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La buona comunicazione non basta, ora servono i fatti: superare lo schema chiusure-ristori e vaccinare

di Roberto Penna, in Politica, Quotidiano, del

Al netto delle adulazioni dei “bimbi di Conte”, ossia giornalisti come Marco Travaglio, Andrea Scanzi oppure il direttore de La Notizia, Gaetano Pedullà, l’ex premier Giuseppe Conte aveva iniziato ad annoiare il Paese anche a livello comunicativo. In buona sostanza, in una Italia fiaccata dalla pandemia e dai suoi enormi costi economico-sociali, non se ne poteva più delle conferenze stampa o dirette via Facebook dell’ex presidente del Consiglio. Nelle occasioni in cui Palazzo Chigi si rivolgeva agli italiani, non usciva mai, forse a causa della incapacità e negligenza di chi aveva nelle proprie mani il potere esecutivo, l’indicazione di un orizzonte temporale attendibile, sia circa la gestione dell’emergenza sanitaria che in merito agli indennizzi alle attività economiche schiacciate dalle ripetute chiusure.

Insomma, la concretezza non era di casa nelle conferenze stampa di Giuseppe Conte, e l’Italia doveva sorbirsi fiumi di parole, inutili e spesso incomprensibili, che finivano con il moltiplicare ansie ed incertezze. Le sole cose chiare che uscivano dalle tediose dichiarazioni di Conte, erano in particolare le richieste di ulteriori sacrifici, ai quali bisognava rassegnarsi anche a costo di massacrare diritti e libertà di ognuno, o la colpevolizzazione degli italiani. Se i contagi non scendono, non è mai colpa dell’ignavia della classe dirigente, ma della irresponsabilità del cittadino.

Con l’arrivo di Mario Draghi buona parte dell’Italia, inclusi anche coloro i quali avrebbero preferito il voto anticipato rispetto all’ennesimo governo-ammucchiata, ha confidato in una netta discontinuità con il pessimo modus operandi del precedente esecutivo giallo-rosso. Finora abbiamo visto qualche piccola luce, ma sono ancora tante le ombre che non permettono, almeno al momento, di pensare ad una vera e propria rottura con il brutto film a cui abbiamo assistito per tutto il 2020. Già al momento della presentazione della lista dei ministri, la conferma al ministero della salute di Roberto Speranza ha lasciato sgomenti e frustrati anche i più ottimisti. Speranza, l’alfiere di una malintesa tutela della salute pubblica, è lì dov’era prima, e sempre nel medesimo posto si trovano i componenti del Comitato tecnico-scientifico (Cts). La tendenza è rimasta quella di chiudere il Paese e comprimere la libertà a priori, anche laddove non appare strettamente necessario, per tamponare i deficit organizzativi del sistema. Prima si chiude, forse perché in questo Paese non si ha la capacità di fare altro, e poi, senza tuttavia offrire certezze, si provvederà a “ristorare” almeno una parte di quelle imprese vittime dei vari colpi di lockdown.

Il piano vaccinale, ammesso e non concesso che esista un vero e proprio piano in Italia, sembra procedere come un motore a testa calda. Certo, siamo indietro anche a causa dell’Unione europea, perché è tutta l’Ue, per supponenza ed inettitudine, ad essere indietro rispetto al resto del mondo, ma alcune mancanze sono esclusivamente italiane. La rimozione di Domenico Arcuri è stata senz’altro una mossa opportuna, che lascia intravedere qualche spiraglio circa una campagna più rapida ed efficiente a livello nazionale.

Lo stile comunicativo di Mario Draghi è senz’altro meno deprimente e disarmante di quello contiano. È assai meno loquace di Giuseppe Conte, che trasformava la pandemia in un proprio palcoscenico quasi quotidiano, parla solo quando serve. Il videomessaggio del premier dell’8 marzo scorso, alla conferenza “Verso una strategia nazionale sulla parità di genere”, ha certificato una sorta di svolta rispetto al recente passato. In primo luogo, ha esortato alla rapidità sul fronte dei vaccini per un non lontano ritorno alla normalità. Saranno solo parole, per di più senza la previsione di una scadenza certa, ma risolleva l’umore della nazione ascoltare un premier che persegue il ritorno alla normalità, piuttosto che i richiami ai sacrifici di un onte che sembrava lucrare politicamente su una emergenza infinita.

Mario Draghi ha ringraziato gli italiani per la loro disciplina e la loro pazienza, quindi, d’ora in poi, almeno dalle stanze di Palazzo Chigi, si dovrebbe cercare di evitare di scaricare ogni colpa addosso ai cittadini o ad alcune categorie di essi, come i runner oppure i giovani della movida. Ma, dopo le parole, dovranno giungere inevitabilmente i fatti. Altrimenti, se ci si ostinerà soltanto a chiudere il Paese e non verrà premuto l’acceleratore per quanto riguarda i vaccini, sempre meno persone saranno disposte, con una infinità di ragioni, ad accettare le restrizioni anti-Covid. Diventeranno disobbedienti anche coloro i quali hanno finora sopportato tutto pur di vedere la fine di questo incubo.

Roberto Penna


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