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L’ambizione egemonica di Pechino dietro il principio di “una sola Cina”, un dogma che è ora di superare

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Risulta davvero stupefacente constatare come la Repubblica Popolare Cinese sia riuscita, nel corso degli ultimi decenni, a imporre alla comunità internazionale il dogma “una sola Cina”. Secondo tale principio non vi possono essere altri Stati che possano essere definiti “cinesi”.

Ciò vale soprattutto per Taiwan, l’isola che si autoproclama “Repubblica di Cina”, e che rifiuta pervicacemente di essere assimilata al regime comunista al potere a Pechino dal lontano 1949.

Con un’abile operazione diplomatica protrattasi appunto per decenni, la Cina comunista è riuscita a far espellere Taiwan da tutte le principali organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite per finire con l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Ma non basta. A causa dell’accettazione del succitato dogma chi vuole intrattenere rapporti diplomatici con Pechino è costretto, ipso facto, a rompere le relazioni con Taipei, anche se ciò non impedisce alla maggior parte delle nazioni di continuare ad avere con Taiwan fruttuosi rapporti economici.

L’anno passato Pechino ha annunciato trionfalmente che altri due piccoli Stati dell’Oceano Pacifico, Kiribati e Isole Salomone, hanno aderito al principio dell’unica Cina rompendo contestualmente le reazioni con Taipei e portando così soltanto a 15 il numero delle nazioni che riconoscono ufficialmente Taiwan.

La vicenda è ovviamente spiegabile grazie allo status di grande potenza che la Repubblica Popolare ha acquisito e alle pressioni – non solo economiche – che è in grado di esercitare. Ma, ovviamente, ciò non significa che essa sia anche giustificabile moralmente e dal punto di vista del diritto internazionale.

Si noti, tanto per cominciare, che la Cina comunista, nella quale prevale largamente l’etnia han, include vastissimi territori che cinesi non sono affatto. Non sono han i tibetani, occupati dall’esercito di Mao nel 1949-50. Eppure, nel corso di un mio viaggio a Pechino, una collega della locale università replicò alle mie rimostranze sul Tibet rispondendo “quella è roba nostra!”.

E ancor meno han e cinesi sono gli uiguri, popolazione musulmana maggioritaria nello Xinjiang e sottoposta a repressioni brutali proprio come i tibetani. In entrambi i casi il paravento è religioso. Pechino impone l’ateismo di Stato, al quale i tibetani buddhisti e i gli uiguri musulmani rifiutano di piegarsi finendo spesso nei cosiddetti “campi di rieducazione”, versione cinese dei gulag sovietici.

Ma non è ancora finita. Sono infatti han e cinesi in grande maggioranza gli abitanti di Hong Kong e di Taiwan che, incuranti degli appelli nazionalisti di Xi Jinping, preferiscono vivere in un sistema politico e istituzionale che garantisca le libertà di base e lo stato di diritto.

Pertanto la trovata dell’unica Cina è solo vuota retorica, dietro la quale si cela un sogno di egemonia dapprima asiatica, e ora addirittura mondiale. Se non verrà fermata, come solo ora gli Stati Uniti hanno cominciato a fare, la Repubblica Popolare sarà presto in grado di assimilare le popolazioni ribelli manu militari.

Senza scordare che, per quanto riguarda Taiwan, la Cina ha pure interessi economici notevoli da sfruttare. Nell’isola è infatti presente un’azienda strategica come la TMSC (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company), che è il migliore produttore mondiale di microchip di alto livello necessari per i missili balistici e gli armamenti più sofisticati.

Taiwan dista poco più di 200 kilometri dalla costa della Cina continentale, e di conseguenza l’amministrazione Trump, temendo conseguenze in caso di conflitto armato, ha chiesto alla TMSC di aprire una fabbrica in Arizona. Segno, questo, che l’attenzione americana è ora molto alta dopo un lungo periodo in cui la minaccia cinese era ampiamente sottovalutata. Resta comunque l’incredibilità di una situazione che impedisce a qualsiasi nazione di riconoscere ufficialmente Taiwan a causa del veto cinese. Finora questo diktat ha avuto successo anche a causa della debolezza di precedenti amministrazioni Usa e della Ue. Non è detto, però, che continui ad essere vincente in eterno.

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Michele Marsonet


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