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Il primo passo è di Biden ma Khamenei risponde picche e alza la posta. Sicuri che Teheran lo voglia ancora il Jcpoa?

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Una prima concreta apertura dell’amministrazione Biden al regime iraniano per un ritorno al Jcpoa, l’accordo del 2015 sul programma nucleare di Teheran, è arrivata ieri – quindi prima di quanto ci aspettassimo. Un doppio segnale in qualche modo sollecitato dai Paesi europei che fanno parte dell’intesa (Germania, Francia, Regno Unito). Il problema, però, è che la leadership iraniana non ha risposto positivamente allo stesso invito. E al contrario, come vedremo, sta continuando ad alzare la posta.

L’amministrazione Biden ha attenuato le restrizioni imposte sui movimenti dei diplomatici iraniani a New York, dove ha sede l’Onu, e con una lettera dell’ambasciatore Usa al Palazzo di Vetro, Richard Mills, ha revocato la comunicazione al Consiglio di sicurezza nella quale nel settembre scorso l’amministrazione Trump aveva annunciato il ripristino di tutte le sanzioni a Teheran rimosse con la risoluzione Onu 2231 del 2015. Dunque, Washington intende che quelle sanzioni restino revocate.

Inoltre, accogliendo un invito Ue in tal senso, alla vigilia della riunione virtuale del G7, la prima per il nuovo presidente Usa, il Dipartimento di Stato ha fatto sapere che l’amministrazione è pronta a riprendere i colloqui con i rappresentanti di Teheran e delle altre nazioni parte dell’accordo. “Gli Stati Uniti accettano l’invito dell’Alto rappresentante Ue a partecipare a una riunione dei P5+1 e dell’Iran per discutere una via diplomatica sul programma nucleare iraniano”. “Vedremo quale sarà il modo migliore per tornare a parlarsi”, ha spiegato il portavoce Ned Price, ribadendo che il segretario di Stato Anthony Blinken e il presidente Biden non sono contrari al dialogo, se l’Iran manterrà i suoi impegni.

Chi ce la sta mettendo tutta per salvare l’accordo sul programma nucleare iraniano, cercando di convincere entrambe le parti a mandare segnali positivi all’altra, è la cancelliera tedesca Angela Merkel. “Io mi impegnerò per portare nuovo slancio nelle trattative”, ha detto ieri dopo il G7 virtuale. “Ho parlato anche con il presidente Rouhani al telefono pochi giorni fa. Tutti concordano sul fatto che questo accordo dovrebbe avere un’altra chance”. Il problema ora è “su chi farà il primo passo”, ha aggiunto.

Nella telefonata di tre giorni fa, la cancelliera ha presentato al presidente Rouhani, perché lo riferisse alla Guida Suprema Khamenei, il piano Ue per “salvare l’accordo”. Il succo è: non ci sarà la revoca di tutte le sanzioni introdotte da Trump, ma come primo passo solo di alcune di esse. In cambio, però, per mostrare la sua disponibilità, Teheran deve tornare a rispettare i suoi obblighi. Quindi la Merkel ha suggerito a Rouhani di mandare “segnali positivi” per aumentare le possibilità di un ritorno degli Usa nell’accordo e disinnescare lo stallo con le potenze occidentali: “Se vogliamo davvero preservare il Jcpoa e i suoi obiettivi, dobbiamo vederne l’efficacia in azione e l’Europa deve provare che è in funzione”.

E qui però veniamo ai segnali che giungono da Teheran.

Ai segnali da Washington e alle richieste europee, infatti, la leadership iraniana ha subito risposto picche, tornando a chiedere come precondizione la revoca di tutte le sanzioni Usa. “È l’Iran la parte che ha il diritto di dettare condizioni per la prosecuzione del Jcpoa”, ha ribadito ieri Khamenei. “E noi abbiamo posto questa condizione e dichiarato che nessuno devierà da essa: se vogliono che l’Iran ritorni ai suoi obblighi, gli Stati Uniti devono prima revocare interamente le sanzioni e non solo sulla carta, ma nella pratica”.

Il problema è che avendo intuito la volontà da parte americana – e in modo ancor più impaziente da parte europea – di salvare il Jcpoa, a Teheran stanno cercando di alzare la posta. Nel novembre scorso, il Parlamento iraniano ha approvato una legge che ha imposto ad un recalcitrante Rouhani di riprendere l’arricchimento dell’uranio al 20 per cento – soglia superiore a quella consentita dall’accordo e che può facilmente essere elevata al 90 per cento, quella necessaria per costruire la bomba nucleare.

La stessa legge prevede che se entro il 21 febbraio le sanzioni Usa non saranno revocate, gli ispettori dell’Aiea non saranno più ammessi nei siti nucleari del Paese. In un comunicato congiunto, i tre Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito) e gli Stati Uniti hanno avvertito l’Iran che “qualsiasi decisione di limitare l’accesso agli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) sarebbe giudicata pericolosa” ed esortato la leadership iraniana a considerare “le conseguenze di un’azione così grave, particolarmente in questo periodo di rinnovate opportunità diplomatiche”.

A tutto ciò si aggiungono i continui attacchi alle forze Usa in Iraq da parte delle milizie sciite filo-iraniane e la ripresa degli attacchi degli Houthi contro Riad. “Non possiamo negoziare con l’Iran mentre i suoi proxies attaccano le truppe Usa”, avverte Josh Rogin sul Washington Post.

La questione è complicata dalle imminenti (giugno prossimo) elezioni presidenziali iraniane. Come ha spiegato il nostro Dorian Gray in numerosi articoli per Atlantico Quotidiano, il dossier nucleare è strettamente intrecciato con la corsa alla presidenza. Come vanno lette le provocazioni iraniane? Un modo per aumentare la propria leva negoziale portandosi nel frattempo sempre più vicini alla bomba? Oppure, una linea dura strumentale ad avvantaggiare il candidato più radicale nella corsa alla presidenza? O addirittura, la fazione che fa capo alla Guida Suprema e ai Pasdaran non è più interessata a salvare il Jcpoa?

Sembra in ogni caso difficile che accada qualcosa o che Teheran torni sui suoi passi prima delle elezioni di giugno. E allora, che senso ha per Washington fare concessioni anzitempo? Può esserci da parte dell’amministrazione Biden l’intenzione di non offrire alibi ai “falchi” del regime, che in vista delle presidenziali di giugno trarrebbero vantaggio da un clima di stallo e contrapposizione. Ma così è win-win per Teheran, perché incassare i primi allentamenti di sanzioni senza aver concesso nulla rafforza proprio la linea dura.

Si badi bene: Teheran non ha osato sfidare l’amministrazione Trump. Ha approvato la legge che impegna il governo a riprendere l’arricchimento dell’uranio al 20 per cento e a non ammettere gli ispettori Aiea solo dopo l’elezione di Biden, ben sapendo che l’intenzione della nuova amministrazione Usa sarebbe stata quella di tornare nell’accordo e, al più, provare a migliorarlo.

Ovviamente Israele non ha preso bene le aperture americane: “Tornare al vecchio accordo spiana la strada dell’Iran verso un arsenale nucleare”, ha commentato l’ufficio del premier Benyamin Netanyahu: “Israele resta impegnato nell’impedire all’Iran di ottenere armi nucleari e la sua posizione sull’accordo nucleare non è cambiata”.

“Adottare un approccio europeo garantirà all’Iran la strada verso un arsenale nucleare”, ha messo in guardia l’ex segretario di Stato Usa Mike Pompeo, “l’ayatollah capisce solo la forza”.

L’Occidente eviti di inviare segnali sbagliati, è l’invito che arriva da Londra: “Non penso che dovremmo inviare il segnale che ignoreremo questa inadempienza o semplicemente la nasconderemo sotto il tappeto”, ha affermato il sottosegretario del Foreign Office James Cleverly: “È tutto nelle mani dell’Iran, sono loro che violano le condizioni del Jcpoa, sono loro che possono fare qualcosa al riguardo e dovrebbero tornare a rispettarlo”.

Al di là dei tempi e delle modalità, la strada sembra segnata: il ritorno al Jcpoa. Gli europei spingono in questa direzione, Washington lo vorrebbe migliorare ma non sa come, Teheran per il momento, in attesa delle elezioni di giugno, alza la posta.

Ma secondo alcuni osservatori, come ha segnalato il nostro Dorian Gray, Teheran non sta solo alzando la posta nei confronti della nuova amministrazione Usa. La Guida Suprema avrebbe già deciso di piazzare un proprio fedelissimo alla presidenza e di correre verso l’ordigno nucleare o, per lo meno, verso la soglia critica che permetterebbe di arrivarci in poche settimane, se e quando ritenuto opportuno. E lo “stato di soglia” permetterebbe alla Repubblica Islamica di entrare di fatto nel club delle potenze nucleari, con tutto ciò che ne conseguirebbe a livello regionale.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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