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Indebitati e sussidiati: il lockdown sdogana l’assistenzialismo. E al “potere” fa comodo

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Nell’aria c’è una strana voglia di sussidio. Sia da parte delle forze politiche e degli opinion leader che dei cittadini. Il blocco delle attività economiche e la relativa elargizione dei sussidi, fra le altre cose, ha reintrodotto in modo potente la logica dell’assistenzialismo che, fino ad allora, sebbene praticato era quanto meno deprecato dai più. Ora non è più così, tanti cittadini ci starebbero anche a farsi togliere un bel po’ di libertà personali in cambio di un’elargizione di denaro pubblico, sebbene ai limiti della sussistenza. Questo atteggiamento è in parte figlio di una forma mentis italiana, dove lo Stato è una mamma (o vacca) da mungere. Soprattutto però, secondo me, è il risultato perverso di una realtà che ci sembra normale ed è invece ai limiti della distopia: la stragrande maggioranza di noi svolge lavori che odia.

In Italia né le famiglie, né la scuola insegnano a trasformare la propria passione in un’attività professionale. Non ci voleva Zalone per ricordarci che da noi c’è ancora il culto del posto fisso, cioè la massima aspirazione è quella di vivere per lo stipendio, meglio ancora se pubblico. Milioni di persone trascorrono la maggior parte della loro vita da svegli a svolgere attività che non amano, che li fanno stare male. Tutto ciò è considerato normale e chi ha l’agognato stipendio è considerato un privilegiato che deve tenerselo ben stretto. Si dice: “la vita vera è questa, rassegnati e accontentati perché funziona così”. Io invece non voglio rassegnarmi e vorrei vivere in una nazione che insegni il valore della libera impresa, del rischio, dell’assunzione di responsabilità in cambio della realizzazione di sé. I giovani vengano spronati e preparati a far soldi a partire dai propri talenti e dalle proprie passioni, altro che “debito buono e debito cattivo”. Ci si dedichi con serietà e con preparazione adeguata a ciò che si ama e lo si metta a disposizione degli altri, così i soldi arriveranno come una conseguenza. Il web da questo punto di vista offre possibilità straordinarie di mettere a reddito le proprie conoscenze. Ai giovani, più che cavillare sulla distinzione fra “debito buono e quello cattivo”, si insegni a farsi largo nel mondo e a guadagnarsi da vivere con le proprie forze.

Siccome però in Italia tutto ciò non avviene, ecco che le persone pur di liberarsi di un posto di lavoro dove stanno male, accetterebbero anche di fare gli schiavi sussidiati. E il “sistema” li incoraggia in tal senso, così da poter aumentare il controllo sociale. La prima accelerazione è stata con il cosiddetto reddito di cittadinanza: stai senza far nulla, lo Stato ti dà il sussidio ma lo devi spendere per certe cose e non per altre. Poi è venuto il lockdown, che per tre mesi ha esteso a tutti i lavoratori autonomi (senza distinzione di reddito) la logica del sussidio. Per i dipendenti, invece, blocco dei licenziamenti e cassa integrazione (che è anch’essa un sussidio) sine die. Ed ora la politica dei bonus, inaugurata alla grande da Renzi, sta facendo passi da gigante. C’è un bonus per tutto ormai: bonus bebè, vacanze, bicicletta, baby sitter e chi più ne ha più ne metta. Come si pagano tutti questi sussidi in una fase di grande recessione come questa? Con il debito. Il Recovery Fund è l’ennesima gigantesca operazione di indebitamento, altro che vittoria del Conte Vanesio.

Dunque, si va nella direzione di Stati sempre più indebitati e cittadini sempre più sussidiati grazie al QE infinito delle banche centrali. Siamo sicuri che il governatore della Bundesbank, con la sua contrarietà alla politica del tasso zero, abbia torto marcio? Uno Stato fortemente indebitato è ostaggio dei pochi grandi manovratori dei mercati finanziari ed i cittadini sussidiati da uno Stato siffatto sono privi di libertà e ricattabili. È questo che volete?

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Davide Rossi


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