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Il taglio del numero dei parlamentari: un’occasione per il governo gialloverde e l’ennesima giravolta del Pd

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Questo Governo ha una grande chance, quella di portare a casa (con molta probabilità, dato il voto favorevole di ieri al Senato) l’approvazione di una legge costituzionale volta a ridurre il numero dei parlamentari. Tralasciando la retorica sugli sprechi, da anni ormai cavallo di battaglia dei grillini, la riforma permetterebbe di ridurre i membri della Camera da 630 a 400 e quelli del Senato da 315 a 200. La mancata partecipazione di Forza Italia al voto non ha permesso di superare il quorum dei 2/3 dei componenti richiesto nella seconda fase dell’iter della legge costituzionale per scongiurare l’ipotesi referendum.

Hanno votato contro Partito democratico, Liberi e Uguali e +Europa. Dei tre partiti, va riconosciuta una certa continuità rispetto alle proprie idee solo ai dalemiani di LeU. Il Pd invece, oramai logoro e diviso tra correnti, privo di una linea politica, si è contraddetto rispetto alle sue posizioni del 2016 – anno in cui fu votato il referendum costituzionale, che tra le varie modifiche alla Costituzione avrebbe apportato anche una riduzione drastica del numero di senatori da 315 a 100, nonché una modifica della composizione e delle competenze ad esso oggi attribuite. Insomma, una proposta molto più spinta di un “semplice” taglio.

Parimenti la levata di scudi contro la “destrutturazione della democrazia rappresentativa” suona come già sentita e riapre scenari politicamente già visti. Se non fosse per quel 4 dicembre 2016, data di svolta per la politica italiana e triste epilogo del rottamatore di Pontassieve, il Pd avrebbe in mano un vera e propria arma politica, a dir poco profittevole, quella della difesa “della Costituzione più bella del mondo”.

I tempi cambiano ed oggi, il Pd, opponendosi ad una riforma popolarissima, rischia di apparire sempre più, agli occhi di una opinione pubblica polarizzata, come il partito dei privilegi. La riduzione del numero dei parlamentari piace alla maggior parte degli elettori: dai più riformatori, che vorrebbero si aprisse la concreta occasione per una tanto auspicata riforma del sistema istituzionale (magari affiancando alla riduzione del numero dei parlamentari un sistema uninominale all’inglese, che permetterebbe un legame diretto tra eletti e territori nonché una maggior selezione dei candidati), a coloro che si accontentano di un minimo taglio dei costi della politica.

Forza Italia per evitare ripercussioni politiche ha preferito non partecipare al voto. I Dem, al contrario, appaiono stretti in una morsa, in una situazione lose-lose. Tralasciando le piccole incoerenze di cui la politica è piena, non rimane altra scelta all’infuori dell’alternativa fra uno schianto imminente nei sondaggi e una probabile sconfitta in una eventuale prova di forza referendaria contro il taglio. Che potrebbe indurre Renzi ad approfittarne, cogliendo la palla al balzo per rimproverare all’attuale leadership la mancata scelta riformatrice e riprendersi il partito. Chissà, magari capiterà di dicembre…

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Gianmarco Cimorelli


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