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La scuola è finita: altro che “smart”, tra gretinate e chiusura ormai è una pantomima

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Leggo con stupore, per non dire con orrore, che esponenti di questo governo stanno discettando sull’ipotesi di aprire le scuole l’ultimo giorno dell’anno scolastico (ormai saltato), forse per permettere agli studenti di fare una bella festa all’aperto, con tanto di gavettoni a distanza di legge ed altre facezie della tradizione italica. Ciò che indigna, se ancora ne siamo capaci, è che, una volta in più, questa scuola basata sulle sciocchezze più che sull’istruzione sembra sempre prontissima a recepire ogni occasione per far festa più che impegnare i ragazzi sui libri. Nel circo Barnum della pubblica istruzione di oggi non bastavano i gretini, non era sufficiente imporre agli studenti le borracce metalliche, non sembravano ampiamente sufficienti le lezioni online del lockdown, create e gestite con criteri ampiamente discutibili.

La primitiva e preminente funzione della scuola sembra non essere più  quella di formare, attraverso lo studio, la disciplina e l’applicazione, i cittadini di domani. Tutto è ormai rovesciato, in un pantomima senza fine. È, semmai, la scuola a doversi adattare ai ragazzini più che quelli alla scuola, e di disciplina ed applicazione se n’è persa ogni traccia da anni. Accade almeno da quando i professori degli anni 80-90, diventati, per età più che per merito, funzionari della pubblica istruzione, hanno smesso l’eskimo e gli occhialetti tondi per indossare i panni degli ideatori della scuola “smart”, della scuola sempre meno scuola e sempre più centro sociale in nuce. Un’intera generazione di giovani millennial, non paghi di poter dare del “tu” ai loro professori e di essere stati ammessi a giudicare il contenuto e l’adeguatezza dei programmi scolastici che dovrebbero seguire loro stessi, scalpita adesso per abolire le barbose materie tradizionali ed introdurre l’approfondimento di tematiche quali i videogames, l’uso dei social ed altre imperdibili fonti di acculturamento.

Se ci si mettono pure i ministri che giustificano d’ufficio i partecipanti alle manifestazioni alle quali hanno partecipato in orario di lezione e quelli che vorrebbero chiudere degnamente l’anno scolastico 2019-20 con i gavettoni organizzati ed autorizzati, vi è molto più di un motivo per grattarsi la testa, per interrogarsi se davvero vogliamo formare una generazione di somari supponenti e rammolliti, che credono d’avere il mondo in mano. No, ragazzi, ora come nel passato, il mondo non l’avete affatto in mano, anzi, in questo periodo più che mai, rischiate di fare gli utili idioti a favore di politici incompetenti ed ignoranti che qualcosa devono pure inventarsi, purché non sia dare, loro per primi, il buon esempio dello studio, quello vero. La scuola non è una rappresentazione teatrale a soggetto, una sorta di commedia dell’arte ove ogni pensata del primo sprovveduto che sieda sulla poltrona del Ministero dell’istruzione diventi un programma ed un cammino da seguire. Già… quello stesso Ministero dell’istruzione che ha persino perso per strada l’aggettivo “pubblica”, come se fosse troppo pesante organizzare l’istruzione per tutti e ci s’accontetasse di un’istruzione sui generis, qual che possa essere. Ora è “istruzione” e basta, come dire che potremo vedere presto diventare “servizio”, senza il “pubblico” ogni pubblico servizio al quale sia tenuto lo Stato nei confronti dei suoi cittadini. Ma sì, dai… togliamo gli aggettivi impegnativi, come quel “pubblico” che porterebbe con sé, per definizione, quel minimo presupposto di serietà… Pensiamo dunque alle feste, alle gretinate, al ripudio delle bottigliette di plastica per tornare alle borracce in metallo come alpini in guerra, ai menu vegani perché non si offendano i ragazzi che vivono in famiglie di accoliti del veganesimo, tanto, ormai, tutto fa brodo. Abbiamo il problema della fuga dei cervelli, e su ciò concordo appieno. Sono i cervelli volati fuori dalle rispettive teche craniche dei troppi addetti alla scuola, fuggiti chissà dove e lasciando un vuoto pneumatico del quale non saprebbero nemmeno spiegare il meccanismo fisico, perché lo studio della fisica è decisamente out of date. Al giorno d’oggi, diciamolo francamente, per farsi bocciare bisogna proprio essersi impegnati assai o quantomeno aver saltato il 90 per cento delle lezioni (ma in quest’ultimo caso, non ne sono nemmeno certo).

Il danno fatto negli ultimi decenni alla missione della scuola è stato immenso, avendo svariati ministri (e relativi codazzi) stravolto i principi essenziali dell’insegnamento e del corrispettivo apprendimento, fatto di professori credibili che si rivolgevano a classi di scolari attenti e, almeno di norma, disciplinati. L’abominio dei filmati che abbiamo visto in rete in cui criminali in erba mettono le mani addosso ai professori è un vulnus difficilmente recuperabile, come altrettanto inaccettabile è il clima di intimidazione costante al quale sono soggetti moltissimi insegnanti che temono reazioni violente da parte dei genitori di allievi ai quali abbiano comminato una nota oppure dato un voto basso. E cosa ha fatto lo Stato? Nulla, assolutamente nulla, eccettuate le solite menate moraleggianti espresse in tv e magari la proposta dell’immancabile flash mob danzante. I ragazzi violenti sono ancora tutti liberissimi di prendere a sassate i professori e le loro famiglie ancora dettano legge anche a scuola.

Tutto ciò accade per un solo motivo, alla fine, da cui deriva tanto sfacelo: la scuola non è più un luogo sacro, uno di quelli nei quali i ruoli erano predefiniti ed indiscutibili, un luogo ove i ragazzi avevano un unico dovere: quello d’imparare, col relativo loro diritto di avere insegnanti all’altezza della missione dell’insegnamento. La politica stava fuori della porta ed il divertimento d’istituto era limitato a due giorni al massimo in tutto l’anno, agli esami non venivano posti temi che permettano a chiunque di scrivere qualcosa, anche se non si sia mai aperto un libro. Sta tristemente affermandosi come primo obiettivo della scuola un principio di generica  sensibilizzazione ai temi sociali più disparati (ma rigorosamente di sinistra) più che quello di acculturare gli allievi, in un minestrone di nozioni raffazzonate che cambiano di anno in anno e pure con ampia discrezionalità dei professori, che magari saltano qualche decina di pagine di un libro di storia quando non  pretendano di scriverla loro stessi. E chi controlla sull’operato dei professori? Nella pratica, nessuno e, men che mai, il Ministero della (ex pubblica) istruzione, nelle cui stanze sono tutti troppo occupati ad organizzare eventi di vario genere, da perfetti pr più che da prof.

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Roberto Ezio Pozzo


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