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Kissinger non si unisce al coro anti-Trump: Europa “appendice dell’Eurasia” e Usa un’isola, se l’Atlantico si allarga

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

La notizia, nella conversazione di Henry Kissinger (95) con il Financial Times pubblicata venerdì scorso, ma tenuta proprio all’indomani del summit di Helsinki, è che nonostante l’insistenza dell’intervistatore, l’ex segretario di stato non si è voluto unire al coro anti-Trump. E dire che il giornalista si è reso conto di essere stato quasi molesto, “sgarbato”, nell’interrogare durante un pranzo di un paio d’ore “un uomo di quasi il doppio della mia età”. “Temo che le mie domande su Trump gli abbiano fatto passare l’appetito”.

In effetti, l’impressione che si ricava leggendo l’articolo è che in tutta la conversazione Kissinger abbia tentato, invano, di proporre le sue riflessioni e i suoi ragionamenti sulla “fase molto molto seria” che stiamo attraversando nelle relezioni internazionali, mentre il giornalista tentava di strappargli a tutti i costi un virgolettato anti-Trump. “Una delle critiche ricorrenti rivolte a Kissinger – gli ha fatto notare Edward Luce arrivati al caffè – è che fa di tutto per preservare l’accesso alle persone al potere, al prezzo di non parlare apertamente in pubblico. Non è il momento giusto per ‘bruciare’ uno o due ponti?”. Lapidaria la risposa di un “desolato” Kissinger: “It is clear the direction I am going in. Is it clear to you?”

La reticenza a esprimere un giudizio netto su Trump gli è valsa anche un velenoso tweet di Francis Fukuyama: “Anche a 95 anni, Kissinger non vuole rischiare di alienarsi le simpatie dei repubblicani al potere”. L’altra possibile lettura è che a 95 anni Kissinger non è ancora così bollito da sparare sentenze a vanvera come molti tromboni con la metà dei suoi anni. Non ha bisogno della frase a effetto per finire sui giornali e la sua spiegazione in realtà è molto semplice: “Non voglio parlare troppo di Trump, perché a un certo punto dovrei farlo in un modo più coerente, sensato di questo”.

Ma alla fine, qualcosa ha detto su Trump all’insistente giornalista del FT. Probabilmente non il giudizio definitivo che desiderava, ma forse, al momento, l’essenziale (che riportiamo deliberatamente senza tradurre):

“I think Trump may be one of those figures in history who appears from time to time to mark the end of an era and to force it to give up its old pretences. It doesn’t necessarily mean that he knows this, or that he is considering any great alternative. It could just be an accident”.

A quanto ci risulta Kissinger ha incontrato il presidente Trump quattro volte. L’ultima a febbraio di quest’anno per discutere di Corea del Nord, Cina e Medio Oriente. Le altre nell’ottobre del 2017, pochi giorni dopo la sua elezione e durante la campagna presidenziale, a maggio 2016. Ha incontrato, anche di recente, il presidente cinese Xi Jinping e il presidente russo Putin (in tutto 17 volte), riferendo a Washington i contenuti dei suoi colloqui.

L’inquietudine dell’anziano ex segretario di stato deriva dall’idea che Stati Uniti e Cina si stiano muovendo lungo una rotta di collisione. È lo spettro della “trappola di Tucidide”, ovvero l’inevitabilità, o alta probabilità, che la rivalità tra una potenza egemone e una potenza emergente sfoci in un conflitto, come accadde ai tempi di Atene e Sparta nella Grecia classica.

L’unico modo per evitare tale prospettiva è arrivare a un compromesso, trovare un equilibrio, a partire dai rapporti economici, sulla base di nuove regole. Ma più il tempo passa, più sarà difficile per Washington trattare da una posizione di forza e imporre le sue condizioni. Per questo, il tentativo che ha intrapreso l’amministrazione Trump potrebbe essere l’ultima occasione. E servono alleati.

Il capolavoro diplomatico di Kissinger è considerato l’apertura alla Cina negli anni ’70. Allora il rivale strategico dell’America era l’Unione sovietica, dunque si trattava di impedire che si saldasse un asse Mosca-Pechino, il “peggior incubo” dell’allora consigliere di Nixon. L’operazione riuscì. Oggi Kissinger intravede lo stesso incubo di allora, anche se a ruoli invertiti. Stavolta infatti il rivale strategico degli Usa è la Cina e si tratta di evitare che la Russia finisca dalla sua parte.

Dalla crisi ucraina del 2014, e dalla reazione occidentale all’intervento russo, le relazioni Cina-Russia sono enormemente progredite: legami economici, energetici e anche militari.

“Un incontro che doveva aver luogo. L’ho sostenuto per diversi anni”. Così Kissinger ha commentato al FT il summit Trump-Putin di Helsinki, rammaricandosi tuttavia che sia stato “sommerso da problemi domestici americani. Certamente un’opportunità persa”. “Guarda la Siria e l’Ucraina. È una caratteristica unica della Russia che disordini in quasi ogni parte del mondo la influenzino, gli diano un’opportunità e vengano anche da essa percepiti come una minaccia. Questi sconvolgimenti continueranno. E temo che accelereranno”.

L’errore fondamentale nei rapporti con la Russia è aver pensato che avrebbe abbracciato l’ordine basato sulle regole dell’Occidente, e aver ignorato la sua forte, radicata brama di rispetto, di vedere ripristinato il suo status di potenza. L’errore per Kissinger è “pensare che esista una sorta di evoluzione storica che marcerà attraverso l’Eurasia, e non capire che da qualche parte in quella marcia incontrerà qualcosa di molto diverso da un’entità westfaliana (la concezione occidentale di uno stato, ndr). E per la Russia questa è una sfida alla sua identità”. “Non penso che Putin sia un personaggio come Hitler. Viene da Dostoyevsky”. Un giudizio su Putin che Kissinger aveva già espresso in passato: “Putin non è Hitler. Negoziare con lui, a condizioni precise, è nell’interesse di tutti”.

E il ruolo dell’Europa in tutto questo? Nessun leader europeo di oggi impressiona l’ex segretario di stato, con l’eccezione forse del presidente francese Macron, al quale concede un’apertura di credito: “Non posso ancora dire che sia efficace, perché è appena agli inizi, ma mi piace il suo stile”. Duro invece il giudizio sulla cancelliera tedesca Angela Merkel, che si trova alla fine della sua esperienza: una leader “molto locale”. “Mi piace come persona e la rispetto, ma non è una figura eccezionale”. Kissinger ne approfitta per ricordare che di recente una eminente personalità tedesca gli ha confessato di “aver sempre interpretato la tensione con l’America come un modo per allontanarsi dall’America, ma di sentirsi ora più impaurito da un mondo senza America”. “Sarebbe ironico che ciò venisse fuori dall’era Trump, ma non è impossibile”, chiosa.

L’alternativa, aggiunge Kissinger, non è attraente. Un Atlantico diviso renderebbe l’Europa “un appendice dell’Eurasia”, alla mercé di una Cina che vuole restaurare il suo storico ruolo di “Regno di Mezzo”. L’America diventerebbe un’isola geopolitica, protetta da due enormi oceani ma senza un ordine basato su regole cui sostenersi. Dovrebbe imitare la Gran Bretagna di epoca vittoriana, ma senza avere l’inclinazione mentale a mantenere il resto del mondo diviso, come la Gran Bretagna fece con il continente europeo nel XIX secolo.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

Una replica a “Kissinger non si unisce al coro anti-Trump: Europa “appendice dell’Eurasia” e Usa un’isola, se l’Atlantico si allarga”

  1. Avatar Vegetti Giovanni ha detto:

    Evviva Kissinger il grande vecchio ha capito più dei giovani leoni del political correct del suo paese,(democratici obamiani) auguri al presidente Trump spero non cada nella trappola di Tucidide.

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