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L’Alberta tra il Canada e l’indipendenza: intervista sul futuro dell’Ovest canadese

di Marco Faraci, in Esteri, Quotidiano, del

Un anno fa Justin Trudeau ha vinto le elezioni federali canadesi per la seconda volta, anche se con meno voti e seggi che nel 2015. Il Liberal Party di Trudeau, di centro-sinistra, ha sostanzialmente costruito la propria maggioranza relativa nelle province orientali del Paese, senza vincere praticamente alcun seggio ad ovest dell’Ontario. I Liberals non sono riusciti minimamente a penetrare nelle “Praterie” e non desta sorpresa che il più forte rigetto del governo federale di Trudeau sia emerso in Alberta, una provincia che ha votato massicciamente per il Partito Conservatore.

Tuttavia, ancora una volta, il volere dei cittadini albertani è stato ribaltato da una maggioranza espressione del blocco progressista dell’Est canadese. L’Alberta sembra condannata a rimanere strutturalmente all’opposizione, senza alcuna possibilità di dire la sua nella politica federale.

Possono le cose essere cambiate? C’è ancora posto per l’Alberta e per le altre province del Canada occidentale all’interno del quadro costituzionale federale? E quali possono essere le alternative politiche di lungo termine per le province canadesi a tradizione conservatrice? Abbiamo discusso di tutti questi temi con Derek Fildebrandt, che è stato deputato al Parlamento dell’Alberta dal 2015 al 2019 per il partito conservatore-libertario Wildrose e che oggi è l’editore della rivista Western Standard. Fildebrandt ha un chiaro profilo politico da “right libertarian” ed è un convinto sostenitore del’autogoverno dell’Alberta.

MARCO FARACI: Signor Fildebrandt, un’espressione comune per descrivere il malessere delle province del Canada Occidentale è “Western alienation” (alienazione occidentale). Pensa che questa espressione catturi correttamente i sentimenti della maggioranza dei cittadini dell’Alberta?
DEREK FILDEBRANDT: Penso che, in qualche modo, “Western alienation” sia un concetto datato. È un’espressione che circola dagli anni ’70 e ’80, ma a mio modo di vedere sottostima le condizioni politiche attuali dell’Alberta. La parola “alienazione” si limita a suggerire l’idea che il governo federale ci ignori. Sfortunatamente non è più così. Ottawa non si limita ad ignorare l’Alberta; è attivamente ostile agli interessi della nostra provincia. Io credo che un concetto più rappresentativo sia “Western siege” (assedio occidentale). Per come la vedo, l’Alberta è sotto assedio. Siamo attaccati ed assediati da un governo che sentiamo distante e sempre più “straniero”.

MF: È un’affermazione abbastanza forte. Può spiegare ai nostri lettori in che modo il governo federale danneggia l’Alberta e gli interessi dei suoi cittadini?
DF: Lo fa in molti modi. Non solamente mungendo i contribuenti dell’Alberta, come è sempre avvenuto. Adesso con l’avvento della “nuova sinistra verde”, la nostra industria petrolifera e del gas è apertamente minacciata e questo è molto preoccupante per noi. Il governo federale sta mettendo in atto politiche che sono disastrose per la nostra economia.

MF: Pensa che ci siano in palio solo interessi economici o pensa che ci sia anche un conflitto culturale tra l’Alberta e l’Est dominante? In altre parole, l’Alberta è “differente”?
DF: Penso che le ragioni di conflitto tra l’Alberta e Ottawa siano primariamente economiche: vogliamo trattenere qui più soldi, e difendere il nostro diritto a lavorare senza confische e regolamentazioni improprie. Ci sono anche un certo numero di questioni culturali, ma sono diverse rispetto a quelle che inspirano il nazionalismo del Quebec. In Quebec il nazionalismo si basa su rivendicazioni di tipo etno-linguistico; noi non abbiamo questo tipo di spaccatura con la maggioranza delle province canadesi. Parliamo la stessa lingua, mangiamo lo stesso cibo. Le nostre differenze culturali sono più in termini di valori: il nostro approccio al lavoro, il nostro approccio alla famiglia, il nostro approccio alla libertà. In questi aspetti, abbiamo più in comune con il Montana che con Toronto.

MF: Crede possibile un’alleanza strategica tra i nazionalisti dell’Alberta e quelli del Quebec?
DF: Un’alleanza del genere si è effettivamente verificata negli anni ’80, quando Brian Mulroney riuscì a formare una coalizione ampia che metteva insieme gli scontenti dell’Ovest e i nazionalisti del Quebec, ma la verità è che i due approcci sono piuttosto distanti. Da un lato, i nazionalisti del Quebec sono in maggioranza posizionati nella sinistra dello spettro politico. Dall’altro, il tipo di decentralizzazione che il Quebec persegue è differente da ciò che cerchiamo noi. Il Quebec vuole una decentralizzazione culturale e sociale rispetto a quello che considera come un prepotente governo “inglese”, ma non è interessato alla decentralizzazione fiscale, perché il Quebec è ed è sempre stato un beneficiario netto del budget federale – mentre l’Alberta è ed è sempre stata un contribuente netto. In altre parole, il Quebec vuole decentralizzare il potere di spendere soldi, ma sostiene fortemente che la tassazione avvenga a livello centrale.

MF: Secondo lei, il Canada è un paese “strutturalmente progressista”, in cui i conservatori saranno sempre una minoranza?
DF: Il mio punto di vista è che il Canada è “strutturalmente progressista” nel senso che è “strutturalmente orientale”. Dato che le province dell’Est sono in prevalenza progressiste, il risultato è che la federazione finisce per essere progressista – ma il nocciolo della questione è lo squilibrio di potere tra le diverse parti della federazione.

MF: E perché il Canada è “strutturalmente orientale”? È una questione di demografia?
DF: Certamente in termini demografici, ci sono più canadesi dell’Est che canadesi dell’Ovest, ma non è solo una questione di demografia. Il predominio delle province dell’Est è scolpito nella Costituzione e c’è poco che possiamo fare per cambiare questa cosa. Alcune disposizioni sono ridicole, come la composizione del Senato. Siamo, in pratica, l’unica democrazia del mondo con una Camera Alta non elettiva e siamo l’unica federazione al mondo in cui la Camera Alta non è concepita in una logica di equilibrio tra le regioni. I nostri senatori sono nominati dal primo ministro federale, come se fossero burocrati. Justin Trudeau, che è estremamente impopolare qui in Alberta sceglie i senatori dell’Alberta. Ma la “questione del Senato” va oltre questo aspetto. Il Senato è stato creato nel 1867 e la distribuzione dei seggi è stata negoziata dalle colonie che esistevano in quel momento. Le province occidentali non erano ancora state create e ad esse successivamente furono assegnate solo una manciata di seggi. L’Alberta è la quarta provincia canadese per popolazione; ha due volte la popolazione di tutte e quattro le province atlantiche messe insieme, ma ha circa la metà di seggi senatoriali del solo New Brunswick.

Inoltre, le opportunità dell’Alberta di giocare un ruolo nelle istituzioni federali sono danneggiate dal bilinguismo ufficiale. Per chi cresca in una provincia come l’Alberta, c’è un incentivo molto limitato ad apprendere il francese, ma questo significa anche che un albertano più difficilmente si troverà ad avere i requisiti per ruoli federali che richiedano il bilinguismo, inclusi quelli nella Corte Suprema.

La posizione dell’Alberta all’interno del Canada è molto più debole di quella degli Stati “repubblicani” all’interno degli Stati Uniti. La cornice istituzionale americana garantisce un sistema di checks and balances molto più forte e nessuno Stato si trova nella condizione di essere tenuto strutturalmente fuori dalle dinamiche politiche.

MF: Lei crede a questo punto che il Canada sia una “causa persa”? Oppure vale ancora la pena di battersi per riportarlo sulla buona rotta?
DF: Io credo che valga la pena di provare a salvare il Canada, ma al tempo stesso ho l’impressione che non si possa riuscire in questo obiettivo. Avremmo bisogno di una riforma della Costituzione che consenta un vero libero scambio tra le province; avremmo bisogno di un Senato elettivo e pienamente rappresentativo; avremmo bisogno di abolire la “Equalization formula” che trasferisce i soldi dei contribuenti dell’Alberta alle province orientali. Ma queste riforme sono praticamente impossibili, perché il processo previsto per gli emendamenti costituzionali rende, nei fatti, inalterabile lo status quo.

Il Canada è un bel Paese, con una storia in gran parte onorevole, e credo nell’idea che meriti provare a salvarlo. Semplicemente ho pochissima fiducia nel fatto che sia politicamente possibile.

MF: In queste condizioni, per l’Alberta, l’indipendenza è un’alternativa praticabile?
DF: Sì, lo è. Il Pil pro capite dell’Alberta è tra i più alti del pianeta. Saremmo in compagnia di Paesi come la Svizzera, il Lussemburgo e Singapore. Un’Alberta indipendente potrebbe trattenere sul territorio tra i 20 e i 30 miliardi di dollari l’anno dei nostri contribuenti. I critici dell’indipendenza affermano che l’Alberta è priva di sbocchi sul mare. Sì, è vero, siamo privi di sbocchi sul mare e non c’è niente che si possa fare a riguardo. Ma siamo “landlocked” anche come provincia e, come provincia “landlocked”, ci troviamo in una posizione estremamente debole. Non possiamo spingere per il libero scambio, per esempio – dato che, va ricordato, in Canada non abbiamo nemmeno libero scambio tra le province. E non possiamo avere il governo che vogliamo. L’Alberta non ha eletto un solo deputato del Liberal Party alle ultime elezioni; eppure ci ritroviamo un governo federale liberal.

Io penso che avremmo più forza contrattuale come stato indipendente “landlocked” che come provincia “landlocked”, a meno di improbabili scenari di riforma costituzionale. Un’Alberta sovrana sarebbe in grado di “forzare” il libero scambio e l’accesso al mercato mentre, come provincia, l’unica cosa che possiamo fare è continuare ad eleggere Conservatori che saranno superati in termini di voti dai Liberals dell’Est.

MF: Quindi sta dicendo che l’indipendenza sarebbe economicamente praticabile. Ma esiste un percorso politico praticabile che porti all’indipendenza?
DF: C’è sicuramente, in Alberta, un sostegno crescente per l’indipendenza, ma i tempi non sono ancora maturi. Io sono stato il primo deputato eletto in Alberta almeno dagli anni ’80 ad aver sostenuto l’indipendenza in caso di fallimento di una riforma costituzionale. Ho fatto campagna su una piattaforma che prevedeva un set di due referendum. Il primo referendum sarebbe stato per richiedere piena uguaglianza con le altre province. Poi, se Ottawa o le altre province avessero rigettato la riforma costituzione per rendere il Canada più equo, ii secondo referendum sarebbe stato sull’indipendenza.

Attualmente i sondaggi mostrano che il 52 per cento degli elettori del partito conservatore mainstream dell’Alberta, lo United Conservative Party, è a favore dell’indipendenza. Io, tuttavia, non credo che i Conservatori mainstream saranno mai disponibili a prendere in mano la bandiera indipendentista – sono troppo divisi sull’argomento e preferiranno eluderlo. Tuttavia, nuovi partiti e movimenti con un chiaro convincimento indipendentista stanno guadagnando terreno e sono certo che giocheranno un ruolo politico.

MF: Insomma, secondo lei vedremo mai un’Alberta indipendente?
DF: Il percorso sarà lungo e certo non in discesa, ma io credo che l’indipendenza sarà una possibilità realistica, se le cose non cambiano.

Marco Faraci


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