di “spirito repubblicano”. Ma questo non esclude affatto che sia composto da una presenza “tecnica”, legata da stretta fiducia con il presidente del Consiglio e da una presenza partitica, accuratamente bilanciata in base alla consistenza parlamentare, correlata con le varie forze della larghissima maggioranza. Ora sono state avanzate due possibili interpretazione della tattica che seguirà Draghi: la prima è quella di operare attraverso la componente tecnica, non per nulla chiamata a ricoprire i ministeri più importanti, marginalizzando la componente partitica; la seconda è quella di valorizzare la stessa componente partitica, coinvolgendola nelle riforme. Naturalmente la scelta dipende dagli obiettivi perseguiti, se sono solo o principalmente emergenziali, con risvolti soprattutto operativi di breve termine, può essere sufficiente la prima opzione; se, invece, sono anche strutturali, con risvolti legislativi, è evidente che si impone la seconda opzione. Ed è quest’ultima a risultare non solo più coerente rispetto alla composizione del governo, ma anche più rispondente alla relazione di Mario Draghi, con la sua richiesta esplicita di contare su una piena collaborazione parlamentare, visto l’ampiezza della sua proposta programmatica.

D’altronde, non c’è niente di più pericoloso del lasciare un Parlamento inattivo, scegliendo ciò su cui il governo può dire la sua, contando sulla autorevolezza goduta dai suoi ministri partitici con riferimento ai rispettivi gruppi; e ciò su cui non lo deve fare, lasciando spazio alla iniziativa e dinamica parlamentare. Un difficile gioco di equilibrio di cui si può dar certo credito a Draghi, per lui e per il suo alto protettore, il presidente della Repubblica; ma non senza anche un pizzico di fortuna specie sulla prima linea del fronte, quello della battaglia contro la pandemia.

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Franco Carinci


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