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La liturgia di massa dell’amore migrante, dove tutto inizia e finisce nell’autocompiacimento

Avatar di Max Del Papa, in Politica, Quotidiano, del

La insopportabile Greta, la fanciullona dalle insopportabili treccine svedesi che insegna al pianeta come salvarsi, originando legioni di imberbi presuntuosi dal Belgio all’Italia, scopre i suoi altarini: inesorabile esce fuori una storia, tutt’altro che limpida, tutt’altro che ecologica, di milionari che dietro al suo faccione non troppo sveglio partono con le start up, coi prodotti ecologisti, e l’allegra famigliola, ormai in tour perenne – sì, perderà un anno di scuola, ma vuoi mettere? – incassa a ritmo sonante. Poi magari il pianeta entro tre, due, un anno esplode, però intanto loro si cautelano fino alla pensione, ovvero come trasformare i disagi psicologici di una adolescente in un colossale affare. Ma al popolo rettopensante, benintenzionato e discretamente coglione che ogni giorno si contorce per i ghiacci che si sciolgono e gli orsi che si decimano (anche se è la favola di Biancaneve), tutto questo non importa: basta non porsi problemi, non approfondire, abbeverarsi a questi rituali un po’ sconci e così aggirare ogni complessità nel modo richiesto dal politicamente corretto ebete, basta la pura posa.

Anche per i due o trecentomila di Milano, basta la pura posa. Il punto non sono i duecentomila o due milioni, il punto è che per tutta quella brava gente sciamante per i nigeriani, per gli africani, vale a dire settori ben circoscritti di una fantomatica lotta al razzismo, conta l’atteggiamento e poco altro. Infantile e ipocrita è lo sfoggio di buoni sentimenti, senza una profondità, senza un autentico approfondimento di una emergenza fatta di mille problemi: cosa  vuol dire lo slogan cialtrone “prima le persone”? Prima di cosa? Di altre persone? Di quali? Di chi? Cosa significa, ancora e ancora, il rosario dell’inclusione, delle pari opportunità, dei sì ponti no muri? Che senso ha l’idolatria del solo immaginario africano, coi suoi colori, le sue cucine, i suoi emblemi e non, per dire, di quello cinese o, ancora peggio, venezuelano?

Sfilare, sciamare senza curarsi di una integrazione difficile, fallita non in Italia ma in tutta Europa, senza vedere la criminalità più o meno fatale ma comunque diffusa, la mafia nigeriana coi suoi rituali feroci, i suoi sfruttamenti spietati, la saldatura con le mafie locali, l’allargamento dello spaccio micidiale, la piaga delle migliaia di mendicanti più o meno finti davanti ai negozi, il controrazzismo aggressivo di chi si sente in diritto di tutto pretendere a scapito degli indigeni, il giro losco di affari connessi all’accoglienza, la penetrazione di foreign fighters ed altri elementi pericolosi via barconi, una escalation di pretese che parte dal dovere di salvare e sfocia nel dovere di mantenere. Tutto questo non è considerato, non deve guastare la festa dei girotondi, dei canti etnici, dei modi di dire gassosi e delle sfilate di politici in crisi dura.

La liturgia di massa dell’amore migrante ha poche, precise esigenze: riconoscersi come borghesia emersa che si identifica nell’autocompiacimento, noi malgrado tutto abbiamo ancora abbastanza ricchezza per poter essere giusti, per permetterci il lusso di predicare il bene, per dire che siamo tutti uguali, che nessun uomo è illegale, benvenuti a casa mia o meglio a casa di quell’altro, proletario straccione che vota sbagliato ed è votato alla guerra dei poveri: da me i muri ci sono e ci restano e sul mio balcone o attico a vista Duomo o Colosseo non si entra, non è posto per voi; io borghesia sono di sinistra e faccio qualcosa di sinistra, scendo in piazza con tutto il disprezzo per chi non lo fa, mi conto, e contandomi mi illudo di essere ancora tanta, chiamo a raccolta i miei referenti politici, gli africani, i migranti, i desideranti mi servono a questo, a lanciare una illusione e un segnale; io borghesia più o meno ricca e democratica dico che qualcuno se ne deve andare, che è democratico quello che penso io e noi non siamo come Salvini che gode se muoiono affogati i bambini: sembra una esagerazione, invece è la sostanza di ogni messaggio da sinistra, attualmente circola pure qualche canzoncina di alcuni personaggi molto sussiegosi che la canticchiano senza vergogna. Quindi, siccome io i bambini dai barconi li salvo passeggiando all’ombra del Duomo, e invece Salvini li vuole affogare tutti, lui deve andarsene e noi dobbiamo andare a comandare, dobbiamo tornare.

E ci vuole più sinistra e ci vuole più Europa per salvare l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Che altro resta da capire? Dopodiché, tutto resta come prima, l’integrazione non succede, perché niente accade come nella favola di Biancaneve, e nessuno salva il pianeta mettendo il culo su un’auto elettrica che costa come un monolocale. Però sono affari dei poveri, dei periferici, se la vedessero loro: noi il nostro dovere, politico e umano, l’abbiamo fatto. Che volete di più? E avendolo fatto non ci tornano più sopra, perché i guai di una società, a chi è borghesia ricca, basta ignorarli o dirottarli altrove e non esistono più.

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Max Del Papa


2 risposte a “La liturgia di massa dell’amore migrante, dove tutto inizia e finisce nell’autocompiacimento”

  1. Avatar Emanuela tonini ha detto:

    Sono d accordo in toto, l ipocrisia che accomuna questi riti dei sinistri che sventolano la bandiera dell antirazzismo e la protervia con la quale seguitano a farne una linea politica è insopportabile. mandati a casa, anche e ancora sul tema immigrazione che ci hanno fatto invadere da milioni di clandestini.
    Per quanto mi riguarda dovrebbero essere processati per tradimento,alla luce del fatto che il signor renzi ci ha svenduti per un piatto di lenticchie!

  2. Avatar Giovanni ha detto:

    Sono un periferico, ero un sinistrorso, sono incompleta sintonia con l’articolo, non sono andato ai gazebo, non li voterò più.
    Sono solo presenza e non azione, per loro vale il nimbi, infatti la massa immigrata non vive in centro, non fanno inclusione, la devono fare i poveracci di periferia, i quali per fortuna li hanno
    me compreso mandati a spendere.
    Evviva l’articolo, un bravo al giornalista.

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