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La blue wave alla Camera si è infranta sul red wall al Senato. Missione compiuta per Trump, vittoria mutilata per i Dem

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Niente surf per i Dem e niente “Trump surprise” come nel 2016. I Democratici conquistano la Camera, i Repubblicani vincono al Senato dove rafforzano la loro maggioranza. Tutto secondo lo scenario più probabile. Se è in linea con la storia delle midterm che il partito che detiene la Casa Bianca patisca la perdita di una trentina di seggi alla Camera, è invece inusuale – è accaduto solo 5 volte negli ultimi 105 anni – che ne guadagni al Senato. Solo due presidenti alle midterm hanno guadagnato seggi in entrambi i rami del Congresso: F. D. Roosevelt nel 1934 e George W. Bush nel 2002, in circostanze del tutto eccezionali. Diciamo che Obama, che alle midterm del 2010 ha perso ben 63 seggi alla Camera (quasi il doppio di quelli persi da Trump) e 6 al Senato ci avrebbe messo la firma su un risultato come questo.

Come ricorda Gerald F. Seib sul Wall Street Journal, Trump non aveva bisogno di vincere le midterm, quanto piuttosto di evitare il disastro. Da questo punto di vista, missione compiuta.

Certo, sembra il day after di una tipica elezione italiana, in cui ciascuno può cantare la sua mezza vittoria o non sconfitta. Due mezze vittorie? Una mezza vittoria e una mezza sconfitta? Mettetela come volete, ma una cosa è certa: quella rivolta civile contro il “mostro” e l’usurpatore Trump annunciata dai media liberal e dalle grandi manifestazioni della sinistra Usa di questi due anni, a partire dalla “marcia delle donne” addirittura il giorno dopo l’inaugurazione del mandato, dagli appelli delle star (piuttosto inefficaci persino quelli di Taylor Swift e Beyonce), nonché da scandali veri e presunti, non c’è stata. I Democratici speravano da due anni a questa parte in una sonante sollevazione di popolo contro Trump, ma alla fine della fiera l’enorme mobilitazione che sono stati in grado di attivare è andata poco o niente oltre i confini naturali della sinistra. La drammatizzazione, il catastrofismo, le elevate aspettative di rivincita sembrano impedire ai Dem e al loro popolo di godersi il segnale positivo della riconquista della Camera, in parte oscurato dalla delusione per la mancata spallata all’odiato nemico.

A colpire è lo stridente divario tra la narrazione apocalittica della presidenza Trump alimentata dai media liberal, su cui i Dem hanno costruito la loro opposizione, e un risultato delle elezioni di midterm da cui tutto sommato Trump esce meglio di molti suoi predecessori, apparendo un “normale” presidente repubblicano andato incontro a una normale, fisiologica perdita di seggi, compensata da una insolita vittoria al Senato. Sorprende anche la vitalità, sebbene nelle profonde divisioni, di una democrazia che dopo l’elezione di Trump qualcuno avava dato prematuramente con i giorni contati, e la buona salute, tutto sommato, di un partito come il Gop che Trump, si diceva, avrebbe distrutto e che invece, nel bene o nel male, ha rivitalizzato e già salvato in due occasioni.

Se il Gop ha tenuto botta alla Camera, considerando che la controllava dal 2010 e un ricambio era fisiologico, e addirittura rafforzato la maggioranza al Senato, deve infatti ringraziare il suo presidente, che mobilitando la sua base ha senz’altro contribuito a limitare i danni e ad assestare alcuni buoni colpi in sfide chiave, come i governatori in Florida e in Ohio, peraltro swing states sempre decisivi per la corsa alla Casa Bianca. Va detto che anche i Dem hanno conseguito importanti vittorie in chiave 2020, piazzando i loro governatori nel “rosso” Kansas, in Michigan e Wisconsin, due stati della Rust Belt che nel 2016 avevano votato per Trump e senza i quali non verrebbe rieletto. Ma i candidati “trumpiani” sono andati forte. In Florida doppio successo: il trumpiano DeSantis diventa governatore battendo il “socialista” dichiarato Gillum e un altro trumpiano, il governatore uscente Rick Scott, entra al Senato togliendo il seggio al Dem Nelson.

Nessuno dei senatori che hanno sostenuto la conferma del giudice Kavanaugh alla Corte suprema ha perso il seggio e il Gop ha strappato i seggi senatoriali Dem nelle roccaforti trumpiane del 2016: Indiana, Missouri, North Dakota. Dei quattro senatori democratici uscenti che hanno votato contro Kavanaugh, tre in questi “stati rossi” e uno in Florida – Donnelly, Heitkamp, McCaskill e Nelson – nessuno si è salvato. Ce l’ha fatta solo Manchin in West Virginia che ha votato a favore. Tre degli astri nascenti in cui i Dem speravano per accendere l’entusiasmo del loro elettorato sono usciti sconfitti: Andrew Gillum in Florida, Stacey Abrams in Georgia e Beto O’Rourke in Texas, quest’ultimo battuto come prevedibile da Ted Cruz. Con un margine di soli 3 punti, vero, ma a fronte di un investimento finanziario e mediatico imponente e di un avversario consumato, nel senso sia di esperto che di logoro.

Trump ha buoni motivi quindi per sorridere. Vero che il controllo della Camera permetterà ai Democratici di intralciare la sua agenda e soprattutto di usare i poteri di inchiesta tormentando l’amministrazione (cosa che eventualmente potranno fare anche i Repubblicani al Senato contro i loro avversari). Dal punto di vista politico però, soprattutto se come probabile Nancy Pelosi sarà confermata alla presidenza (e Trump ha beffardamente offerto un aiutino se le dovesse mancare l’appoggio dei suoi), permetterà al presidente di avere un’opposizione ideale contro cui mobilitare la sua base, giocandosi la partita per la rielezione su un terreno a lui più congeniale, quello dello scontro e della campagna permanente. Ha già mantenuto una parte delle sue promesse e potrà accusare i Dem per lo stallo del Congresso sui nodi che restano da sciogliere, dall’immigrazione all’healthcare. Inoltre, una maggioranza repubblicana non solo più ampia, ma anche più solida, perché più “trumpiana”, al Senato significa un percorso meno accidentato per la conferma delle nomine presidenziali, governative e giudiziarie, e l’ultima parola su una eventuale procedura di impeachment.

Cosa ci dicono queste midterm? Che nonostante tutto Trump è ancora forte, ha ancora una base di consenso che sembra impermeabile agli attacchi dei suoi avversari e che la sua vittoria nel 2016 non è stata una mera coincidenza fortunata di fattori. Anche se in queste midterm si è sentita la mancanza di un avversario “facile” come Hillary Clinton. Una quota non irrilevante di elettori inclini a votare repubblicano o indipendenti, infatti, nel 2016 turandosi il naso hanno appoggiato Trump e i candidati Gop alla Camera per impedire l’elezione della Clinton. Un voto “contro”. Ma in queste midterm molti di loro potrebbero essere rimasti a casa o anche aver votato democratico. D’altra parte, dopo una sorta di “vittoria mutilata” i Democratici sembrano privi di una strategia coerente per la riconquista della Casa Bianca nel 2020 o, peggio, potrebbero convincersi, a nostro avviso sbagliando, che basti proseguire sulla strada della demonizzazione, della mobilitazione delle minoranze e di candidati radicali che ormai arrivano a includere socialisti dichiarati.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico e membro del Comitato scientifico di New Direction Italia. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

Una replica a “La blue wave alla Camera si è infranta sul red wall al Senato. Missione compiuta per Trump, vittoria mutilata per i Dem”

  1. Giulio ha detto:

    Mi dispiace per Scott Walker.

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