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La prima partita tra Conte 2 e opposizione si gioca sui territori

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Si deve prender atto che anche chi era favorevole al ricorso elettorale addebita a Salvini, che certo stava sempre più stretto nel governo giallo-verde, di aver scelto male il modo e il tempo della crisi. Quanto al modo, non avrebbe dovuto dichiararla all’improvviso, sì da cogliere di sorpresa anche il suo stesso partito per non dire il suo popolo, ma andava preparata con una sorta di ultimatum pubblico a un 5Stelle inadempiente, casomai passando attraverso il Comitato di composizione previsto dal Patto, tanto più che si era all’indomani del via libera alla Tav e dell’ottenimento della fiducia sul decreto sicurezza 2. Quanto al tempo, non avrebbe dovuto proclamarla in prossimità del Ferragosto, con l’ Italia dispersa e svagata nelle ferie più classiche.

Tutto giusto, ma alla luce di quanto successo si dovrebbe concludere che l’errore riguarda anzitutto e soprattutto l’aver provocato la crisi, perché qualunque ne fossero stati modo e tempo, quell’alternativa che si è verificata di una alleanza giallo-rossa si sarebbe data comunque, essendo semplicemente tenuta al caldo per tale evenienza. Quindi Salvini avrebbe potuto ammortizzare meglio la sua chiamata fuori, ma anche a farla a regola d’arte per il modo e per il tempo, avrebbe pur sempre corso il rischio di essere spedito all’opposizione, sì che, per evitarlo avrebbe dovuto restare inchiodato al governo in carica per l’intera legislatura, con il continuo logoramento già sperimentato e conseguente decremento del suo consenso popolare.

Se si tiene presente questo, si capisce anche la scelta del modo e del tempo, essendo quello dipendente da questo, cioè di evitare che con il varo definitivo, previsto a giorni, della riduzione dei parlamentari, si innestasse una fase critica, per la coda che una riforma costituzionale passibile di referendum porta con sé, sì da precludere o rendere difficile l’apertura di una crisi con a suo sbocco le elezioni. Che, poi, Salvini abbia lui stesso imbrogliato le carte, facendo chiaramente trapelare un ripensamento, come se avesse considerato secondario il rischio di un cambio di alleanze, questo è chiaramente rivelato dall’offerta a Di Maio di fare il presidente del Consiglio.

Salvini si fidava di quella confessione di assoluta incompatibilità fra 5Stelle e Pd, affermata e ribadita con voce imperiosa da Di Maio e Zingaretti, con l’assenso quasi unanime dei rispettivi compagni di cordata, ma sottovalutava la spregiudicatezza di un Renzi, smanioso di riprendersi la scena, e di un Conte, innamoratosi del suo ruolo, i due protagonisti principali di un cambio di gioco che ha finito per lasciar ai margini proprio il capo politico dei 5Stelle e il segretario del Pd. Ma sottovalutava anche e soprattutto l’autoconservazione dei loro gruppi parlamentari, essendo destinato quello dei 5Stelle alla decimazione, anche a prescindere dall’azzeramento del terzo mandato, e quello del Pd ad un sostanziale ricambio. Questo è stato il fattore determinante, senza dar troppo credito che così si intendeva fermare la marea nera, perché di essa, solo a stare la polemica di qualche giorno prima, facevano parte anche i 5Stelle, che invece sono rimasti saldamente insediati nel governo, ribattezzati e ripuliti in un batter d’occhio del loro peccato originale.

Ma nonostante tutto, il passato non può essere cancellato con il versamento di un po’ d’acqua sulla fronte. Se pur Conte ha parlato di un salto da un programma all’insegna della disunità ad uno all’insegna dell’unità, sì che verranno prospettate non posizioni contrapposte bisognose di un compromesso ma sintesi già raggiunte e consacrate; se pur ha parlato di questo, resta, però, che ciò contrasta col bisogno di identità proprio di ogni partito, certo di gran lunga di più per i 5Stelle, che come movimento sono tenuti insieme dalle loro piattaforme, che per il Pd, che come partito assolutamente tradizionale conta sulla rigidità della sua organizzazione, tale da mantenere al vertice fratture pur conclamate.

Quel che è certo è che, se ieri non c’era un’opposizione, oggi c’è, sicché la dialettica politica non si accentra più fra le due componenti del governo, anche se ci saranno contrasti vivaci fra 5Stelle e Pd; ma si sposta largamente fra il governo e il centro-destra, che, deve essere tenuto presente, ha tutt’oggi una forte tenuta elettorale, con una larga prevalenza al Nord, ma con una capacità espansiva nel centro-sud. E proprio qui, nelle regionali in calendario a cavallo fra quest’anno e l’anno prossimo si svolgerà una prova di estrema importanza se non sulla tenuta sulla credibilità della nuova alleanza giallo-rossa. Dando per poco probabile una mutuazione della formula nazionale in periferia, almeno sul tempo breve, quel che possono fare 5Stelle e Pd è una politica, a cominciare dalla finanziaria, che abbia una ricaduta positiva sui territori. Mentre sarebbe un errore contare solo o anche prevalentemente su una deflazione del consenso a favore della Lega, riconducibile alla sottrazione a Salvini del pulpito del Viminale, perché, fra l’altro, è stata ottenuta con una partita giocata tutta nei palazzi romani, di per sé non molto apprezzabile da quella che si è soliti etichettare come gente comune.

E volendo estendere un giudizio anche con riguardo al comportamento futuro di Salvini, bisognerebbe che lui e chi per lui capisse che un conto è parlare stando al governo e un altro è stando l’opposizione; sì che, elaborato quanto più rapidamente possibile il lutto, si cambi tono e si sposti il tiro. Non credo che paghi molto il sostenere che prima o poi si tornerà al governo, perché intanto se ne resta fuori per un tempo potenzialmente coincidente con l’intera legislatura; e neppure continuare a battere sulla commedia rappresentata dalla nascita del nuovo governo, perché quel che conterà sarà quanto questo farà o non farà, dando quindi occasione a critiche e controproposte. Se, poi, come credo, il terreno immediato di confronto e scontro diviene quello delle elezioni regionali, allora bisogna individuare anche delle tematiche specifiche relative ai territori interessati, senza chiudersi nell’enfatizzazione di pur significativi scandali locali, come, per non far nomi, sembra fare la candidata leghista alla presidenza della giunta emiliano-romagnola.

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Franco Carinci


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