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Rinunciamo alle nostre libertà per fermare l’epidemia, o per realizzare il programma dei governi Conte?

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Imprese e Partite Iva rischiano di ritrovarsi stritolate: pagare tasse su quel che lo Stato ha proibito di guadagnare. A guardar bene molte delle misure adottate rispondono all’ideologia anti-sviluppo della maggioranza di governo

A quanta libertà rinunceresti per avere maggiore sicurezza? È una domanda legittima, in tempo di epidemia. Ma la domanda vera dovrebbe essere: alla libertà che perdiamo corrisponde veramente una maggior sicurezza? Il dubbio, con questo governo, non può essere trascurato.

Con questo ultimo decreto annunciato il 21 marzo, vengono chiuse molte aziende “non essenziali”, ma, ad esempio, non vengono fermati i trasporti pubblici collettivi. Quelli sono considerati “essenziali”. Ora, in tempo di epidemia in cui il contagio avviene con un colpo di tosse o la mera vicinanza a un infetto, potrebbero restare aperte quelle attività che non comportano troppo contatto fisico. Quindi nel caso ipotetico di un’azienda in cui ogni dipendente abbia il suo box, ci sono meno rischi di contagio. In una metropolitana, al contrario, si rischia molto di più. Per quanto diradato sia il pubblico dei mezzi collettivi, il vagone di una metropolitana, di un treno, l’interno di un bus o di un tram, sono ambienti ideali per il contagio. Il veicolo ideale, in tempi di epidemia, è sempre quello individuale, la propria automobile soprattutto. Ma i mezzi individuali restano disincentivati per motivi ecologici. Mentre i mezzi collettivi, che possono diventare perfetti veicoli di contagio da una città all’altra, da un quartiere all’altro, continuano a girare. Le aziende restano aperte o chiudono, più che in base alla sicurezza di chi ci lavora, all’utilità sociale che ricoprono (utilità stabilita a priori dalla politica, come se la pianificazione fosse possibile).

Prendiamo poi il decreto “Cura Italia”. In un periodo in cui l’economia è colpita duramente, il governo ha destinato 600 milioni di euro al salvataggio di Alitalia, in quella che è una nazionalizzazione de facto. Perché? Pare che sia importante preservare almeno la compagnia di bandiera dalla crisi. Ma non se ne vede lo scopo: nel momento in cui l’aereo è il principale veicolo di contagio nelle rotte più lunghe (il paziente 0 non lo si conosce ancora, ma è difficile che il virus sia passato da Wuhan a Codogno in treno o in auto), le frontiere asiatiche, europee e americane chiudono, si dovrebbe salvare una compagnia aerea, già tecnicamente fallita più volte. È “essenziale”? Al momento proprio no.

Se invece il criterio è quello di salvare le aziende più duramente colpite dalla crisi, la priorità del decreto “Cura Italia” avrebbe dovrebbe essere data, oltre al turismo e ad Alitalia, alle Partite Iva di tutti i settori e ai venditori di beni e servizi “non essenziali”. Molti di loro, infatti, possono lavorare solo quando hanno contatti con i clienti. Cosa che adesso è proibita, per legge, a tempo ancora indeterminato (fino a fine epidemia). I possessori di Partita Iva iscritti all’Inps potranno beneficiare di un sussidio di 600 euro al mese, fino a fine emergenza. È meno di un reddito di cittadinanza ed è solo per coloro che sono iscritti all’Inps, dunque tutti quelli che versano i contributi alle loro casse professionali non ne hanno diritto. Stiamo parlando, ripetiamo, di persone che non possono più lavorare e guadagnare perché la legge rende impossibile il loro lavoro. Quanto ai pagamenti delle tasse, sono prorogati, ma non annullati: dopo, ma si dovranno pagare. Gli imprenditori e le Partite Iva rischiano di ritrovarsi stritolati in uno scenario sovietico: pagare tasse su quel che lo Stato ha proibito di guadagnare. Gli unici tutelati, a questo punto, sono i dipendenti: il governo ne ha vietato il licenziamento per almeno due mesi (tanto paga l’imprenditore, oppure il contribuente) e gli ammortizzatori sociali ci sono già (cassa integrazione e ferie pagate). Per i disoccupati, che hanno il reddito di cittadinanza, e per i pensionati, che ricevono regolarmente la pensione, non cambia sostanzialmente nulla. Il decreto “Cura Italia” mira a far ripartire l’Italia dopo questa paralisi forzata, però prevede di sostenere economicamente chi produce meno o anche chi non produce, mentre lascia i contribuenti più produttivi alla mercé della crisi.

Il governo non è l’unico a cui è presa la smania pianificatrice, anche le Regioni ci mettono del loro. E così in ben sei Regioni, cioè il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia, l’Emilia Romagna, la Sicilia, la Campania e la Calabria, sono state imposte le chiusure domenicali ai supermercati e introdotti altri limiti di orario d’apertura. Ha senso, da un punto di vista della sicurezza sanitaria? Quando il pericolo è dato dal contagio, la gente deve essere distanziata. Accorciare gli orari di apertura è il modo ideale per creare assembramenti: code più lunghe e maggior affollamento in un arco di tempo ridotto. Per tutelare i clienti, è la peggior misura concepibile, per tutelare il personale dei supermercati è superflua. Si vuol ridurre il tempo di esposizione a clienti potenzialmente infetti? Si accorcino i turni di lavoro. Si vuol ridurre l’esposizione in sé? Si usino le casse automatiche o si mettano in sicurezza quelle servite. Accorciare gli orari, dunque, è l’unico provvedimento che non ha senso alla luce dell’epidemia.

Ma all’improvviso, tutto acquista una sua logica: basta fare un passo indietro. Se noi andiamo a ripassare le proposte di legge dei due governi Conte, quelle del 2018 e quelle del 2019, rileggiamo tutto quel che vediamo ora: troviamo la nazionalizzazione di Alitalia, su cui erano concordi sia Lega che Movimento 5 Stelle. Troviamo l’esaltazione dei mezzi pubblici collettivi nel programma del Movimento 5 Stelle: “Dobbiamo ripensare anche alla vita nelle nostre città. Bisogna scoraggiare l’uso dell’auto privata fornendo valide alternative che siano anche convenienti. Quindi bisogna puntare sulla mobilità dolce e sul trasporto sostenibile, collettivo e condiviso”. Troviamo la proposta delle chiusure domenicali, sia ai tempi del Governo Conte 1 che in quelli del Governo Conte 2. Quanto alla tutela maggiore garantita ai lavoratori dipendenti, rispetto a quelli autonomi e agli imprenditori, era la caratteristica principale del Decreto Dignità, voluto dall’allora ministro dello sviluppo economico Luigi Di Maio.

Insomma, dobbiamo rinunciare alla nostra libertà per avere maggior sicurezza, o dobbiamo rinunciarvi per permettere al governo Conte di realizzare il suo programma politico? Perché il dubbio viene, e a pensar male.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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