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Il populismo figlio della rivoluzione pop e degli anni Sessanta

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Le semplificazioni mediatiche dettate dal culto dell’attualità hanno identificato in alcuni politici contemporanei (Salvini, Trump, Johnson) gli alfieri del populismo nel mondo, i protagonisti di una nuova fase storica nella politica mondiale. Ma, come tutte le semplificazioni, una volta popolarizzate si dilatano in falsità ben lontane dalla realtà.

Il populismo contemporaneo è figlio ed erede del narcisismo divistico e delle rivoluzioni mediatiche e dei consumi degli anni Sessanta. Il professor Orsina, nel suo meraviglioso libro “La democrazia del narcisismo”, ha ben identificato il primo fenomeno, mentre il secondo resta ancora vittima dell’ideologia della “Rivoluzione Sessantottina”. Prendersela con il ’68 è riduttivo. Certo è che gli anni Sessanta hanno davvero cambiato il mondo. Non sempre in meglio, anzi.

L’onda lunga è partita dagli Stati Uniti – il Paese leader dell’Occidente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale – già a partire della seconda metà degli anni Cinquanta, con l’idolatria per le popstar James Dean ed Elvis Presley, ed è proseguita con la fine del secondo mandato di Dwight Eisenhower – l’eroe della Seconda Guerra Mondiale – a vantaggio del mezzobusto televisivo John Kennedy.

L’onda si trasferì ben presto sull’altro lato dell’Atlantico, in Inghilterra, uscita formalmente vincitrice dalla guerra contro i nazisti ma perdente, a vantaggio degli Usa, a livello geopolitico. Laburisti e conservatori dovettero rinunciare al simbolo per eccellenza dell’Impero nel mondo: le colonie. La fine del governo Macmillan portò con sé anche la caduta del vecchio mondo della deferenza e dell’understatament: lo scandalo che portò alle dimissioni del ministro della Guerra Tory, John Profumo, dimostrò come l’establishment britannico fosse un circolo chiuso per pochi intimi. Persino nel governo socialista di Clement Attlee, un alto esponente dei laburisti, il Cancelliere dello Scacchiere Hugh Dalton era stato precettore di un Re, Giorgio VI, a dimostrazione della ristrettezza del milieu in cui pescavano le classi dirigenti.

L’arrivo al potere del laburista Harold Wilson – il Blair degli anni Sessanta – cambiò tutto. Wilson era deciso a tutto pur di assecondare la rivoluzione tecnologica e i gusti delle nuove masse giovanili: Beatles, minigonne, Carnaby Street, bande alla moda come rockers e mods. I giovani ormai trovavano i loro riferimenti culturali nella musica e nel fashion e non più negli intellettuali o nella tradizione.

La loro spinta fu decisiva. La prima generazione ad avere disponibilità economiche rilevanti dopo la fine della guerra diede il via alla rivoluzione che portò al famoso “68”, apice della rivoluzione pop e dell’anarchismo autoritario che ci conduce fino ai giorni nostri. La recente notizia apparsa su un quotidiano americano riguardante la diffusione degli stupefacenti tra i giovani sotto il rigido controllo dell’FBI annienta il romanticismo imperante legato al libertarismo di quegli anni riportandolo a una realtà fatta di controllo delle masse e, purtroppo, anche del pensiero. Non è un caso che i giovani di Praga scesi in piazza contro i carri armati sovietici, vedendo le piazze parigine piene di manifestanti si chiedessero cosa li avesse portati fin lì…

L’autorità politica – e non solo – fu minata da proteste come quella per la guerra del Vietnam, che vide le piazze gremirsi di gente che manifestava contro il proprio Paese per una guerra ritenuta “ingiusta” e “inutile” dai media. Gli intellettuali che spesso in passato appoggiarono o contribuirono alle nefandezze di Hitler (vedi Goebbels) e Stalin persero di credibilità. Uno tra i più grandi di loro, André Gide era tornato dall’Unione Sovietica abiurando il comunismo che aveva magnificato in assenza di conclusioni empiriche. La mancanza di autorevolezza creò il vuoto in cui si innestò il “pop”, ossia la banalizzazione di ogni cosa in un presentismo vuoto e senza spessore che, ormai, attraversa tutti i decenni successivi della storia mondiale diffondendosi in tutto il mondo proprio per la sua capacità di essere trasversale e alla portata di tutti. Nessun movimento politico ne è indenne. Ecco perché le lamentele sull’attualità sono mal calibrate. Cari miei, non è tutta colpa di Trump e Salvini: prendetevela, semmai, con Elvis The Pelvis!

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Daniele Meloni


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