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La crociata culturale e psicologica contro il genere maschile: dagli atenei angloassoni al marketing, aspettiamoci di tutto

Avatar di Martino Loiacono, in Cultura, Quotidiano, del

Un insieme di stereotipi negativi sugli uomini e sulla mascolinità racchiusi in due minuti. Si potrebbe riassumere così il nuovo spot di Gillette utilizzato per promuovere il proprio brand. Un attacco frontale a tutto ciò che riguarda l’orizzonte maschile, che viene rappresentato solo nei suoi lati peggiori. Gli uomini vengono dipinti seguendo due percorsi che si intrecciano. Il primo relativo alla violenza di genere, ideato per alimentare l’equazione uomo-bestia affamata di sesso, e quindi potenziale stupratore. Il secondo riguardante l’uso della forza per gestire i rapporti tra maschi. La forza come unico mezzo per regolare le relazioni tra uomini. Il tutto dalla più tenera età, proprio per dimostrare che il maschio è violento per natura. Una sorta di animale privo di raziocinio e riducibile alle sue pulsioni primordiali.

A ben vedere, questa pubblicità è un concentrato di quel femminismo radicale che vorrebbe mettere la mascolinità in quanto tale alla sbarra, perché considerata nociva.

Quel che deve preoccupare non è tanto questo video, sicuramente costruito per aumentare la visibilità di rasoi e schiume da barba, quanto il retroterra che lo ha generato. Cioè quell’astio generale verso il maschio che alcuni ambienti accademici anglosassoni stanno promuovendo. Un’immagine abilmente falsata che vede in quest’ultimo solo violenza e prevaricazione. Come raccontato più volte da Giulio Meotti, Marco Gervasoni e Francesco Borgonovo, le università americane e inglesi sono il brodo di coltura di questo genere di femminismo, che più che femminismo potremmo definire lotta al maschio. O meglio “scienza” dell’antimaschio.

In effetti oltreoceano, anche sull’onda del #metoo, buona parte delle politiche contro il sexual harassment e il sexual assault promosse dagli atenei hanno travalicato il confine del buon senso. Sono state talmente estremizzate da generare una condanna preventiva nei confronti dell’uomo. Più che sensibilizzare ed educare ad un corretto rapporto tra i due sessi, si sono focalizzate sulla creazione di un senso di colpa generale. Avviando una vera e propria guerra psicologica al maschio. Scomodando la mitica Michela Murgia potremmo dire che le sue idee sulla colpevolezza dell’uomo in quanto uomo, stanno diventando legge. I rischi sono tanti. In primis per le donne, perché in questo modo le loro sacrosante battaglie per i diritti e per la loro tutela dalle violenze si stanno drammaticamente riducendo ad un’assurda crociata contro la mascolinità. Cosa che nuoce gravemente al loro interesse. E poi perché gli uomini vivono in un clima da caccia alle streghe che rende innaturale qualsivoglia relazione. C’è inoltre un enorme pericolo culturale derivante dal bisogno di giustificare scientificamente la caccia al maschio. L’operazione, storicamente assurda, consiste nel descrivere retrospettivamente tutta la storia come un insieme di violenze e prevaricazioni maschili, anche quando fonti e documenti non ne parlano. Una totale strumentalizzazione del passato per alimentare una battaglia contemporanea.

La situazione è dunque tesa e controversa ma Gillette, con un grande fiuto, ha colto abilmente questa temperie culturale. Ed è riuscita brillantemente a far parlare di sé. Non sarà certo né il primo né l’ultimo marchio a sfruttare questa strategia gender based. Aspettiamoci di tutto.

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Martino Loiacono


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