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La pandemia di Covid-19 ci ha ricordato le profonde differenze tra i diversi regimi politici

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Una analisi comparata delle diverse gestioni dell’emergenza sanitaria da parte di una dittatura comunista, una democrazia liberale e una democrazia a liberalismo “debole”

Durante la lunga e drammatica esperienza dell’epidemia da Covid-19 che ha interessato gran parte del pianeta, la realtà che i mass media ci hanno presentato è risultata essere in larga misura una realtà “appiattita” riguardo ai diversi modi in cui i vari Paesi hanno affrontato l’emergenza sanitaria. Volendo provare ad andare oltre una tale visione delle cose, possiamo dire che l’epidemia, al contrario, ha reso visibili in maniera drammatica le differenze fondamentali tra i diversi regimi politici propri dei Paesi colpiti. Uno dei maggiori studiosi del potere pubblico (sia nella sua componente giuridica che in quella politica) del secolo scorso, il tedesco Carl Schmitt (1888-1985), condannabile per la sua adesione al nazionalsocialismo ma non per questo meno profondo in molte delle sue idee, affermava che chi è il vero detentore del potere in un Paese lo si vede nei momenti di emergenza (cioè nello stato “di eccezione” rispetto al normale funzionamento della vita civile): analogamente possiamo dire che è nelle situazioni di emergenza quali quella dell’epidemia che si vede (o si vede in maniera più chiara del solito) che tipo di regime politico (democratico, autoritario o altro) vige effettivamente in un Paese.

Ad esempio, molti commentatori che hanno esaltato il sistema cinese e la sua presunta efficienza nel combattere il virus, glorificando la “capacità di leadership” dei dirigenti del Partito comunista e proponendola come modello anche per noi, non hanno tenuto conto del fatto che anche nella recente emergenza sanitaria, anzi particolarmente durante tale emergenza, il sistema cinese ha dimostrato di essere basato su una concezione totalitaria del potere pubblico, che rivela molte continuità storiche tra l’attuale regime basato sul comunismo “di mercato” e la passata tradizione imperiale. Pur lasciando da parte le voci (peraltro ricorrenti e autorevoli) che affermano che il virus sarebbe nato in Cina da un errore di laboratorio, possiamo dire che chi esalta il sistema cinese non tiene conto che le misure restrittive della libertà (di contenuto più pesante che in ogni altro Paese, compresa la segregazione totale delle persone nelle abitazioni) sono state adottate senza alcuna legittimazione democratica alle spalle, da un’élite di funzionari di partito (culturalmente eredi degli antichi mandarini); che a nessun organo pubblico è stato concesso il potere di contrastare tali misure, anche al solo fine di mitigare gli eccessi della loro applicazione; che le stesse possibilità di semplice critica dell’attività governativa (compresa le denuncia dell’esistenza del contagio nei primi giorni dell’epidemia) sono stato punite anche penalmente. Coloro che hanno esaltato il modello cinese, consapevoli o no, di fatto hanno quindi esaltato un potere pubblico che non ha una legittimazione democratica, è concentrato in una gerarchia a piramide che fa capo al partito, e che non incontra limiti nei suoi rapporti con i cittadini, ai quali non è consentito criticarne l’operato.

Dall’altra parte dell’Oceano Pacifico, l’emergenza sanitaria ha invece dimostrato (ma sarebbe meglio dire che ha confermato) che negli Stati Uniti vige una concezione del potere diametralmente opposta. Innanzitutto, i provvedimenti eccezionali restrittivi delle libertà individuali sono stati presi da soggetti eletti che delle loro scelte rispondono ai cittadini, ed il contenuto di tali provvedimenti ha rispettato quello previsto da leggi democraticamente approvate (anche se una certa discrezionalità nel contenuto è inevitabile in situazioni di emergenza). Inoltre, nessuno ha mai messo in discussione la possibilità di criticare anche in maniera aspra tali provvedimenti da parte dei singoli cittadini e dei mass media, anche, in casi limite, sollecitando alla disobbedienza civile. La cosa più curiosa, però, saltata agli occhi degli osservatori (non superficiali) nella gestione americana dell’epidemia è stata l’apparente scollamento tra i diversi poteri pubblici, quasi che anziché un potere unitario esistessero più poteri non collegati tra loro. Innanzitutto, il presidente federale (spesso definito giornalisticamente, a prescindere da chi ricopre l’incarico, “l’uomo più potente del mondo”) ha potuto decidere ben poco riguardo al modo di affrontare il virus, essendo incompetente ad adottare la gran parte dei provvedimenti in materia, che sono stati presi dai governatori dei singoli stati e dalle altre autorità locali. Inoltre, molti di questi provvedimenti sono stati impugnati dagli interessati in sede giudiziaria e talora le Corti ne hanno sospeso l’efficacia (con provvedimenti che noi chiameremmo “cautelari”) in quanto fortemente sospetti di essere illegittimi, diffidando i governatori e i sindaci (come è accaduto a New York) dall’applicarli, perché creavano delle irragionevoli disparità di trattamento tra attività simili dal punto di vista della possibilità di diffondere il contagio, come accadeva ad esempio tra il consentire le manifestazioni su temi razziali e il proibire le riunioni a fini religiosi o di culto.

In questo modo, da un lato il potere locale ha limitato l’azione del potere centrale, e dall’altro il potere esecutivo, volto a promuovere l’interesse generale alla gestione dell’emergenza sanitaria, ha trovato il suo limite in quello giudiziario, volto a tutelare i diritti individuali. Anche nella gestione della situazione di emergenza provocata dall’epidemia gli Stati Uniti hanno pertanto confermato di essere la più autentica forma di democrazia liberale, erede della tradizione anglosassone dello stato a potere limitato. Hanno cioè dimostrato di essere il Paese che, nonostante tutti i difetti e le patologie che la concreta gestione della cosa pubblica ha presentato in passato e presenta tuttora, più di ogni altro rispetta il principio della separazione dei poteri teorizzato da Montesquieu, secondo cui affinché il potere statale non ecceda i limiti previsti a tutela dei consociati è necessario che “il potere fermi il potere” (“il faut que …. le pouvoir arrête le pouvoir”). Chi disprezza la gestione americana dell’epidemia o deride la “mancanza di leadership” del presidente Trump nell’emergenza, consapevole o no, di fatto disprezza e deride anche questa concezione del potere pubblico.

Se pensiamo alla gestione nostrana dell’emergenza sanitaria che possiamo dire? Che tipo di potere pubblico ha dimostrato di essere quello italiano? Anche se per fortuna nel nostro Paese non vige un regime totalitario, è però vero che l’Italia, come tutti gli stati europei continentali, eredi delle monarchie assolute trasformate in regimi democratici tra ottocento e novecento, è molto diversa dagli Stati Uniti e dalle democrazie anglosassoni in genere. A differenza della Cina, i provvedimenti restrittivi delle libertà sono stati presi da soggetti legittimati democraticamente, anche se l’abuso dei Dpcm ha rappresentato un pericoloso strappo della riserva di legge costituzionale. La libertà di esprimere il proprio dissenso riguardo alle decisioni pubbliche da parte dei cittadini e dei mass media non è mai venuta meno (anche se a volte con qualche grave minaccia, per esempio di applicare norme quali il divieto penale di diffondere “notizie false e tendenziose” alle opinioni diverse da quelle “ufficiali”). A differenza però dagli Stati Uniti, anche durante l’emergenza sanitaria il potere pubblico italiano (e la stessa cosa vale per gli altri Stati europei continentali, ai quali va al più riconosciuta una maggiore ragionevolezza delle decisioni rispetto ai provvedimenti nostrani) ha dimostrato di essere una realtà unitaria. Certo, suddivisa in settori distinti (potere centrale e locale, potere esecutivo e potere giudiziario), ma non un insieme di poteri separati e contrapposti tra loro come voleva Montesquieu, una realtà nella quale i limiti all’esercizio del potere vengono di fatto stabiliti in forza di una serie di compromessi tra le esigenze nazionali e quelle locali, e tra quelle collettive e quelle legati ai diritti individuali, il che rende molto più deboli e più facili da superare quei limiti rispetto a quanto avviene nella democrazia americana.

Così il presidente del Consiglio ha potuto decidere, dimostrando di essere almeno negli affari interni molto più “potente” di quello americano, se adottare provvedimenti validi su tutto il territorio nazionale o se limitarli ad alcune Regioni (operando un compromesso tra esigenze nazionali e locali), mentre ai singoli presidenti regionali è stata concessa solo la possibilità di aggravare ulteriormente le misure prese nei territori di competenza: in questi casi il potere non ha limitato il potere, ma ne ha rafforzato gli effetti a carico dei singoli. Anche da noi, come in America, sono state trattate in maniera diversa situazioni sostanzialmente simili riguardo alla diffusione del contagio: ad esempio sono state proibite le celebrazioni pubbliche della Pasqua (mi risulta che sia stata la prima volta dall’epoca dell’imperatore Costantino), mentre sono state consentite quelle dell’anniversario della Liberazione. La cosa però è stata, coraggiosamente, rilevata solo da qualche opinionista di idee non ortodosse e da qualche giurista a titolo personale: nessuna autorità giudiziaria si è pronunciata sull’azione dell’Esecutivo riguardo alcune di queste scelte, molto probabilmente ingiustificate, come invece è avvenuto negli Stati Uniti. Questo perché anche da noi (come in tutti i Paesi europei continentali) il potere giudiziario, culturalmente (al di là delle intenzioni dei singoli) non si contrappone al potere esecutivo come garante dei diritti individuali di fronte alle esigenze collettive (quale è il contenimento dell’epidemia), ma sostanzialmente come un controllore della ragionevolezza (o della non arbitrarietà) dei provvedimenti adottati per tali esigenze, il che rende molto deboli i limiti posti a tutela dei singoli e fa sì che anche in questo caso il potere non limiti pienamente il potere.

Insomma, la gestione dell’emergenza ha confermato, a parere di chi scrive, che in Italia e negli altri Paesi europei continentali il potere pubblico, se da una parte, a differenza di quello cinese, è basato su una concezione democratica, dall’altra si lega ad una visione liberale “debole” (certamente più debole di quella americana ed anglosassone in genere) dei rapporti tra i diversi poteri dello stato e tra questi e i cittadini. Si tratta di una realtà di cui si dovrebbe tenere conto quando si propongono (e non solo riguardo ai problemi sanitari) altri sistemi come modelli da imitare o da rigettare: le conseguenze di scelte sbagliate potrebbero, in quest’epoca di cambiamenti tanto radicali quanto rapidi, portare a conseguenze aberranti a cui sarebbe probabilmente difficile porre rimedio: la storia contemporanea (compresa quella italiana) ci ha dimostrato che il pericolo che le democrazie a liberalismo “debole” possano trasformarsi in dittature è tutt’altro che teorico.

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Fabrizio Borasi


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