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Il periodaccio di BoJo tra malattia, lockdown e polemiche. Ma è in sella e può recuperare lo smalto perduto

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Esteri, Quotidiano, del

Quando a fine marzo Boris Johnson comunicò di aver contratto il Covid-19, alcune voci trapelarono dal circolo ristretto di amici e persone che conoscono molto bene il primo ministro britannico: pensieri preoccupati prima di tutto per il suo stato di salute e, in secondo luogo, su come avrebbe reagito alla malattia. Johnson veniva descritto come una persona che rifiuta l’idea stessa di essere ammalato, di dover rimanere ai box per curarsi, di staccare la spina da ciò che sta facendo. E infatti il leader conservatore, in un video trasmesso sui profili social, assicurava che non avrebbe smesso di lavorare. Un dispendio di energie che avrebbe contribuito al peggioramento delle sue condizioni fisiche, fino al punto di essere ricoverato una decina di giorni più tardi.  

La malattia di Johnson e l’affanno del governo – In quell’istante la forza prorompente del mandato di Johnson, assicurata dalla grande e solida maggioranza ottenuta a dicembre e dall’aver portato a termine il travagliato processo di Brexit, si è arrestata. Per giorni si sono rincorse le supposizioni su chi fosse alla guida del governo: in linea teorica Dominic Raab, ministro degli esteri, dal lato pratico altri componenti, come il ministro della sanità Matt Hancock, sotto i riflettori perché chiamato a coordinare i lavori della struttura sanitaria britannica per far fronte all’emergenza in corso e anche lui reduce dalla malattia.

A distanza di tre mesi, qual è la situazione a Westminster? Stazionaria, ma con qualche segnale di ripresa. Certamente a Johnson e alla sua squadra occorreranno diverse settimane per rimettere in moto una macchina che si è piantata in mezzo alla strada. Finito sotto il fuoco anche della stampa amica ad inizio pandemia (il Daily Telegraph non ha risparmiato editoriali espliciti di fronte alla scelta di bloccare tutto il Paese), oltre che di quella avversaria e internazionale per alcune dichiarazioni che alludevano alla presunta strategia dell'”immunità di gregge”, Johnson si è poi ritrovato nella stessa situazione di molti suoi colleghi europei, schiacciato tra le indicazioni dei consiglieri scientifici e le responsabilità politiche ed economiche da assumersi. I giorni trascorsi da ricoverato al St. Thomas di Londra hanno lasciato quella cicatrice che l’innercircle aveva messo in conto: che trovandosi così esposto ad una malattia si sarebbe molto spaventato, che la paura vissuta lo avrebbe spinto a tirare il freno a mano. Nemmeno la nascita del figlio avuto dalla compagna Carrie Symonds è riuscita a distendere gli animi. 

Dalla compostezza iniziale al grattacapo Cummings – Il lockdown dall’opinione pubblica britannica è stato vissuto come accaduto altrove: un’estrema misura necessaria per arrestare il diffondersi del Covid-19. Seppur con meno rapidità di quanto successo in Italia, la gente ha iniziato a chiudersi in casa, dopo aver dato l’assalto ai supermercati e non risparmiando atteggiamenti schizofrenici per accaparrarsi scorte di carta igienica (scene famigliari anche nella Penisola). Compostezza, unità nazionale, il collante della regina Elisabetta II che si è rivolta ai sudditi dal castello di Windsor hanno in seguito ceduto il posto alle accese polemiche riservate a Dominic Cummings, il deus ex machina della politica di Johnson. Pizzicato ad aver viaggiato dalla capitale verso nord, a Durham, alla fine di marzo, quando erano impediti gli sposamenti per la quarantena in atto, Cummings è finito braccato da assembramenti di giornalisti e fotografi, e da chi all’interno della maggioranza lo voleva fuori una volta per tutte da Downing Street perché ritenuto troppo ingombrante e despota. Johnson lo ha difeso, calmando fino a quando sarà possibile i malumori dei suoi.

Un periodaccio, che comprende l’atteggiamento ritenuto troppo tenero nei riguardi dei manifestanti Black Lives Matter che hanno invaso le strade, scatenando la caccia alle statue, compresa quella di Winston Churchill in Parliament Square. Il successo di dicembre sembra distante un’era fa, ma a dispetto di quanto si possa frettolosamente concludere, Johnson ha ancora diverse carte da giocare, puntando forte sull’economia, inevitabilmente.

Tempo di (ri)costruire – Da Dudley, centro urbano delle Midlands che hanno assicurato voti ai Conservatori voltando le spalle ai Laburisti, il primo ministro ha rilanciato alcuni punti fermi del programma di governo: fondi per il sistema sanitario (NHS), per costruire nuovi ospedali e ampliare il personale, investimenti nel settore dei trasporti e della viabilità, sforzi economici in quello scolastico e nuovi alloggi popolari con condizioni di acquisto e affitto vantaggiose. Build, costruire, è la parola d’ordine pronunciata da Johnson, per rimediare alla contrazione del Pil messa in conto dalla Bank of England, un -14 per cento. Un’iniezione di soldi pubblici che il primo ministro non si sentirà in dovere di giustificare davanti alle obiezioni di alcune correnti del partito: l’austerity di impronta cameroniana adottata all’indomani della crisi finanziaria è stata sostituita dal social liberalism di Johnson. Ulteriori dettagli sul piano di investimenti sono attesi nella prossima settimana da parte del Cancelliere, il 40enne Rishi Sunak, nominato lo scorso 13 febbraio, quando non ci si poteva immaginare quanto poi accaduto.  

Non è però più periodo di campagna elettorale e dunque le promesse hanno un peso ancora più gravoso se disattese: la popolarità è scalfita, ma non totalmente compromessa. Intanto, sono stati annunciati anche i lavori di restauro dell’apparato amministrativo, il mondo dei civil servants, proseguono le trattative con la controparte europea perché a fine anno scade il periodo di transizione nei rapporti tra Regno Unito e Bruxelles: pochi i passi avanti compiuti, c’è chi si augura che venga prolungato per evitare un divorzio senza alcun accordo che inciderebbe su economie già danneggiate sensibilmente dall’ondata pandemica. Il governo lo esclude, l’emissario dell’Ue Michel Barnier minaccia, si prospetta un duello all’ultimo colpo, come un anno fa, quando Johnson diveniva primo ministro e si scommetteva che non sarebbe mai stato raggiunto un accordo su Brexit. Il finale tradì le aspettative.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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