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La paura di essere colpevoli: come Covid e terrorismo trasformano la coscienza dell’Occidente

Avatar di Fabrizio Borasi, in Cultura, Quotidiano, del

Chi, dopo un sonno di qualche decennio, si risvegliasse all’improvviso nell’Europa di oggi, sulle prime penserebbe di essere capitato in un film che mette in scena una di quelle utopie negative (o “distopie”) in passato molto in voga. Coloro che con orgoglio affermavano di essere parte di un mondo progredito e libero e che erano fieri e dei propri valori e del proprio modo di vivere, ora sembrano quasi essere schiacciati da un lato da un’epidemia che sta trasformando in una fonte di paura quel modo di vivere e dall’altro da un terrorismo islamico che sta trasformando in un motivo di vergogna e di colpa quei valori. Gran parte dei detentori del potere pubblico, degli operatori dei mass e dei social media, degli opinionisti, dei leader religiosi sembrano predicare una sola soluzione: nascondersi, rinunciare alla propria libertà di movimento e di relazione con gli altri e alla propria libertà di lavoro davanti al virus perché il non farlo porterebbe all’inevitabile contagio, e quindi al pericolo di vita, e rinunciare alla propria libertà di pensiero e a quella di sostenere i valori in cui si crede perché il non farlo porterebbe all’inevitabile reazione violenta da parte dei terroristi islamici e quindi ugualmente al pericolo di vita.

Le nostra società sembrano essere dominate in maniera crescente e sempre più diffusa da un unico sentimento: la paura, e da un particolare tipo di paura, quella di essere colpevoli della propria situazione di pericolo, quella di essere in qualche modo causa del proprio male, cioè o di contribuire ad estendere il contagio o di istigare gli estremisti religiosi a passare (superando un limite spesso indefinito) all’omicidio e alla strage per imporre le loro idee aberranti.

Peraltro, il nostro ipotetico addormentato – risvegliato potrebbe con facilità paragonare gli eventi ed i pericoli che le nostre società si trovano ad affrontare con quelli altrettanto drammatici vissuti in epoche non lontane, di cui oggi, spesso travolti dall’attualità propinata “24 ore su 24”, o ci siamo dimenticati o che semplicemente non prendiamo in considerazione perché ormai “passati di moda”. Ad esempio, la epidemia di Sars-1 del 2002 fu di poco inferiore (a quanto risulta dai primi studi “pacati” e per questo più affidabili) per il numero di vittime nel mondo rispetto all’attuale epidemia da Covid, detta anche Sars-2; negli anni ’70 ed ’80 l’Europa (l’Italia in particolare) fu insanguinata dal terrorismo di ideologia marxista; all’inizio degli anni ’90 una serie di ondate di immigrazione clandestina investirono pesantemente il nostro Paese. Questi eventi drammatici furono in un modo o nell’altro affrontati e, pur senza voler fare l’apologia di quegli anni né l’elogio dei tempi andati in genere, possiamo dire che furono superati senza modificare i nostri modi vita e senza rinunciare sostanzialmente ai nostri valori. Oggi qualcosa di fondamentale però è cambiato, qualcosa che anche se per fortuna non coinvolge tutti, è parimenti molto diffuso nelle società occidentali e che rischia di stravolgerle.

Per molti occidentali i valori religiosi, morali, politici ecc. su cui si fonda la nostra civiltà sono oggi accettabili solo quando portano al “successo” o almeno al quieto vivere, cioè a salvarsi dal contagio fisico dell’epidemia o dalla condanna esplicita (e spesso dagli attentati) da parte degli estremisti islamici. Per questo prima ho parlato della paura di essere colpevoli di qualunque conseguenza negativa (reale o anche solo possibile) ci possa derivare dall’avere seguito certi principi nel nostro comportamento, della paura cioè di essere soggetti al rimprovero: “Te la sei cercata”, perché non ti sei rinchiuso in casa magari con la mascherina sempre indossata, perché hai osato dire che i modi di vita occidentali sono preferibili rispetto a quelli di altre civiltà ecc. Certamente le società occidentali, anche se ispirate ai valori della libertà individuale, sociale ed economica, della laicità (o meglio la non ideologicità) del potere pubblico, della solidarietà responsabile, del progresso scientifico ecc. presentano molti difetti ed hanno spesso dato luogo a situazioni difficili e drammatiche per le persone che di esse fanno parte. A questa convinzione se ne deve unire però una ugualmente vera, quella che le idee tanto sbandierate da chi si oppone in maniera totalmente critica ai valori occidentali tradizionali in nome dell’uguaglianza globale e/o del politicamente corretto sono altrettanto (e personalmente ritengo che lo sono in misura maggiore) piene di difetti e portatrici di conseguenze negative morali e civili, il che vale tanto per le prescrizioni di coloro che impongono di contenere i contagi a qualunque costo, quanto per le affermazioni di quelli che sostengono la tolleranza e l’accoglienza “misericordiosa” di chiunque. L’alternativa non può quindi essere tra valori e visioni del mondo che pretendono di essere “infallibili”, ad esempio quella che contrappone l’ideologia “suprematista” occidentale all’ideologia “globalista” e politicamente corretta.

La civiltà occidentale del resto si basa fondamentalmente su un principio diverso, spesso dimenticato, talora apertamente tradito, ma che esiste da quando essa è sorta, a seguito della fusione mediata dal cristianesimo tra la civiltà romana e quella barbarica: il principio del valore positivo dei propri inevitabili errori e delle proprie inevitabili colpe, se riconosciuti come tali e intesi come criteri-guida verso i miglioramenti futuri. Un principio che la ha accompagnata in tutte le sue realizzazioni e che la ha resa preferibile (uso questo termine, lasciando a chi non la pensa come me il compito di dimostrare il contrario) rispetto a tutte le altre. Qualcuno a questo punto sorriderà, trovando quantomeno bizzarro quello che ho scritto: chi nell’epoca attuale vuole avere torto? In un mondo nel quale gli influencers fanno a gara per avere ragione vantando il numero dei loro followers e nel quale qualche post o qualche tweet pieno di critiche spesso rozze sembra in grado di smontare anche l’opinione più meditata e bilanciata?

Per farlo debbo partire, permettetemi l’analogia, da un influencer africano che ha avuto nella storia più followers di tutti gli altri messi insieme, anche se ultimamente il suo pensiero non è troppo di moda, e proprio tra coloro che per primi dovrebbero tramandarlo: sto parlando di S. Agostino (354 – 430). Tormentato per tutta la sua vita, prima di manicheo e poi di cristiano, dal problema del male, Agostino basandosi sul racconto biblico di Adamo ed Eva e del serpente, e riprendendo una concezione di un altro pensatore cristiano africano, Tertulliano (155 – 230), elaborò una teoria dell’agire umano secondo cui nessun uomo, nemmeno il più perfetto (e nemmeno il più buonista, aggiungo io) di per sé ha mai ragione: tutti abbiamo sempre e comunque torto, e definì questa situazione con un termine entrato in profondità nella tradizione spirituale e intellettuale occidentale, quello di “peccato originale”.

Naturalmente il discorso non si concluse lì né per il vescovo di Ippona né per la tradizione occidentale che a lui si è ispirata, dato che il peccato originale viene superato con l’intervento della grazia divina che rende gli uomini capaci, in forza di essa, di dare valore alle proprie imperfezioni e anche al proprio avere torto. Al di là dell’aspetto strettamente teologico, la consapevolezza morale del fatto che la propria imperfezione si confronta sempre con l’imperfezione altrui, e il proprio torto sempre con il torto altrui, ha portato nello sviluppo spirituale e morale dell’Occidente al sorgere della mentalità empirica di chi affronta i problemi che la vita individuale e la società ci presentano sempre pronto ad essere smentito e a riconoscere i propri errori, ma altrettanto deciso a difenderli a costo di essere giudicato in torto quando li riconosce preferibili agli errori altrui. La libertà individuale e la democrazia (ma anche il metodo scientifico sperimentale) hanno in effetti la loro origine in questa mentalità empirica che, rifacendosi al pensiero agostiniano è emersa pienamente dapprima nel francescanesimo medievale per poi laicizzarsi nel liberalismo moderno, per cui esiste una continuità diretta, attraverso i secoli, ad esempio tra il pensatore francescano Guglielmo di Ockham (1285 – 1347) e il filosofo liberale David Hume (1711 – 1776).

Per i liberali eredi di questa tradizione cristiana (siano essi credenti o no) l’unica via per affrontare le emergenze sanitaria e terroristica (e più a monte l’emergenza culturale e spirituale) senza nascondersi per la paura di essere colpevoli, non può che essere quella, a mio avviso, di portare avanti le proprie imperfezioni confrontandole sempre con quelle altrui al fine di trovare, anche e soprattutto grazie all’esperienza dei propri errori precedenti, la soluzione migliore (o meno peggiore) nei casi concreti, ad esempio al fine di stabilire ragionevolmente (e la ragionevolezza è il criterio guida dell’empirismo liberale) il limite oltre il quale le restrizioni sanitarie creano più danni che vantaggi; il limite oltre il quale l’accoglienza indiscriminata degli immigrati peggiora o addirittura mette in pericolo la sicurezza individuale e sociale dei residenti e degli stessi migranti; il limite oltre il quale la tolleranza religiosa diventa un’accettazione della prepotenza e della violenza dei gruppi radicali ecc. Se si dimentica questo empirismo liberale frutto della tradizione cristiana e si cade nel dogmatismo che non riconosce la legittimità dell’opinione di chi la pensa diversamente si possono commettere delle efferate ingiustizie a danno dei propri simili, spesso in nome dei più nobili principi.

Non solo l’Inquisizione e le guerre di religione seicentesche, ma anche le dittature dell’epoca contemporanea (da quella giacobina, a quella nazista, a quella comunista sovietica) ce lo hanno ampiamente dimostrato. Il destino di sventura e l’inevitabile decadenza che molti quasi con compiacimento (e spesso con frettolosa avventatezza) predicano per la civiltà occidentale dovranno passare attraverso la completa distruzione di questa mentalità empirica liberale che per fortuna ancora esiste (anche se è più forte nei Paesi anglosassoni che in quelli europei continentali): il suo rafforzamento è viceversa un compito per tutti coloro che, pur rispettando le altre civiltà e il molto di buono presente in ciascuna di esse, si sentono con orgoglio eredi delle conquiste in tema di libertà e di progresso sociale che sono il frutto, nonostante tutti i loro errori (perché come direbbe Agostino la perfezione della “città di Dio” non è di questo mondo, dove esistono solo le imperfette “città degli uomini”) della millenaria tradizione cristiana e del liberalismo che da essa è derivato.

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Fabrizio Borasi


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