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La sinistra riparta da Biden-Starmer: un “nuovo inizio”, ma con pochi eletti e tanta confusa nostalgia

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Più che una riedizione della terza via di Tony Blair, che parlava da premier, una qual sorta di riproposizione di una edulcorata internazionale socialista o socialdemocratica, una union sacrée dei partiti della sinistra, in larga crisi, ma tale da poter dare al Pd una sorta di rilevanza mondiale… Ma Biden dialogherà coi Paesi e non con i partiti, quindi sarà Johnson e non Starmer a far da interlocutore, restando il Regno Unito il Paese europeo più congegnale per lingua, storia e fiducia. La Ue sarà considerata, ma con due grossi handicap… Il gioco cambierà, ma meno di quanto si attenda la deperita sinistra europea e la arroccata sinistra italiana, che per l’intanto è costretta a contare più su Berlusconi che su Biden

Auto-condannatomi ad un lockdown assai severo, essendo nel mio ottantaduesimo anno, un target altamente privilegiato dal Covid-19, ho rivisto alla televisione molti vecchi film, tanto da poter recuperare scene capaci di rendere perfettamente situazioni attuali. È andata così anche con la discussione aperta da Maurizio Molinari su La Repubblica di domenica 22 novembre, con un titolo che ben ne evidenziava il contenuto, che mi ha richiamato il finale di Apocalypto, che vede sfumare l’obiettivo dal mare, con le caravelle spagnole alla fonda, alla foresta sovrastante la costa, con il protagonista, la sua donna e due figli, alla ricerca di “un nuovo inizio”. Cosa dice il titolo, “Biden-Starmer la nuova via progressista”? Non Biden e Johnson, cioè il neopresidente degli Stati Uniti e l’attuale premier inglese, eletto a furor di popolo, ma Biden e Starmer, il leader laburista, succeduto a Corbyn dopo il clamoroso insuccesso elettorale. Il che suona più che una riedizione della terza via di Tony Blair, che parlava da premier, una qual sorta di riproposizione di una edulcorata internazionale socialista o socialdemocratica, una union sacrée dei partiti della sinistra, in larga crisi, ma tale da poter dare al Pd una sorta di rilevanza mondiale in un nuovo rilancio delle democrazie progressiste. A conferma viene richiamata una iniziativa di Biden, apparentemente in itinere, di “un summit fra le democrazie”, che dovrebbe restituire all’America il ruolo di partnership globale, come se le democrazie coincidessero con quelle progressiste, cioè governate da forze tali solo per essere di sinistra; e come se la tanto mitizzata Ue dovesse essere condannata a svolgere solo una parte ancillare.

C’è tanta confusa nostalgia, implicita, dell’America di Truman, protettrice del mondo libero, delegata a farsi carico di tutte le crisi regionali dove l’unica mediazione esperibile è esercitabile da chi ha una risorsa militare non solo tecnicamente efficace ma anche politicamente spendibile; ed esplicita, della America di Delano Roosevelt, prima a sperimentare la lezione keynesiana, destinata a divenire la dottrina economica portante della democrazia postbellica, caratterizzata da una larga apertura sociale.

La palla alzata da Molinari, viene rilanciata da Repubblica di lunedì 23 novembre, con due interventi, il primo consistente in una intervista a Lion Barber, ex direttore del Financial Times, con un titolo anche questo di per sé espressivo “Intesa con Starmer per una alleanza che salvi la democrazia dal populismo”. Siamo sempre con l’occhio piazzato sul Labor Party, cui verrebbe assegnato il compito salvifico di una intesa antipopulista, tanto da far sospettare quel che nell’ambiente di sinistra nostrano si teorizza apertamente, che, cioè, lo stesso Johnson sia un populista. Ecco allora la versione tutta europea della vicenda americana: Trump era il leader indiscusso del populismo, tanto è che ha appoggiato la Brexit, confermando il sospetto che l’attuale premier britannico fosse un suo adepto, il populismo è il peggior nemico della democrazia, Biden ha vinto, tagliando la testa anche del populismo europeo, quindi Biden è destinato naturalmente a guidare la grande alleanza, di cui, peraltro lo stesso Starmer apparirebbe fino ad ora l’unico protagonista.

No, perché contestualmente, sullo stesso numero di Repubblica appare una lettera di Zingaretti, che fin dal titolo candida il Pd a co-protagonista, “Verde e sfide sociali, l’Europa aspetta Biden sulla nuova via progressista”. Qui c’è quella continua attesa messianica che ha sempre caratterizzato la nostra sinistra, da “Adda venì Baffone”, modo affettuoso di indicare il paterno compagno Stalin, purtroppo sempre smentita, ma ripetuta qui a modo di gioioso Salmo biblico: “A questa Europa in divenire mancava un credibile interlocutore nel mondo. Biden riapre la stagione del multilateralismo, della scelta verde, del lavoro dell’inclusione come opzione strategica per rafforzare le democrazie in occidente”. Alleluia, molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti, tant’è che un tale messaggio è stato percepito solo dalle forze democratiche progressiste e socialiste, da cui si deve dedurre una differenza fra forze progressiste e socialiste, ma tant’è, melius abundare quam deficere. Il fatto, è, però, che a guardarsi intorno gli eletti sono veramente pochi: escluso Johnson a favore di Starmer, il partito socialista è sparito in Francia, dove Macron non può essere conteggiato fra le forze progressiste e tantomeno socialiste, è ridimensionato in Germania a favore dei Verdi, invece dichiarati abili e arruolati di diritto nell’alleanza, governa in Spagna con un voto di maggioranza, così pure in Italia in un embrassons nous con un movimento populista ante litteram.

Naturalmente non poteva mancare una intervista ad Antony Giddens, il maggior teorico della terza via, che avrebbe influenzato la politica italiana, con la nascita dell’Ulivo, una coalizione fra ex comunisti ed ex democristiani di sinistra, che per il suo fondatore, Romano Prodi, avrebbe dovuto costituire una specie di modello mondiale. In questa intervista apparsa su Repubblica del 24 novembre non c’è una riproposizione della terza via, che dopo la gestione rivoluzionaria della Thatcher all’insegna del “meno Stato e più mercato” non poteva certo puntare a un nuovo interventismo, sì da valorizzare una sorta di autoorganizzazione e responsabilizzazione della società. C’è tutt’al contrario un placet per un programma di enormi investimenti pubblici, con un richiamo a Keynes, dato che la medicina usata per la grande depressione può ben tornare utile nella crisi economica e sociale prodotta dalla pandemia.

C’è una chiara continuità di analisi, peraltro condotta su una scena di fondo intrinseca alla sinistra, quale costituita da una visione manichea, con una contrapposizione netta di bene e male, una volta individuato il male, il bene consiste nell’opposto, entrambi debitamente individualizzati con personaggi attuali. Trump è il male, come tale non può produrre alcun bene, tanto che non vale neanche la pena di soffermarsi a considerare bagatelle come il boom del Pil e del tasso occupazionale, prima del Covid-19, il pressing esercitato per il vaccino, col risultato positivo reso ufficiale solo a pochi giorni dopo le elezioni, il contenimento della Cina, lo sblocco dello stallo mediorientale … Solo che tutto questo si porta dietro un interrogativo cui la stessa sinistra non è in grado di rispondere: perché è stato votato da quasi metà degli elettori, con un guadagno di sette milioni di voti, confermando l’impressione valida anche per il Pd, che siano le grandi periferie delle città e le disseminate campagne a gonfiare il voto populista, cioè che sia la gente marginalizzata a votarlo… La risposta più semplice, a misura dell’élites intellettuali e sociali, che a far propria una battuta confezionata per i radicali francesi hanno il cuore a sinistra e il portafoglio a destra, è data dall’ignoranza del popolo, in senso dispregiativo del popolino, facile ad essere affascinato dalla retorica tambureggiante di un abile demagogo. Il però non permette loro di individuare quale sia questo popolo da strappare dalle grinfie del demagogo: secondo l’interpretazione che di Starmer offre Molinari, il recupero dovrebbe riguardare il ceto medio operaio del Midlands e Nord dell’Inghilterra, così come fatto da Biden con il Mid-west, all’insegna di “famiglia, comunità, sicurezza”, con una bella tinta di patriottismo; secondo la lettura di Giddens, tale recupero non può avvenire nei confronti della “classe lavoratrice”, di quella manifatturiera ridotta ad una esigua minoranza. E neppure dei left-behind, quelli lasciati indietro dalla globalizzazione, ma solo per via di un ritorno a un “più stato meno mercato”, con un gigantesco intervento pubblico.

Se Trump è il male assoluto, Biden per contrasto è il bene assoluto, a prescindere da suo curriculum di onesto dirigente democratico, abbonato alle primarie presidenziali del suo partito, fino ad arrivare a vincerle proprio perché leggibile come un moderato, come tale messo in risalto dall’esaltato protagonismo di Trump. Sia chiaro non è Biden che ha vinto, ma è Trump che ha perso, trovandosi contro due avversari imprevisti, il Covid-19 e il Black Lives Matter: gli è stata imputata una mortalità da pandemia proporzionalmente inferiore alla nostra, guai se qui si addebitasse a Conte i 50 mila decessi; gli è stata contestata la violenza della polizia locale, a cominciare dalla uccisione di George Lloyd, ma tale polizia dipende dall’amministrazione cittadina, città, Minneapolis, ad amministrazione democratica.

Solo che la partita non è ancora chiusa, certo non per l’elezione di Biden, di cui fra non molto Trump dovrà prendere atto, ma per una importantissima appendice, la votazione il 5 gennaio 2021, per l’attribuzione dei due senatori della Georgia. Ora il conto al Senato è di 50 componenti Repubblicani e 48 Democratici, i Democratici per controllarlo hanno bisogno di conquistare entrambi i posti in lizza in Georgia, una volta 50 pari, conta il voto del presidente che è istituzionalmente il vicepresidente degli Usa, Kamala Harris. Se così non avverrà, Biden sarà quello che gli americani chiamano anatra zoppa, condannato a governare con un continuo compromesso coi Repubblicani, mentre, a prescindere da un eventuale impazzimento, Trump ne esce come il padrone assoluto del partito dell’elefante, il regista delle prossime elezioni di mid-term. Se si vuole si può mettere in conto la netta prevalenza di giudici di nomina repubblicana, che non significa affatto una qual sorta di fedeltà alla nomina, ma certo una posizione conservatrice rispetto alle riforme sociali e alle battaglie per i diritti civili.

Comunque, Biden dovrà tener conto dello slogan trumpiano dell’America First, Again, nel senso di una attenzione del tutto privilegiata alla politica interna, dove la sua affermazione per quanto scontata, di voler essere presidente di tutti gli americani, rivela la profonda preoccupazione per la radicalizzazione che spacca il Paese in due metà, l’una contro l’altra armata. Ci sarà da uscire dalla crisi economica e sociale provocata dalla pandemia, certo con la facilitazione dovuta alla prossima disponibilità di vaccini anti-Covid, ma, comunque, impegnativa, perché dovrà conciliare le varie anime del partito, con una complicata politica compromissoria, costretto a mediare prima cogli stessi Democratici e poi con i Repubblicani.

Non credo proprio che muterà in maniera sostanziale la sua politica estera, a parte la forma più educata, perché resterà prioritaria la sfida con la Cina, come l’unico avversario nella egemonia mondiale, che, come si dice da tempo, ha cambiato oceano, dall’Atlantico al Pacifico. Certo farà gesti significativi, rientrerà nell’Organizzazione mondiale della sanità, non senza chiedere conto della copertura offerta alla Cina all’inizio della pandemia, riconfermerà la sua adesione all’accordo di Parigi sul clima, senza penalizzare la attuale autosufficienza energetica statunitense; ma non credo farà grandi aperture all’Iran, quando proprio Trump è riuscito a isolarlo politicamente con gli Accordi di Abramo e, neppure, che farà marcia indietro nel ritiro delle truppe americane dall’Afganistan e dal Medio Oriente.

Quanto all’Europa, credo proprio che dialogherà coi Paesi e non con i partiti, sì che per l’Inghilterra sarà Johnson e non Starmer a far da interlocutore, restando la Gran Bretagna il Paese europeo più congegnale per lingua, storia e fiducia. La Ue sarà considerata, ma con due grossi handicap, la totale dipendenza dalla forza militare americana, che la priva di qualsiasi efficace deterrenza, sì da risultare del tutto impotente rispetto alle crisi maturate nel suo stesso cortile; la posizione di equilibrio instabile fra l’America e la Cina, fra legami atlantici e sbocchi commerciali.

Il gioco cambierà, ma meno di quanto si attenda la deperita sinistra europea e la arroccata sinistra italiana, che per l’intanto è costretta a contare più su Berlusconi che su Biden.

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Franco Carinci


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