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La locomotiva Trump a Davos: dopo la tregua con la Cina, nel mirino l’Europa

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Smentite le profezie di sventura dei soliti “esperti”, il presidente Usa si presenta forte dei suoi successi

Ricorderete la Davos del 2017, quando a pochi giorni dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, il gotha finanziario globalista e tutte le principali testate, italiane e internazionali, ancora sotto shock per la sua elezione, incoronavano il presidente cinese Xi Jinping come alfiere della globalizzazione e del libero commercio contro l’America protezionista e isolazionista del nuovo presidente. E in effetti, il presidente Xi sfruttò abilmente l’occasione per strappare applausi con un discorso propagandistico con nessuna corrispondenza alla realtà, come gli sviluppi dei mesi successivi avrebbero dimostrato.

In quei caotici giorni di sconcerto e scandalo, i soliti “esperti” e i media mainstream pronosticavano sciagure per l’economia Usa e il crollo del commercio internazionale sotto i colpi del folle e anti-storico protezionismo trumpiano.

Dopo tre anni, nulla di tutto questo è accaduto e in questi giorni, come nei due anni precedenti, il presidente Trump ha occupato la scena a Davos da protagonista assoluto. Al contrario delle fosche previsioni, assistiamo infatti ad un vero e proprio boom dell’economia Usa – record su record a Wall Street, piena occupazione e una crescita del Pil che quest’anno potrebbe toccare il 3 per cento dopo aver registrato un +2,9 nel 2018 – frutto di una trumpnomics fatta di tagli di tasse e deregulation. Anche nel commercio internazionale, se resta un certo grado di incertezza, la chiusura della “fase uno” dell’accordo commerciale con la Cina ha considerevolmente ridotto le tensioni. I dazi non come fine, ma mezzo per ottenere “accordi migliori”.

Forte dei suoi successi, il presidente Trump si è potuto presentare a Davos sicuro di sé e con un messaggio di ottimismo: “Due anni fa qui avevo preannunciato un grande ritorno dell’America. Oggi sono orgoglioso di dire che l’America sta vincendo di nuovo, come mai prima”. “Viviamo un blue-collar boom senza precedenti”. Grazie a shale oil e shale gas gli Stati Uniti non dovranno più importare “da nazioni ostili”. Con le sue politiche Trump ha se non ancora fermato, per lo meno rallentato il processo di slittamento di potere verso la Cina, che nell’ultimo decennio era accelerato vistosamente.

Ma ora si apre una nuova fase. L’ha dimostrato con Pechino, Bruxelles farebbe bene a non sottovalutarlo. Donald Trump è “assolutamente serio” quando minaccia di introdurre “dazi dolorosi” sulle auto Made in Europe se non fosse raggiunto un accordo commerciale tra Usa e Ue. Lo ha spiegato prima al Wall Street Journal, e poi ieri, sempre da Davos, in una intervista per la Cnbc. È lo stesso presidente Usa a rivelare – come Atlantico aveva anticipato mesi fa – di aver voluto attendere la conclusione della “fase uno” del nuovo accordo con la Cina, e poi il nuovo trattato di libero scambio con Canada e Messico, prima di concentrarsi sull’Unione europea. Ora “ci occuperemo dell’Europa”.

Riferendo di aver avuto un “ottimo colloquio” a Davos con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha però evidenziato che “l’Europa è stata molto, molto difficile da affrontare” sul fronte dei rapporti commerciali. “Se non otterrò qualcosa – ha avvertito – dovrò prendere provvedimenti, e i provvedimenti saranno dazi molto elevati sulle auto e sui prodotti che entrano nel nostro Paese”. Trump però ha ostentato ottimismo: “Faranno un accordo, perché devono farlo. Non hanno scelta. Sarei molto sorpreso se dovessi adottare i dazi”.

Un altro fronte di tensione che potrebbe indurre l’amministrazione Usa a far scattare “dazi dolorosi” sulle auto e sui prodotti Ue è quello della web tax, la tassa che Francia, Italia e altri Paesi europei hanno annunciato sui colossi digitali, la maggior parte dei quali sono americani (Google, Amazon, Facebook etc).

Una tassa “discriminatoria per sua natura”, ha spiegato il segretario al Tesoro statunitense, Steven Mnuchin. L’annuncio da parte francese di un congelamento della web tax fino a dicembre 2020 contribuisce a una distensione, pur spiazzando i Paesi europei che avevano seguito il presidente Macron su questa strada, tra cui l’Italia del governo giallo-rosso, e che ora dovranno allinearsi. Ma se non ci sarà accordo su una tassazione internazionale in sede Ocse, “la Francia non farà un passo indietro” e il prelievo scatterà con gli arretrati di tutto l’anno, ha minacciato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, seguito a ruota dall’italiano Gualtieri. Un quadro globale per il negoziato sarebbe “già concordato”, secondo Le Maire, ma la strada di una tassazione globale sui colossi del web “è complicata”, ha avvertito Mnuchin. E “se si vuole imporre una tassa sulle nostre società, considereremo tasse sulle case automobilistiche” europee.

Il primo messaggio di Trump da Davos è quindi indirizzato all’Europa, che nei prossimi mesi si troverà ad affrontare un triangolo negoziale da brividi sul commercio. In ballo, infatti, pressoché contemporaneamente, gli accordi Ue-Regno Unito, Usa-Ue e Usa-Regno Unito. I due che riusciranno ad accordarsi per primi avranno presumibilmente più leva negoziale sul terzo.

Ma a Bruxelles e nelle altre capitali europee c’è sufficiente consapevolezza dei possibili danni di una eccessiva conflittualità per i nostri esportatori? Segnali ambivalenti in questi giorni. Secondo il Telegraph, l’Ue si starebbe preparando a offrire a Londra condizioni peggiori rispetto agli accordi di libero scambio firmati con Canada e Giappone, mentre sul Financial Times, dietro un’ostentata sicurezza, traspare un certo nervosismo da parte Ue, per la preoccupazione di una “concorrenza sleale” (ma come, il Regno Unito non avrebbe dovuto boccheggiare fuori dall’Ue?). Nessuno degli esportatori Ue vuole perdere l’accesso al ricco mercato britannico e si prevedono parecchie pressioni sui rispettivi governi.

Ma a Davos il presidente Usa ha anche presentato agli altri leader i suoi modelli di successo, incentrati sull’interesse nazionale come fine ultimo dell’azione dei governi:

“Il dovere più alto di una nazione è nei confronti dei propri cittadini. Onorare questa verità è l’unico modo per creare fiducia e fiducia nel sistema di mercato. Solo quando i governi mettono al primo posto il proprio popolo, le persone saranno pienamente coinvolte nelle sorti nazionali”.

“Un’agenda a favore dei lavoratori, dei cittadini e della famiglia dimostra come una nazione può prosperare quando le sue comunità, le sue aziende, il suo governo lavorano insieme per il bene di tutta la nazione”.

Sul piano interno, ha esortato le altre nazioni a seguire il suo esempio e “liberare i vostri cittadini dal devastante peso della burocrazia”. Su quello esterno, la “fase uno” dell’accordo commerciale con la Cina e il nuoto trattato con Canada e Messico “rappresentano un nuovo modello di commercio per il 21esimo secolo, accordi equi, reciproci e che mettono al primo posto le esigenze di lavoratori e famiglie”.

Anche se Trump ha voluto rivendicare un rapporto “ottimo” con la Cina, “mai stato migliore”, e di aver ottenuto “cose mai fatte prima”, restano dazi significativi ed è chiaro che, a prescindere da chi occuperà la Casa Bianca, nei prossimi decenni le relazioni tra Washington e Pechino saranno improntate al confronto – commerciale, tecnologico, militare e in tutte le aree dove le divergenze sono sensibili. Il tavolo da pranzo di Stati Uniti e Cina sembra avere posti su due soli lati: o l’Europa si siede al fianco degli Usa, oppure prima o poi si ritroverà tra le pietanze… come forse sta già accadendo.

Ad una giornalista di Epoch Times che durante la conferenza finale gli ha chiesto se le violazioni dei diritti umani in Cina e a Hong Kong faranno parte della “fase due” dei negoziati commerciali con Pechino, il presidente Trump ha risposto “sì, stiamo già discutendo di questo, mi piacerebbe vedere che possiamo fare qualcosa”.

Un altro messaggio di ottimismo lanciato dal presidente Trump a Davos ha riguardato il tema dei cambiamenti climatici. Ha esortato a “respingere i profeti perenni di sventura e le loro previsioni apocalittiche”. Il riferimento è al catastrofismo climatico di Greta Thunberg, che poche ore prima era intervenuta anche lei a Davos.

“Per abbracciare e cogliere le possibilità del domani dobbiamo respingere questa apocalisse che ci era stata prospettata… dimenticare quelli che ieri ci prospettavano un futuro buio e cupo”, ha detto ricordando le false previsioni scientifiche dei decenni scorsi, dalla sovrappopolazione alla fame di massa fino all’esaurimento del petrolio.

“Questi allarmisti chiedono sempre la stessa cosa, il potere assoluto di dominare, trasformare e controllare ogni aspetto della nostra vita. Non permetteremo mai ai socialisti radicali di distruggere la nostra economia, rovinare il nostro Paese o estirpare la nostra libertà”. Rispondendo a una domanda il presidente Trump ha spiegato che ritiene falsi “alcuni aspetti” dell’allarme per i cambiamenti climatici, ma ha negato di non considerare seriamente la questione, tornando però a criticare gli allarmisti: “Alcune persone portano la cosa ad un livello irrealistico al punto che non si potrebbe vivere la propria vita”.

Insomma, la locomotiva Trump procede spedita.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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