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La partita del gas nel Mediterraneo orientale: le provocazioni di Erdogan e l’ambiguità del governo italiano

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La vicenda del gasdotto EastMed è sicuramente uno dei dossier di fondamentale importanza per l’approvvigionamento energetico nazionale e per la nostra collocazione nello scacchiere internazionale. Incredibilmente, in Italia gode di un’attenzione pressoché nulla da parte dei politici e dei media tradizionali.

Nel Mediterraneo orientale sono stati scoperti ricchi giacimenti di gas ed anche Eni è in corsa per il loro sfruttamento. 

Cipro, Grecia ed Israele il 2 gennaio scorso hanno firmato l’accordo per la costruzione di un gasdotto lungo quasi 2.000 km, che dai giacimenti attraverserà questi Paesi per giungere in Europa. Passaggio fondamentale per l’ingresso nel vecchio continente è il tratto “Poseidon” italiano. L’Italia è stata la grande assente alla cerimonia di inizio anno ad Atene ed ha mandato segnali ampiamente contraddittori sul progetto.

In questi giorni Israele ha iniziato la fornitura di gas all’Egitto. E questo dovrebbe bastare a far comprendere il radicale mutamento anche geopolitico in corso in Medio Oriente. Anche gli Stati Uniti hanno “benedetto” il progetto, che trova invece uno strenuo oppositore nel sultano di Ankara Erdogan.

Il gasdotto lascerebbe completamente esclusa la Turchia, che rivendica alcune zone marittime come proprie a seguito dell’invasione di Cipro del Nord. L’interventismo turco nel conflitto libico e la contestuale ridefinizione delle “Zone economiche esclusive” trattata di recente in un memorandum con il governo di Tripoli, serve anche per impedire, o quanto meno ostacolare, la pipeline EastMed.

Non dimentichiamo infatti che Ankara ha più volte disturbato, con l’invio di navi da guerra, le missioni di ricerca nelle aree marittime al largo delle coste cipriote. Mesi fa anche una nave dell’Eni ha subito un’azione di disturbo delle forze turche. Silenzio totale da Roma. Più recentemente, oggetto delle molestie turche è stata una nave israeliana. Gerusalemme ha risposto a stretto giro con delle esercitazioni aereo-navali al largo delle coste.

Nei giorni scorsi, contestualmente all’annuncio di invio di truppe in Libia, Erdogan ha annunciato che Ankara “concederà le licenze e comincerà le trivellazioni, come previsto dall’accordo con la Libia, nel 2020”, avviando già quest’anno “attività di esplorazione e perforazione” nel Mediterraneo, nelle zone inquadrate dall’accordo con Tripoli sulla demarcazione dei confini marittimi. Accordo che il Dipartimento di Stato Usa ha già bollato come “inutile e provocatorio”.

La posizione del governo italiano appare tuttora incomprensibile. Il presidente del Consiglio Conte si è opposto al progetto, il ministro Patuanelli ha invece manifestato vago supporto al gasdotto; il ministro degli esteri Di Maio, all’agenzia di stampa statale turca Anadolu ha spiegato che EastMed “visti i costi e i tempi di realizzazione, non può che essere un’opzione di medio-lungo periodo, tra le altre al vaglio” e che comunque “l’infrastruttura deve ancora dimostrare di saper attrarre capitali necessari alla sua realizzazione e di essere economicamente sostenibile”. Una presa di posizione subito ripresa da varie testate internazionali e da giornalisti di Paesi alleati, i quali giustamente si interrogavano circa la nostra posizione ufficiale su questo delicato e costoso dossier.

È naturale chiedersi perché i grillini mostrino se non ostilità, almeno diffidenza verso questo gasdotto. Retaggi dell’opposizione al TAP? Cattivi consigli e informazioni distorte ricevute? Paura di inimicarsi Erdogan, al quale siamo alleati in Libia nel sostegno ad al Serraj? O pura e semplice incompetenza ed ignoranza?

Una risposta certa non l’abbiamo. Certa è la progressiva irrilevanza e marginalizzazione dell’Italia nello scacchiere internazionale, che ci danneggia dal punto di vista economico e strategico.

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Mattia Roncalli


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