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In Africa come in Afghanistan: missioni fallite, i jihadisti festeggiano con nuovi attacchi

di Anna Bono, in Esteri, Quotidiano, del

I jihadisti africani hanno celebrato la vittoria dei Talebani in Afghanistan con compiaciuti proclami di vittoria, ma soprattutto moltiplicando gli attentati e gli attacchi. Dal 16 agosto hanno compiuto cinque attentati e 11 attacchi in nove Paesi, oltre a diverse operazioni minori.

Il 18 agosto un convoglio militare, composto da soldati regolari e da combattenti delle milizie volontarie filo governative che scortavano dei civili, è stato attaccato nel nord del Burkina Faso, nel territorio al confine con il Niger e con il Mali, una delle regioni più pericolose dell’Africa sub sahariana per la presenza di gruppi jihadisti che hanno le loro basi militari nei tre stati. Il bilancio delle vittime è stato pesantissimo: 80 morti, 60 dei quali civili, e diversi feriti. Secondo fonti governative, nel combattimento durato ore 58 terroristi sono stati uccisi e molti altri sono stati feriti, ma sono riusciti a darsi alla fuga.

In Somalia al Shabaab, gruppo jihadista affiliato ad al Qaeda, ha messo a segno un attentato nel tardo pomeriggio del 19 agosto. Un attentatore suicida si è fatto esplodere all’interno di una sala da tè situata in un punto affollato del settore nord della capitale Mogadiscio, frequentata da membri delle forze di sicurezza oltre che da civili. Il 24 agosto gli al Shabaab hanno ripreso il controllo di Amara, una città strategica sulla strada che porta alla città costiera di Harardheere. Nello stesso giorno hanno fatto irruzione in una base militare delle forze speciali governative e hanno rubato 14 mezzi blindati e 10 pick-up con armi a bordo.

Sempre il 19 agosto, in Mali, un’imboscata ha sorpreso un altro convoglio militare governativo che stava percorrendo l’importante arteria che collega due città, Gao e Mopti, in un’area centrale del paese sulla quale i gruppi armati jihdisti affiliati sia ad al Qaeda che allo Stato Islamico cercano di mantenere il controllo colpendo sempre più spesso dei bersagli militari. Una autobomba è stata fatta esplodere al passaggio del convoglio, poi gli aggressori hanno aperto il fuoco. 15 soldati sono stati uccisi e molti altri sono rimasti feriti. Sembra che i jihadisti siano anche riusciti a impadronirsi di alcuni veicoli muniti di mitragliatrici.

Il 20 agosto in Niger uomini armati non identificati, ma si ritiene appartengano a uno dei gruppi jihadisti che agiscono nell’area, hanno attaccato il villaggio di Theim nella regione occidentale del Tillabery che confina con Mali e Burkina Faso, durante l’ora della preghiera (era venerdì, il giorno sacro dell’islam). Almeno 16, forse 17 persone hanno perso la vita. Solo pochi giorni prima, il 16 agosto, altri jihadisti avevano raggiunto a bordo di motociclette il villaggio di Darey Dey, nella stessa regione, e avevano attaccato gli abitanti mentre stavano lavorando nei campi. Hanno ucciso 37 persone, inclusi 14 bambini.

L’operazione più clamorosa l’ha realizzata molto probabilmente Boko Haram, il gruppo jihadista che combatte dal 2002 per imporre la shari’a in Nigeria. Il 24 agosto un commando è riuscito a introdursi niente meno che nella più prestigiosa accademia militare del Paese, quella di Kaduna fondata nel 1964, e prima di darsi alla fuga ha ucciso due alti ufficiali e ne ha rapito uno.

Questi attacchi e altri sono stati messi a segno in territori infestati da gruppi jihadisti. Ma il jihad si sta diffondendo e radicando anche altrove. Circa un terzo dei Paesi africani ne sono in qualche misura minacciati. Dal Nord Africa e dal Sahel, si espande verso sud e ricompare in paesi in cui mancava da anni. Preoccupa in particolare l’attentato realizzato in Tanzania dove non se ne verificavano da anni. Il 25 agosto un terrorista ha ucciso a colpi di arma da fuoco quattro persone, tre agenti di polizia e una guardia di sicurezza a Dar es Salaam, nel quartiere delle ambasciate, a pochi passi dall’ambasciata francese.

L’elenco dei massacri con cui i jihadisti africani hanno “celebrato” la vittoria del talebani potrebbe continuare. In Mali il leader di Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), Iyad Ag Ghaly, però non aveva aspettato la presa di Kabul per esultare. “Stiamo vincendo” ha detto il 10 agosto in uno dei suoi rari messaggi. Dopo aver reso omaggio “all’emirato islamico dell’Afghanistan in occasione del ritiro delle forze d’invasione americane e dei loro alleati, una vittoria che è il risultato di due decenni di pazienza”, ha stabilito un parallelo tra quanto stava per avvenire in Afghanistan e il drastico ridimensionamento delle truppe francesi nel Sahel annunciato dal presidente francese Emmanuel Macron lo scorso febbraio e confermato il 10 giugno quando il presidente ha specificato che l’Operazione Barkhane, forte di 5.100 unità e attiva dal 2014 contro il jihad in cinque stati del Sahel (Ciad, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Niger) verrà sospesa.

Il presidente Macron ha reagito alla proposta dei Paesi del Sahel, del Mali in particolare, di avviare un dialogo con alcuni gruppi jihadisti. “Non possiamo condurre operazioni congiunte con potenze che decidono di dialogare con i gruppi armati che uccidono i nostri giovani – aveva replicato – se si va in questa direzione io ritirerò le nostre truppe”.

In Africa oltre tutto per un governo “dialogare” con gruppi antigovernativi armati di solito vuol dire offrire ai loro leader non solo l’immunità se depongono le armi, ma anche delle cariche governative. Il Fronte unito rivoluzionario, in Sierra Leone, è stato uno dei gruppi armati africani più feroci. Durante la guerra combattuta dal 1991 al 2002 per il controllo delle miniere di diamanti del Paese ha terrorizzato la popolazione torturando i civili inermi, ha reclutato bambini soldato rendendoli pazzi di droghe e massacri, li faceva giocare tirando a sorte biglietti con scritti i nomi di parti del corpo e poi scegliendo un bambino per amputare a un prigioniero l’arto sorteggiato. Imprimeva a fuoco sul volto di bambini e adulti il proprio acronimo: RUF. Finita la guerra è diventato un partito politico. Il suo candidato alle elezioni presidenziali del 2018 si è classificato sesto.

In Liberia si sono combattute due guerre civili altrettanto cruente: la prima dal 1989 al 1997; la seconda dal 1999 al 2003. Uno dei momenti più drammatici è stata la cattura del presidente Samuel Doe, 1990, per opera di uno dei contendenti, Prince Johnson, noto per la crudeltà con cui infieriva sui nemici. Johnson ordinò che Doe fosse torturato per ore e poi ucciso e volle un filmato delle torture, riprodotto in diverse copie distribuite ad amici e collaboratori, che lo riprende mentre assiste bevendo birra e dice ai suoi uomini come seviziare Doe. Dal 2005 Johnson è senatore. È stato grazie al suo potente appoggio che Ellen Johnson Sirleaf, premio Nobel per la pace 2011, è diventata per due volte presidente della Liberia.

Tuttavia, a prescindere dal modo in cui il Mali intende gestire i jihadisti e dalle decisioni di Macron, il problema ormai ineludibile è l’inefficacia di due decenni di operazioni militari internazionali che dimostra come, a parte alcuni successi, l’intervento straniero non è e non può essere la soluzione, non può sostituirsi ai governi africani incapaci di contrastare il jihad e soprattutto privi della volontà di farlo. Le milizie jihadiste nel frattempo si sono rafforzate, hanno reso vasti territori ingovernabili e vi hanno alimentato la violenza etnica. Ma, più che la missione condivisa di combattere per l’Islam, a moltiplicare i jihadisti sono il malgoverno, la corruzione, la repressione brutale del dissenso, l’assenza dello stato nelle aree rurali abbandonate a se stesse, la disoccupazione nei centri urbani.

Al meglio, in situazioni del genere, gli interventi internazionali possono contenere la portata degli scontri e forse la violenza contro civili. Questa conclusione vale per il jihad e per tutte le attuali crisi africane. Una conferma viene dalle missioni di peacekeeping dell’Onu. Delle 31 missioni effettuate in Africa, quasi la metà non ha raggiunto l’obiettivo. Attualmente ne sono in corso sei, nessuna delle quali sta ottenendo i risultati sperati.

MINUSCA (15.069 unità) è stata attivata nel 2014 nella Repubblica Centrafricana con la missione prioritaria di proteggere i civili. Il minimo che si possa dire è che sta fallendo lo scopo (e dei caschi blu sono stati più volte accusati di abusi sessuali). MINUSMA (18.318 unità), in Mali dal 2013, dovrebbe sostenere il processo di stabilizzazione politica. Ma il vasto nord continua a essere controllato da gruppi di jihadisti e ci sono stati due colpi di stato in 12 mesi: nel settembre del 2020 e lo scorso maggio. UNISFA (3.709 unità) è in Sudan dal 2011 nella regione di Abyei, tuttora contesa tra Sudan e Sudan del Sud a dieci anni dalla secessione. Sempre nel 2011 è nata UNMISS (19.174 unità) con il mandato di vigilare nel Sudan del Sud sulla protezione dei civili e il rispetto dei diritti umani, assicurare la distribuzione degli aiuti umanitari e l’attuazione del cessate il fuoco. MONUSCO (17.669 unità) opera dal 2010 nella Repubblica democratica del Congo. Ha sostituito la MONUC che era stata attiva dal 1999 al 2010. La sua missione di proteggere i civili e consolidare la pace è del tutto fallita come dimostrano le drammatiche notizie che arrivano quotidianamente dalle province orientali dove decine di gruppi armati imperversano, infierendo quasi incontrastati sui civili. Infine nel Sahara Occidentale, ex colonia portoghese annessa dal Marocco nel 1976, c’è MINURSO (461 unità), istituita nel 1991 per gestire il periodo di transizione durante il quale si doveva organizzare il referendum con cui gli abitanti del Sahara Occidentale avrebbero deciso tra l’indipendenza e l’integrazione al Marocco. Il referendum non si è ancora tenuto.

Anna Bono

Storia e istituzioni dell’Africa all’Università di Torino, autrice di “Migranti!? Migranti!? Migranti!?” (Edizioni Segno).

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