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La May scommette pesante su Brexit e se stessa

di Dario Mazzocchi, in Esteri, Quotidiano, del

Quando Theresa May ha messo piede a Downing Street due anni fa, dopo le prime scosse telluriche provocate dall’esito del referendum del 23 giugno 2016, già circolavano battute, vignette e giochi di parole sul suo destino da Primo ministro, “Theresa Maybe” tra tutti. La sua retorica veniva esaminata e valutata per cercare di intuire cose volesse dire realmente per esempio con quella dichiarazione che ha aperto i giochi, “Brexit means Brexit”, pronunciata – è bene ricordarlo – da un’esponente, per quanto timida, del fronte Remain.

Due anni dopo è più chiaro quale sia il suo progetto di Brexit e, soprattutto, due anni dopo sono venuti al pettine i nodi all’interno di un governo dove alcuni volti noti della campagna per uscire dall’Unione europea avevano assunto ruoli chiave: David Davis al ministero per la Brexit e Boris Johnson a quello degli Esteri, per citare i due che hanno rimesso il mandato dopo l’incontro di venerdì scorso nella residenza in campagna del Primo ministro dal quale è uscito il documento programmatico.

E’ una seconda scommessa. La prima è andata male, con le elezioni anticipate del 2017 per garantirsi una maggioranza personale ai Comuni e concluse con un vantaggio risicato grazie al sostegno degli Unionisti dell’Irlanda del Nord (unione, Nord Irlanda: argomenti che ritorneranno). E’ costata la testa ai suoi più stretti consiglieri e un rafforzamento dell’opposizione laburista e soprattutto interna, con i malumori dei Brexiters sempre più ingombranti e un dibattito politico prosciugato dal tema, salvo qualche parentesi passeggera.

Stavolta non può sbagliare, sempre amesso che la May sia ancora Primo ministro il prossimo 29 marzo, quando verrà sancita definitivamente la Brexit che al momento, in attesa di ascoltare quanto dirà la controparte europea, prevede che il Regno Unito uscirà dalle politiche comunitarie per l’agricoltura e la pesca, ma anche un’area commerciale nella quale verranno rispettati i parametri europei per beni industriali e agricoli; che non ci sarà alcun hard border tra la repubblica irlandese e l’Irlanda del Nord; che vi sia un nuovo accordo doganale e libertà di movimento per i cittadini dell’Ue anche per motivi di studio e lavoro; che il Regno Unito possa intraprendere nuove vie commerciali sulla falsariga del Trans-Pacific Partnership.

Una soft Brexit, agli occhi specialmente dei Davis e dei Johnson. Il primo ha affermato di non poter farsi promotore di un progetto in cui non crede, visti i panni che indossava di mediatore per conto di Londra. Il secondo, in una lettera dove indicava il suo disappunto oltre che una lunga riflessione sull’incontro di venerdì scorso, ha espresso il timore che mentre il sogno della Brexit stia morendo, la nazione sia prossima a trasformarsi in una colonia dell’Ue. Il deputato Jacob Rees-Mogg lascia detto che almeno 100 suoi colleghi conservatori sarebbero pronti a votare contro l’accordo. Al contrario il Leaver Michael Gove, il segretario all’Ambiente che si accoltellò a vicenda con Johnson dopo le dimissioni di David Cameron per prendere il controllo del partito, rimane piuttosto silenzioso, ma gli unici pensieri che esprime sono a sostegno della nuova road map.

Theresa May ha parlato e ciò che non dice pubblicamente lo confida con il suo inner circle. Ai Comuni, in un clima ulteriormente innescato dalla breaking news delle dimissioni di Johnson, ha affermato che il progetto presentato dal governo serve a mantenere unito il regno e a garantire migliaia di posti di lavoro, quando nelle settimane precedenti alcune importanti aziende come Airbus, Land Rover e BMW (che in Gran Bretagna produce la Mini) avevano pronosticato scenari bui per l’economia dell’isola, provocando una reazione scomposta di Johnson. Ma a svelare quello che sarebbe l’obiettivo finale, in una strategia di pedine mosse e riposizionate, improntata sul pragmatismo, è una fonte vicina alla May raccolta da Sky News: il Primo ministro guarda alla cancelliera tedesca Angela Merkel, a lei è rivolto il piano studiato ed è convinta che riceverà il suo consenso, altrimenti non starebbe rischiando così tanto. Eccola la scommessa.

La Merkel in patria è più debole, il suo potere contrattuale ne risente anche all’interno dell’Ue e così si palesa un momento propizio per approfittrane, di fronte ad uno scenario dove un suo diniego appare meno probabile e, soprattutto, meno vincolante. Il via libera della leader tedesca presuppone un assenso da parte dell’Eliseo e così i tasselli diplomatici risulterebbero in ordine per il governo britannico. Se il tavolo dovesse saltare, a quel punto sarebbe Hard Brexit. Nessun accordo, ma con la possibilità della May (o chi per lei?) di scaricarne la responsabilità sulle controparte europea: siamo andati allo scontro come governo, sono cadute teste importanti di sostenitori dell’addio, vi abbiamo presentato un piano che viene incontro anche alle vostre richieste, che altro potevamo fare?

Pragmatismo. “Sono un Brexiter convinto, ma il piano della May è il compromesso ideale”: è il titolo di un commento apparso sul Guardian firmato dal deputato conservatore Michael Fabricant che guarda alle trattative in corso anche dal fronte opposto: se tra i media britannici è atteggiamento comune considerare Londra come l’elemento debole nelle negoziazioni, così non accade sulla stampa tedesca e francese, sottolinea Fabricant ricordando come “ogni anni 600.000 auto tedesche siano esportate negli Stati Uniti. Ma quasi un milione nel Regno Unito. Siamo il più grande mercato al mondo per le esportazioni dell’industria automotive tedesca“. E lo stesso dicasi per il comparto alimentare francese e pure italiano. Un accordo serve a tutti, si legge tra le righe, e forse c’è già e va accettato, anche se un po’ amaro.

Le ultime cronache riferiscono di altri Brexiter convinti dal piano predisposto dal Primo ministro, tra cui Liam Fox, segretario al Commercio internazionale, e Andrea Leadsom, Leader della House of Commons; alle fronde interne si oppongono dichiarazioni di altri esponenti conservatori che ammoniscono su quanto sarebbe stupido e controproducente mettere in discussione la leadership della May. Che non ha appeal sul pubblico (meglio non guardare troppo i sondaggi), ma potrebbe rivelarsi meno maybe di quanto si credesse all’inizio e decisamente macchiavellica.

Dario Mazzocchi


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