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La brutale repressione in Bielorussia già dimenticata: di nuovo arrestato Piotr Markielau

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Essere liberali in Italia, in un Paese a forte connotazione statalista e collettivista, può essere molto frustrante. Essere liberale in Bielorussia, ultima dittatura comunista in Europa, è invece decisamente pericoloso. Lo dimostra la storia di Piotr Markielau, coordinatore di Students for Liberty per l’Europa orientale, arrestato, per la terza volta in un anno, il 15 novembre.

In quest’ultimo caso la sua “colpa” è di aver partecipato a un funerale non autorizzato, una celebrazione in memoria del pittore Roman Bondarenko. Giusto per fare un breve riassunto: da quando il presidente Aleksandr Lukashenko è stato rieletto il 9 agosto (impresa molto facile, visto che tutti gli oppositori sono stati arrestati o esiliati), ogni domenica piazze intere si riempiono di centinaia di migliaia di manifestanti che protestano contro evidenti brogli elettorali. La repressione poliziesca è stata da subito molto dura. Gli arresti, secondo i dati del Viasna Human Rights Center, sono 16 mila dall’inizio della campagna. L’11 novembre, il pittore Bondarenko aveva osato protestare contro una pattuglia di polizia intenta a rimuovere i nastri bianchi e rossi (i colori della vecchia bandiera dell’indipendenza bielorussa, usata dai manifestanti), i poliziotti lo hanno massacrato di botte facendolo morire per le ferite riportate dopo un giorno di agonia. La folla di bielorussi che si è radunata per celebrare la sua scomparsa è stata considerata come un assembramento sovversivo e la polizia è intervenuta di nuovo, con una retata. Fra gli arrestati c’era, appunto Piotr Markielau, già nel mirino della polizia da tutto l’anno. Il 18 novembre, con un processo-lampo è stato condannato a 15 giorni di detenzione amministrativa per aver violato l’articolo 23,34 del codice penale bielorusso: violazione delle regole per gli incontri pubblici.

I genitori di Markielau, anch’essi oppositori del regime, erano finiti in carcere entrambi nei giorni precedenti. Il padre, un medico, Dmitri Markelau, è stato arrestato il 2 novembre e rilasciato il 10, per aver manifestato solidarietà agli studenti espulsi dall’università di medicina per motivi politici. Una breve detenzione di una settimana, ma gli è costata cara: in carcere ha contratto una malattia che ha tutti i sintomi del Covid-19. E questo in un Paese che, sin dall’inizio dell’epidemia in Europa, vanta ufficialmente dei numeri bassissimi di contagi (128 mila) e di morti (1.119). La madre, Irina Markelava, è stata invece arrestata arbitrariamente il 2 novembre e poi ancora l’8 novembre, la seconda volta senza alcun motivo apparente. Infatti, non stava partecipando ad alcuna manifestazione, l’unico segno di dissenso era il suo ombrello, con i colori bianco e rosso della vecchia bandiera bielorussa.

Gli arresti di Piotr Markielau sono ormai ricorrenti. Il 29 luglio era stato preso dagli Omon (truppe del Ministero dell’interno) mentre protestava di fronte alla Prigione n. 1 di Minsk, in solidarietà con lo sciopero della fame iniziato dalla moglie e dalla madre di Dmitri Furmanov, detenuto per motivi politici. Una volta arrestato, Piotr Markielau è stato condannato il giorno successivo a 12 giorni di detenzione amministrativa, sempre per violazione dell’articolo 23,34 del codice penale. L’11 maggio scorso, Piotr Markielau era stato invece condannato a 10 giorni di detenzione amministrativa, non per aver partecipato ad una manifestazione (un flash mob per far da contraltare alla parata della vittoria sovietica del 9 maggio), ma per aver filmato agenti del Kgb durante il processo ai manifestanti.

Elencare tutti questi arresti non rende l’idea di cosa sia un’esperienza in carcere in Bielorussia. Nel periodo della detenzione di maggio, ad esempio, gli attivisti hanno subito la privazione sistematica del sonno: “Nella cella, non hanno mai acceso le luci notturne, anche di notte lasciavano la luce più forte usata per il giorno. Ero continuamente punto, i miei abiti erano infestati di pulci. Per tre notti su dieci mi hanno svegliato e costretto a scendere dal letto ogni ora e mezza, o due ore. Di giorno, ci portavano via il materasso e ci vietavano di coricarci, neppure di sederci sul letto (che era, in pratica, una griglia di metallo)”. Tenuto in cella assieme a tre alcolizzati, il dissidente è stato privato di ogni possibile distrazione: “Non potevo leggere libri, giornali, non avevo matite né carta, non potevo spedire lettere o biglietti”. Anche l’ora d’aria poteva trasformarsi in tortura: “Una volta mi hanno trascinato nel ‘cortile’ (una cella sul tetto, priva di soffitto, di 5 metri per 5) con indosso solo una maglietta, nel mezzo di una notte fredda”.

Irina Markelava ha subito un trattamento, se possibile, ancora peggiore. Una volta caricata su un cellulare della polizia, assieme a una trentina di altri arrestati, è stata torturata con un gas: “Abbiamo sentito un forte odore, come se avessero immesso del gas. Tutti hanno iniziato a tossire. E io stavo soffocando. Per la prima volta in vita mia, ho avuto un attacco di laringospasmo, una condizione in cui le corde vocali sono chiuse e non puoi né inalare, né esalare. Le persone vicine a me hanno iniziato a gridare per chiedere aiuto, dicendo che stavo male, ma le porte erano chiuse e nessuno degli agenti sentiva”. Una volta scaricati dal cellulare, i prigionieri mezzi soffocati, hanno passato una prima terribile esperienza carceraria. All’ingresso della prigione di Zhodzina, le autorità avevano steso la bandiera bianco-rossa a mo’ di zerbino, per farla calpestare dagli arrestati e umiliarli. Una donna che ha rifiutato è stata presa a manganellate. Irina Markelava e le altre prigioniere sono state spogliate in pubblico, costrette a stare in pose innaturali, per sfinirle. Una volta passata la “visita”, le donne incarcerate sono state stipate in 25 in una cella adatta a 6 persone, senza neppure un posto per sedersi.

Per chiunque conosca un minimo la storia sovietica, questi racconti appaiono purtroppo familiari. In Bielorussia anche i nomi sono rimasti gli stessi: gli agenti del Ministero dell’interno si chiamano ancora Omon e i servizi segreti Kgb. La vita di un liberale in un regime comunista è ancora difficile come allora e serve un grande coraggio per restare coerenti. E la domanda che sorge spontanea, però, è anche un’altra: che ci fa ancora un regime comunista in Europa? E chi continua a legittimarlo?

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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